Archive

Posts Tagged ‘Privacy’

Body scanner: per tutti, o per nessuno

di G. Scorza (punto-informatico)  – Ovvero quando sicurezza non fa rima con riservatezza. La Commissione Europea interviene sul tema: per tentare di arginare le fughe in avanti di cui proprio l’Italia pare protagonista.

Videosorveglianza à gogo nelle nostre città, body-scanner negli aeroporti e nelle stazioni, tecnologia RFID per accedere negli stadi, acquisizioni di massa dei dati personali relativi alla navigazione degli utenti per combattere la pirateria audiovisiva, impronte digitali sui passaporti e dati biometrici per vigilare sugli accessi a banche ed istituti di credito. Siamo in uno scenario che si avvia superare quello delineato – all’epoca con uno straordinario sforzo di immaginazione – da George Orwell in 1984.

Intendiamoci, questo non significa che l’utilizzo della tecnologia per rendere sempre più sicura la vita nelle nostre città, sugli aerei o sui treni, sia un obiettivo da accantonare o da non perseguire con convinzione e determinazione: ma, certo, guardandosi attorno sorge il sospetto che – con la sola importante eccezione del famigerato DDL intercettazioni – negli ultimi tempi, nelle scelte politiche, l’esigenza di sicurezza abbia sempre avuto la meglio e che, forse, non sempre la valutazione comparativa ed il bilanciamento tra sicurezza e privacy siano stati compiuti con l’attenzione e la puntualità che avrebbero meritato.

Il massiccio utilizzo dei body scanner nei nostri aeroporti e stazioni cui il ministro Maroni ha annunciato di voler dar corso nei prossimi mesi rappresenta, probabilmente, il più recente episodio sintomatico di questa tendenza. Al riguardo, pur rifuggendo da ogni allarmismo ingiustificato, credo che un po’ di costruttiva preoccupazione e diffidenza sia opportuna e necessaria perché sussiste il rischio che, altrimenti, si perda progressivamente la consapevolezza e la coscienza di essere titolari di un diritto alla privacy ed alla riservatezza e, soprattutto, si perda la capacità di apprezzarne il valore: finiremo tutti con il pensare che le esigenze di sicurezza siano ontologicamente – verrebbe quasi da dire “naturalisticamente” – sovraordinate rispetto ai diritti della personalità.

Non è così e ciò risulta evidente sol che si rifletta, più da vicino, all’episodio, appena richiamato. In tutto il mondo, dopo l’11 settembre, si è iniziato a guardare con insistenza e determinazione crescente a soluzioni più efficaci per garantire maggiori livelli di sicurezza nel trasporto aereo rispetto al rischio di attentati terroristici. In nome di questa preoccupazione, le nostre abitudini di vita, in occasione di ogni spostamento aereo – per lavoro o per diletto, nazionale, internazionale o intercontinentale – sono prepotentemente cambiate: abbiamo accettato con rassegnazione l’idea che le nostre borse siano passate ai raggi-x e talvolta ispezionate da mani sconosciute, abbiamo (più o meno) compreso l’esigenza che quelle stesse mani corrano lungo i nostri corpi dopo ogni beep di troppo del metal detector, abbiamo accettato l’idea di toglierci giacche, maglioni, cinte e talvolta scarpe e stivali prima di salire su un aereo, ci siamo rassegnati a viaggiare con micro-confezioni di dentifricio e medicinali e soprattutto a condividere con gli altri passeggeri in fila – quasi si trattasse di amici, familiari o compagni di scuola – ogni frammento della nostra identità e intimità celato nei nostri bagagli o sotto i nostri indumenti.

