Archivio

Posts Tagged ‘Svezia’

Svezia, un porto per la Baia

Rick Falkvinge ha annunciato che il Partito Pirata rifornirà di banda i pirati più famosi del torrentismo. Che sono risorti online con un beffardo micio. Intanto, si accende la protesta degli ISP sulle direttive di IPRED.

I pirati più famosi del torrentismo sembravano essersi nuovamente arenati, pronti alla caccia di un nuovo porto, un nuovo host. Una ricerca che sembra già essersi conclusa, da quando un grosso micio sorridente ha fatto la sua comparsa online. Un sorriso davanti agli “inutili tentativi di controllo” da parte di industria e autorità nazionali. Il tracker dei pirati è infatti tornato improvvisamente online, nuovamente ospitato da un host. Questa volta, un nome decisamente sorprendente. “A partire da oggi, il Partito Pirata svedese rifornirà di banda The Pirate Bay“. Così l’annuncio ufficiale da parte di Rick Falkvinge, leader del ben noto piratpartiet.

“Siamo stufi di questo gioco del gatto e del topo organizzato da Hollywood – ha continuato Falkvinge – così abbiamo deciso di garantire la banda alla Baia. È tempo di prendere il toro per le corna e alzarci in piedi per quella che crediamo essere un’attività del tutto legittima”. Falkvinge ha quindi sottolineato come la Baia sia soltanto un motore di ricerca, non affatto responsabile dei suoi contenuti.

Il soccorso del Partito Pirata svedese appare certamente curioso, dal momento che lo stesso Peter “Brokep” Sunde aveva in precedenza deciso di non appoggiare lo stesso piratpartiet nel corso delle elezioni europee del 2009. Elezioni comunque stravinte dal partito, che aveva raggiunto un sorprendente 7,1 per cento dei voti.

Se la risurrezione della Baia potrà rendere più sereni gli animi del torrentismo, una recente sentenza di una corte d’appello svedese potrebbe invece far riaccendere il dibattito su IPRED, la controversa legge locale sulla proprietà intellettuale. Il provider TeliaSonera potrebbe infatti pagare fino a 100mila dollari di multa qualora non riveli a quattro case cinematografiche i principali dettagli su un suo preciso cliente.

Ovvero il tracker SweTorrents, colpevole di aver distribuito online copie illecite di cinque pellicole, alcune delle quali in anticipo rispetto alla programmazione nelle sale. Il provider – che era già stato condannato in primo grado – dovrà quindi rivelare tutti i dettagli che servano ad identificare i responsabili di SweTorrents, pena il pagamento della salata multa di 750mila corone.

Quello sulle direttive di IPRED è un dibattito che pare essersi improvvisamente acceso in terra svedese. Jon Karlung, CEO del provider Bahnhof, ha recentemente annunciato che prenderà adeguate misure per proteggere la privacy dei suoi clienti. La legge svedese sulle comunicazioni elettroniche non prevede infatti che gli ISP raccolgano obbligatoriamente gli indirizzi IP dei propri clienti.

I detentori del copyright finirebbero così per rimanere a bocca asciutta: i provider potrebbero smetterla di raccogliere e archiviare i vari indirizzi. E dato che anche provider come Tele2 hanno mostrato lo stesso intento, pare che in Svezia sia diventato molto difficile identificare i criminali del torrentismo. Parola della stessa polizia locale, che ha sottolineato proprio questa mancanza di dati. Alle autorità nordeuropee non rimarrà dunque che ritoccare le attuali leggi sul data retention.

Via punto-informatico

The Pirate Bay verso l’appello

In attesa dell’autunno giudiziario la Baia del P2P continua la sua avventura online e nelle aule di tribunale. TPB vince in Norvegia mentre l’ex-portavoce rilascia interviste via Skype. Per evitare l’arresto.

La Baia dei Pirati avrebbe dovuto trasformarsi in The Pay Bay, ed è invece finita come al solito a fungere da ritrovo per le numerose schiere di utenti abituati a condividere contenuti digitali su rete BitTorrent. Se la Baia rimane per molti versi immobile, tutto intorno a lei si muove, dai marosi delle cause legali (l’ultima delle quali conclusasi positivamente per il sito) alla nuova vita di ex-collaboratori d’eccezione.

Se nel loro paese natio il primo round del processo è stato assegnato all’industria multimediale, in Norvegia i tecno-contestatori svedesi incassano un’importante vittoria contro i desideri di censura della predetta industria rappresentata da IFPI e dall’organizzazione locale TONO. Entrambe le società di rappresentanza avevano chiesto, nel marzo del 2009, che il provider Telenor bloccasse l’accesso al sito della Baia pena il dover affrontare una causa in tribunale.

Al contrario di quanto successo in Italia, però, l’ISP ha affrontato IFPI e TONO davanti ai giudici che hanno infine sancito l’impossibilità di far rispettare il genere di imposizioni voluto dalle major. La recente decisione dell’Alta Corte norvegese ha lasciato ai legali dell’accusa la sola possibilità di ricorrere alla Corte Suprema del paese, ma IFPI e TONO dicono ora chiaro e tondo di non voler procedere oltre con la loro offensiva legale.

Secondo le dichiarazioni rilasciate dalle due organizzazioni, le chiarificazioni ricevute dai giudici circa la non esistenza, all’interno del sistema legale norvegese, di una norma capace di rafforzare le misure di blocco nei confronti di servizi come TPB è sufficiente a chiudere il discorso. Proseguire oltre sarebbe uno spreco di soldi e di tempo, e i legali dicono di voler meglio impiegare entrambe le risorse per chiedere al parlamento di chiudere il “buco legale” esistente e far recepire in pieno la direttiva sul diritto d’autore emanata dall’Unione Europea nel 2005.

The Pirate Bay vince in Norvegia, una buona notizia che dovrebbe servire a rincuorare i tre fondatori e l’uomo d’affari già condannati in Svezia mentre attendono, il prossimo 28 settembre, la possibilità di giocare un nuovo match in appello.

Di certo Peter Sunde, ex-portavoce della Baia ora impegnato a lavorare in una nuova start-up svedese, dimostra la baldanza e il tono derisorio di sempre mentre interviene via Skype a un’intervista per evitare di finire nelle galere federali degli States, paragonando TPB prima alla Coca Cola e poi allo zucchero (“ti fa male ma non puoi fare a meno di usarla”); e infine sparando su Google e sul fatto che a Mountain View lavorano solo “una gran massa di bugiardi”, “malvagi” fino al midollo e altresì impegnati a dare di sé un’immagine “bonaria” atta a nasconda la realtà dei fatti.

via punto-informatico

La Svezia cancella la Baia

Un tribunale di Stoccolma ha imposto ai provider di sospendere il servizio. I pirati sono ricomparsi altrove. Le major chiedono i soldi del processo ma restano a bocca asciutta

La Svezia cancella la BaiaLa corte distrettuale di Stoccolma ha assestato quello che sembra essere il colpo finale a The Pirate Bay: Black Internet, ISP svedese su cui si appoggiava TPB, davanti alla minaccia di una multa da più di 70mila euro, è stato costretto a metterlo offline.

La Baia non è raggiungibile al momento ma pare che sia riapparsa sulla Rete grazie a un host non meglio precisato. Tuttavia è ben lontana dal funzionare appieno: con la poca banda disponibile gli operatori di TPB hanno redatto un articolo in cui accoglievano il provvedimento come l’ennesimo atto caldeggiato e spinto dalle major.

Il presidente dei PiratPartiet svedese, Rick Falkvinge ha definito ridicola la decisione del tribunale: “La corte sembra considerarsi al di sopra della Costituzione – ha sentenziato Falkvinge – e ciò dimostra quanto siano diventate insostenibili le leggi sul copyright”.

La chiusura di TPB è arrivata dopo mesi travagliati in cui, tra processi e multe, un’azienda svedese si era proposta di comprare e ripulire la Baia. Global Gaming Factory, questo il nome della società, avrebbe però incontrato dei problemi economici che ne hanno ritardato l’acquisizione.

Non è chiaro quindi come l’azienda deciderà di procedere, visto l’operato della giustizia svedese, che deve anche far fronte alle richieste di risarcimento avanzate da alcune major in seguito al processo che ad aprile aveva ritenuto Brokep e compagni colpevoli di aver agevolato la violazione del diritto d’autore.

L’organo statale svedese preposto al sequestro dei beni personali, dopo aver svolto alcune ricerche in modo da mettere insieme il risarcimento milionario, ha fatto sapere che Peter Sunde Kolmisoppi, Fredrik Neij e Gottfrid Svartholm Warg non hanno proprietà rilevanti, almeno in Svezia. Dunque almeno per il momento le major dovranno accontentarsi di aver affondato i pirati.

Fonte: punto-informatico

Il Partito del Pirata si diffonde in Francia e Repubblica Ceca

giugno 30, 2009 1 commento

Il Partito del Pirata si diffonde in Francia e Repubblica CecaDopo il successo elettorale alle recenti elezioni europee, il Partito del Pirata, movimento politico nato in Svezia, si è diffuso presto in tutta Europa. Recentemente nuove formazioni del Partito del Pirata sono nate anche in Francia e in Repubblica Ceca.