Lo abbiamo fatto perché ci è stato chiesto – o meglio imposto – mentre eravamo ancora tutti sconvolti e storditi da una tragedia con pochi precedenti nella storia dell’umanità. L’emozione ha avuto la meglio sulla ragione e nessuno – o solo qualcuno – si è fermato a domandarsi se quei controlli valessero davvero a scongiurare il rischio che altre tragedie si ripetessero. Credo non sia facile dire cosa avremmo risposto se fossimo stati interpellati, ma confesso che me lo chiedo ogni volta che preparo il mio bagaglio sentendomi costretto a pensare che altri, da me non invitati ed a me sconosciuti, ci guarderanno dentro e proveranno – coscientemente o inconsciamente – a ricostruire frammenti della mia identità partendo dalle cose che porto con me. Dopo anni e centinaia di viaggi, il fatto di non aver nulla da nascondere, non basta a tacitare l’inquietudine che questa forzosa condivisione della mia intimità mi procura.

Negli ultimi anni, sulla scia della stessa ricerca di livelli di sempre maggior sicurezza, in tutto il mondo – incluso il nostro Vecchio Continente – si è iniziato ad interrogarsi sulla possibilità ed opportunità di rispondere a tale esigenza attraverso l’utilizzo dei body scanner, strumenti di video-perquisizione in grado di spogliarci completamente agli occhi di chi è dietro lo schermo senza toccare i nostri vestiti. Apparecchi di questo genere sono attualmente in uso in via sperimentale in molti aeroporti USA ed in alcuni aeroporti europei, tra i quali quelli italiani di Roma, Milano e Venezia. Le istituzioni dell’Unione Europea – benché abbiano avviato una seria e profonda riflessione sull’argomento da oltre due anni – tuttavia non sono ancora giunte ad una conclusione circa l’effettiva utilità ed opportunità di far ricorso a tali strumenti e, da ultimo, proprio il 15 giugno scorso la Commissione, in una comunicazione al Consiglio ed al Parlamento, ha evidenziato tutte le proprie perplessità e manifestato l’esigenza di ulteriori approfondimenti prima di assumere qualsivoglia decisione.

Uno degli interrogativi più rilevanti che la Commissione propone nella Comunicazione concerne proprio la possibilità di contemperare l’utilizzo di tali strumenti con l’insopprimibile esigenza di garantire un adeguato livello di tutela alla dignità umana ed al diritto alla privacy dei passeggeri. In tale prospettiva la Commissione rileva, innanzitutto, come prima di accettare l’idea di un’ulteriore compressione del diritto alla privacy dei cittadini europei sia indispensabile acquisire elementi – scientifici e non emozionali – relativi all’effettiva utilità dei body scanner ed all’impossibilità di ottenere analoghi risultati in termini di sicurezza attraverso il ricorso a mezzi o processi meno invasivi della privacy.

In questo contesto, peraltro, la Commissione evidenzia anche l’esigenza che ogni decisione circa il ricorso ai body scanner venga assunta a livello europeo, in quanto un’eventuale frammentazione del quadro normativo nei diversi Paesi membri finirebbe con l’indebolire il sistema di sicurezza complessivo, rendendo, per questa via, inutile, il sacrificio della dignità e della privacy dei cittadini di quegli Stati che – soli o per primi – decidessero di diffondere l’utilizzo di tali dispositivi.

La Commissione Europea, nella stessa comunicazione, inoltre – facendo tesoro delle indicazione ricevute negli ultimi anni dal Gruppo dei Garanti art. 29 e dagli altri organismi europei coinvolti negli studi avviati, individua tutta una serie di accorgimenti che, soli, appaiono in grado di garantire un accettabile contemperamento tra il ricorso ai body scanner ed il rispetto della dignità umana e degli altri diritti fondamentali della personalità.
Ecco tali accorgimenti:

1- l’operatore addetto alle analisi delle immagini deve lavorare da remoto e non disporre di alcuna possibilità di vedere la persona cui le immagini si riferiscono;
2- né l’operatore né terzi devono poter collegare in alcun modo le immagini acquisite all’identità della persona osservata;
3- il body scanner deve restituire un’immagine complessiva della persona corrispondente ad una sagoma ed il dettaglio dei soli “oggetti potenzialmente pericolosi” che questa porta con se;
4- nell’ipotesi in cui il body scanner consenta l’acquisizione di immagini di dettaglio, l’operatore al terminale deve essere dello stesso sesso della persona osservata;
5- la comunicazione tra l’operatore al terminale e l’operatore che eventualmente sia chiamato ad intervenire per la ricerca di oggetti sospetti deve essere limitata alle sole informazioni effettivamente utili a tal fine;
6- i dispositivi body scanner devono essere “privacy by design” ovvero essere progettati e realizzati, tenendo nel debito conto le esigenze di tutela della privacy dei passeggeri e, ad esempio, in tale contesto non devono consentire, in alcun modo, la registrazione e/o la stampa delle immagini acquisite almeno in relazione a quei passeggeri che non risultino in possesso di oggetti pericolosi;
7- i passeggeri devono essere puntualmente e tempestivamente informati circa i soggetti che procederanno all’acquisizione delle immagini, la natura, qualità e quantità delle immagini acquisite, le modalità di trattamento nonché la durata della conservazione di tali immagini.

Si tratta di accorgimenti che appaiono insuscettibili di limitare l’efficacia dei body scanner e che, per contro, sembrano importanti al fine di attenuare l’importante sacrificio al diritto alla privacy dei cittadini che, qualora si optasse effettivamente, per un’adozione diffusa di tali dispositivi, si produrrebbe.

Sono, peraltro, indicazioni coerenti a quelle che l’Ufficio del Garante sembra aver dato al Ministro Maroni ed appare, pertanto, opportuno che quest’ultimo – anche qualora decida di attuare i propositi annunciati – vi si adegui, apprezzandone lo sforzo di contemperamento di contrapposte esigenze piuttosto che interpretandole come “fastidiosi” limiti al perseguimento di un obiettivo di sicurezza assoluta che, come ben sanno gli esperti, può al massimo rappresentare un’ambizione ma mai costituire un effettivo punto di arrivo.

A prescindere da tale considerazione, sembra peraltro importante che il Governo resista alla tentazione di inseguire il futile primato del primo Paese ad adottare questa tecnologia e, quindi, astrattamente più sicuro: si interroghi piuttosto – come suggerito dalla Commissione Europea – sull’utilità di fregiarsi di un “titolo” di questo genere, mentre si è circondati da Paesi che, in ipotesi, potrebbero ritenere che la privacy e la libertà di movimento dei loro cittadini valga di più del beneficio – magari stimato come modesto – perseguibile in termini di sicurezza, ricorrendo ad un’adozione diffusa dei body scanner.

Ha davvero senso chiedere ad un cittadino di lasciarsi spogliare ogni volta che decolla da un aeroporto italiano o prende un treno in una nostra stazione, nella speranza di intercettare qualche terrorista distratto o che non legga i giornali, quando poi sulla strada del ritorno – in atterraggio da un aeroporto o in arrivo da una stazione straniera – quello stesso cittadino ed i suoi compagni di viaggio non verrebbero sottoposti ad analoghi controlli?

Credo si sia dinanzi alla più classica – nel metodo e non nel merito – delle scelte politiche e non sono capace, né ritengo, di proporre alcuna indicazione. Ad un tempo, però, non so sottrarmi all’esigenza di segnalare che il rischio elevato che il nostro Paese sta correndo è quello di far perdere ai cittadini la coscienza e consapevolezza del proprio diritto alla privacy, della propria dignità e dei propri diritti fondamentali. Si tratterebbe di un processo involutivo di carattere sociologico prima ancora che giuridico, irreversibile nel breve periodo: ci trasformeremmo in cittadini incapaci di rivendicare il rispetto dei nostri diritti perché inconsapevoli di averne.

È il sogno di ogni tiranno e il peggior incubo di ogni democrazia.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

Maroni: body scanner nelle stazioni

A partire dal prossimo luglio terminerà la fase sperimentale. Da lì, gli scanner millimetrali dovrebbero fare la loro comparsa in tutti i luoghi a rischio terrorismo.

“Appena sarà conclusa l’attuale fase di sperimentazione prenderemo una decisione. Speriamo di poterli installare progessivamente in tutti gli aeroporti italiani, così come in tutti luoghi potenzialmente a rischio, lì dove è possibile provocare un’esplosione. In primo luogo nelle stazioni ferroviarie”.