In Repubblica Ceca il partito ha già raccolto 2.500 firme elettroniche, e spera di poter ottenere qualche risultato nelle elezioni di ottobre. Il leader del CPS (ovvero del Českou pirátskou stranu) ha dichiarato che non vuole ottenere seggi in Parlamento: basterebbe che i politici si interessassero ai problemi della pirateria e dei diritti digitali. Come tante altre formazioni politiche simili, il Partito del Pirata ceco non ha un vero e proprio programma politico, ma punta sui temi della proprietà intellettuale e spera di collaborare con altri partiti.

Il movimento francese, nato da poco, gestisce un gruppo su Facebook e un blog su WordPress, anche se la speranza è quella di ingrandirsi sulla scia dell’omonimo svedese. Proprio la Francia potrebbe essere un terreno fertile proprio a causa della legge sulle tre disconnessioni che il governo ha tentato più volte di far passare. Ad oggi il gruppo su Facebook ha 1.600 membri.

Ovviamente i due partiti sono ancora troppo piccoli per destare interesse politico. Ma è un segnale di come il sasso lanciato in Svezia stia dando risultati in tutta Europa. Solo poche settimane fa il Partito del Pirata in Germania otteneva un posto in Parlamento grazie al passaggio di Jorg Tauss nel nuovo movimento. Chissà se anche in Italia accadrà qualcosa di simile. Voi cosa pensate di un Partito del Pirata tutto italiano?

Fonte: downloadblog

Pirati all’assalto di Bruxelles

giugno 5, 2009 1 commento

In Svezia il Pirat Parteit si prepara a eleggere almeno un candidato. E il movimento si fa strada anche nel vecchio Continente all’insegna del motto «Il 1999 è stato il nostro ‘68».

Magnus Ericsson del Pirate Bureau

Da almeno dieci anni hanno puntato i loro cannoni contro i velieri dei signori dell’intrattenimento che vogliono tenersi stretto il proprio bottino digitale. Dopo le tante battaglie in rete, ora sono pronti a uscire allo scoperto e a piazzare la loro bandiera anche sulla sede del Parlamento europeo.

Ma niente paura: a differenza dei predecessori del ’700, i pirati svedesi non abbracciano sciabole appuntite né indossano turbanti esotici. Nessun istinto violento, se non la consapevolezza di stare dalla parte giusta della storia. E che non basta più la sola resistenza online, ma bisogna far sentire la propria voce anche nelle stanze del potere. A cominciare dal Parlamento europeo i cui membri siamo chiamati ad eleggere il prossimo 6 e 7 giugno. Con una novità che riflette lo spirito dei tempi: per la prima volta si potrà scegliere anche esponenti del Partito Pirata.

Non aspettate di trovarvi di fronte ai soliti hacker ribelli e a informatici che parlano solo in codice. Nelle fila del Partito Pirata ci sono molti studenti e manager, precari e ingegneri, matematici e scrittori: un blocco sociale abbastanza eterogeneo da far pensare che ormai la pirateria non è più un fenomeno di nicchia. Dopo il processo ai fondatori di Pirate Bay in Svezia (il sito che indicizza i file torrent condivisi online) e l’approvazione della controversa legge Hadopi in Francia (meglio conosciuta come “tre errori e sei disconnesso”), il movimento è riuscito a imporre nel dibattito politico i temi delle nuove frontiere del copyright e dei diritti digitali degli utenti. Soprattutto in Svezia, dove il Pirat Parteit non è nuovo agli appuntamenti elettorali.

«Si era già presentato nel 2006, ma all’epoca non disponeva di alcun budget, si trattava solo una provocazione per ottenere visibilità. Ora invece c’è un humus politico del tutto diverso», spiega a Chips&Salsa Adam Arvidsson, docente di Sociologia alla Statale di Milano. E difatti, secondo un sondaggio di un istituto demoscopico scandinavo, questa volta il Pirat Parteit dovrebbe raccogliere il 5,1% delle preferenze, riuscendo così a eleggere almeno un esponente (il capolista Christian Engström). Il tutto grazie all’apporto del voto giovanile (18-29 anni) che ormai si attesta al di sopra del 20%. E’ ancora più ottimista una recente rilevazione della London School of Economics, secondo cui i pirati potrebbero addirittura sfondare il muro dell’8% e così portare due rappresentanti al Parlamento europeo.

Ma cosa andranno mai a fare i pirati svedesi a Bruxelles, stretti in un’infernale macchina burocratica, dove i giochi si regolano per lo più attraverso i rapporti di forza dei grandi gruppi parlamentari? La piattaforma programmatica del Pirate Parteit si concentra su tre obiettivi: 1) Libertà di copia per utilizzo privato e limitazione a cinque anni del copyright per scopi commerciali; 2) Riforma del sistema dei brevetti (in particolar modo quelli farmaceutici); 3) Tutela dei diritti dei cittadini online (a cominicare dalla privacy).