Parola dell’attuale ministro dell’Interno Roberto Maroni, intervenuto di recente nel corso della presentazione del primo rapporto sul terrorismo internazionale curato dalla Fondazione ICSA. I tanto discussi body scanner potrebbero dunque fare la loro apparizione anche nelle stazioni ferroviarie del Belpaese, a partire dalla fine del prossimo luglio.

Sarà infatti entro luglio che la fase di sperimentazione avrà fine, dopo il rinvio suggerito dal Garante per la Privacy che aveva mosso delle critiche circa l’algoritmo di analisi interno alle macchine implementate in tre aeroporti italiani.

“Abbiamo chiesto alle società produttrici di modificare questo algoritmo – ha spiegato Maroni – per far sì che la visione della persona sia completamente anonima. Ma questo ha reso meno efficace l’azione di allerta e adesso stiamo lavorando per trovare il giusto equilibrio”.

Il ministro ha poi sottolineato come nell’attuale fase di sperimentazione ci siano “macchine diverse, in modo da valutare quale sia la migliore, la meno invasiva e la più sicura nell’evidenziare il trasporto sul corpo di sistemi che possono essere innescati per esplosioni”.

Ma Maroni è tuttavia convinto che gli attuali sistemi funzionino, sia come deterrente che come tecnica di individuazione di quelle sostanze pericolose che sfuggono ai tradizionali metal detector. Mentre Alfredo Siani, presidente uscente della Società Italiana di Radiologia Medica (SIRM), ha rassicurato i cittadini sui possibili effetti nocivi alla salute derivanti dall’esposizione agli scanner millimetrali.

“La tecnologia impiegata ad esempio nell’aeroporto di Fiumicino in particolare – ha spiegato Siani – è la più sicura per la salute, poichè si basa su un sistema a onde radio. L’esposizione alle onde durante il controllo è di 10mila volte inferiore a quella derivante da una chiacchierata al cellulare”.

“I body scanner a onde millimetriche, da un punto di vista medico, non creano nessun danno alla salute – ha poi aggiunto Francesco Fedele, ex-presidente della Società italiana di cardiologia (Sic) – Andrebbero però vietati ai portatori di peacemaker. Per loro sì che potrebbero esserci dei rischi”.

Via punto-informatico

Profilewatch: verificare facilmente il livello di privacy di un profilo di Facebook

Profilewatch: verificare facilmente il livello di privacy di un  profilo di Facebook

Da quando Facebook, il social network per eccellenza, ha fatto la sua comparsa online, le discussioni relative alla privacy dei suoi utilizzatori non hanno mai avuto fine, continuando ancora oggi giorno e mettendo dunque ciascun utente in condizione di cercare di preservare nel migliore dei modi quelli che sono i propri dati personali.

In particolare, nell’ultimo periodo, considerando anche i vari ed eventuali cambiamenti applicati al geniale prodotto di Mark Zuberg, vi è un enorme numero d’utenti che, in modo attento e meticoloso, cerca di preservare quelle che sono le informazioni più riservate, come ad esempio nel caso dei dati anagrafici, mentre invece, al contempo, vi è un altrettanto ampio gruppo di navigatori della grande rete che, non curante, utilizza in maniera del tutto poco cauta quello che, allo stato attuale delle cose, appare come il social network per eccellenza.

Considerando quest’insieme di fattori potrebbe dunque risultare utile ed interessante verificare l’effettivo livello di protezione e sicurezza della privacy del proprio profilo ricorrendo all’utilizzo di un nuovo applicativo online che, in modo semplice ed immediato consente di ottenere esattamente quelle che sono le informazioni in questione.

Il servizio è Profilewatch, un valido strumento web che, senza richiedere alcun tipo di sottoscrizione per il suo utilizzo ed in maniera totalmente gratuita, consente giust’appunto di verificare tutto quanto precedentemente accennato semplicemente andando ad inserire, nell’apposito spazio, l’url relativa al proprio profilo di Facebook (ad esempio http://www.facebook.com/MioNome).