Al di là dell’effettiva realizzabilità di questo programma, in ballo c’è anche molto altro secondo Magnus Eriksson (nella foto) di Piratbyrån (“il bureau della pirateria”), think tank di attivisti e teorici che nel 2003 ha lanciato Pirate Bay e tre anni dopo ha elaborato l’ideologia del partito: «È importante arrivare a Bruxelles per trasformare l’attuale movimento in un’infrastruttura più concreta. Un membro del Parlamento potrà essere pagato per lavorare a tempo pieno su questi temi, seguire da vicino gli sviluppi delle leggi e lanciare l’allarme quando si prendono scelte sbagliate per gli utenti».

Una sorta di hacker da infiltrare nel cuore del sistema, quindi, utile secondo Adam Arvidsson «anche per mettere a nudo la superficialità con cui l’attuale classe dirigente prende decisioni riguardo a internet. In Svezia, da tempo il Pirat Parteit ha stravolto l’agenda politica. Anche perché lì c’è un bipolarismo equilibrato: chi vuole governare ha bisogno dell’apporto di tutti e sta ben attento a non mettersi contro il voto giovanile. Non è un caso se, alle recenti votazioni sul pacchetto Telecom, Socialisti e Liberali svedesi (a differenza di quelli di altre paesi – NdR) non hanno ceduto alle pressioni delle major e si sono espressi contro».

Resta ancora da vedere se il virus della pirateria riuscirà a espandersi anche nel resto del continente. Per quanto il Partito Pirata ormai abbia affiliazioni in tutti i paesi, ci sono state molte difficoltà a raccogliere le firme per le candidature. Al di là della Svezia, hanno centrato l’obiettivo solo in Germania: «E comunque per noi sarà molto difficile ottenere un seggio, dal momento che abbiamo uno sbarramento del 5%», ci spiega Jens Seipenbusch, giovane ricercatore candidato in Germania.

In molti altri stati si è preferito aggirare il problema presentandosi all’interno di liste di sinistra: è il caso dell’Italia dove Alessandro Bottoni corre nelle fila di Sinistra e Libertà (si veda intervista a fianco). È andata peggio in Francia dove, nonostante la forte mobilitazione contro la legge Hadopi, il Parti Pirate non ce l’ha fatta a candidare un proprio membro: «La nostra legge elettorale è molto severa. Per ora ci accontenteremo di sostenere i Verdi: sono i più vicini alle nostre idee, anche perché hanno “piratato” molti dei nostri slogan. E per noi ovviamente va bene», racconta a il manifesto Peer, un attivista d’Oltralpe.

Ma secondo Magnus Eriksson (che il prossimo 19 giugno sarà a Milano insieme ad Adam Arvidsson per l’Hackmeeting 2009) presto il movimento della pirateria arriverà a contagiare tutti gli altri Paesi. Anche perché lui è convinto che ormai i tempi sono maturi per «andare oltre con la vecchia contrapposizione: politica parlamentare-attivismo. Dobbiamo cambiare le forme della protesta. Non basta solo avanzare richieste o dar vita a un movimento di opinione, si devono pure mettere in campo interventi tecnologici concreti. Anche in politica bisogna procedere con l’hacking&patching (ovvero, rompere il sistema e poi provare a ricostruirlo)».

Insieme ai colleghi del Piratbyrån, Eriksson ama ripetere il motto «Il 1999 è stato il nostro ’68». E cioè, riuscire a eleggere un pirata a Bruxelles non è una conquista epocale. «La nostra battaglia l’abbiamo già vinta dieci anni fa, quando è comparso Napster, il primo sistema di file-sharing, e la banda larga ha iniziato a diffondersi. Da allora molte cose sono cambiate, ma noi abbiamo iniziato a pensare la rete, e le nostre battaglie politiche, con il punto di vista del network globale».

Chissà se un giorno il Partito Pirata riuscirà ad andare oltre l’attuale piattaforma politica soft (concentrata per lo più sul copyright) e articolare un programma più elaborato, riuscendo magari ad aggregare la “maggioranza silenziosa” dei lavoratori della conoscenza che ancora oggi fanno fatica a sentirsi rappresentati da qualcuno. Almeno questo si augura Adam Arvidsson, secondo cui «prima o poi nel programma andrebbero incluse anche questioni più complesse, come ad esempio il welfare nell’epoca della precarietà. Altrimenti dopo aver cambiato il copyright, cosa resterà da fare ai pirati?».

Articolo pubblicato su Chips&Salsa-Il Manifesto del 23 maggio 2009

Nicola Bruno

Fonte:  visionpost

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.