Una volta inserito l’url del profilo di cui abbiamo intenzione di verificare il livello di privacy adottato e confermata l’operazione, ci verrà restituito il relativo rank, con punteggio da 0 10, indicante il livello di protezione adottato e altamente comprensibile grazie all’indicatore di facile visualizzazione.

Oltre al rank, Profilewatch mette a disposizione dei suoi utilizzatori anche tutta una serie di interessanti trucchi e consigli mediante cui migliorare eventualmente la sicurezza di un dato account, mettendo dunque ciascun utilizzatore del servizio in condizione di rendersi facilmente conto di ciò che, agli occhi degli altri utenti, appare condivisibile e, di conseguenza, di pubblico dominio.

Il consiglio è dunque quello di provare questa interessante applicazione online e di verificare quanto un dato profilo di Facebook sia effettivamente in grado di rispondere ad un dato livello di privacy!

Via geekitaly

Italia, il Governo vuole autoregolamentare la Rete

Stilata la bozza definitiva del codice di autodisciplina destinato agli operatori Internet italiani. Lo ha scritto il Ministro degli Interni. Obiettivo dichiarato: preservare la dignità dei cittadini.

Italia, il  Governo vuole autoregolamentare la Rete La “Bozza definitiva” del “Codice di autodisciplina a tutela della dignità della persona sulla rete Internet” è stato presentato agli operatori Internet dal ministro degli Interni Maroni e dal viceministro alle Comunicazioni Romani.

L’idea era stata avanzata da qualche mese (già a dicembre) dalla maggioranza, e rilanciata in concomitanza con il caso Vividown. Nel frattempo è stata cancellata la dicitura “Internet mi fido”, nome con cui era conosciuta l’iniziativa, ma l’intento è il medesimo: costituire una sorta di bollino per spazi online che funga da “garanzia di rispetto dei principi fondamentali della libertà” e “contro l’uso malevolo delle informazioni e dei contenuti diffusi”. Un modo per assicurare gli utenti che i contenuti non incitino “all’odio, alla violenza, alla discriminazione, ad atti di terrorismo, o che offendano la dignità della persona, o costituiscano una minaccia per l’ordine pubblico”, e conciliare “la salvaguardia della sicurezza pubblica, la dignità della persona e il suo diritto alla privacy e alla riservatezza”.

D’altronde, per il Governo italiano è “essenziale che sia assicurata da parte dei soggetti che vi operano, a titolo imprenditoriale o meno, un’azione di vigilanza sulla rete che renda possibile, a seguito delle segnalazioni opportunamente ricevute, un controllo ex-post dei contenuti, veicolati o ospitati, al fine di garantire la liceità degli stessi ed il pieno rispetto della dignità umana, il rifiuto di ogni forma di discriminazione”. E l’autodisciplina è ritenuto un mezzo efficace.

Il principio è quello del marchio di qualità comunemente usato, per esempio, per i prodotti agroalimentari: in quel caso si tratta, a grandi linee, di determinate caratteristiche e processi produttivi che vengono riconosciuti come indice di qualità di prodotto tale da meritare un bollino di garanzia (su cui vigila un Comitato di qualità) il quale viene costruito ad hoc per distinguere il bene dai concorrenti meno efficienti e agevolare così il consumatore nella scelta.

Dell’autoregolamentazione come alternativa ad un intervento diretto o strumento complementare alla legislazione tradizionale parla anche il Parlamento europeo, tra l’altro con una raccomandazione sotto forma di “Consiglio sul rafforzamento della sicurezza e delle libertà fondamentali su Internet”: la speranza per il Governo è che l’iniziativa italiana non rimanga un unicum, ma che altre realtà la seguano possibilmente creando un quadro di Internet di qualità a livello europeo che possa, meglio di un’ottica schiacciata sui confini nazionali, rappresentare un controllo realistico sui contenuti.

In Internet ciò si declina con diversi obblighi a carico dei soggetti che decideranno di aderirvi e la costituzione di un Comitato di Attuazione dl Protocollo, cui spetterà il compito di “definire le caratteristiche del logo identificativo del marchio di qualità” e concederne l’utilizzo agli aderenti vigilandone gli effettivi adempimenti e le modalità in cui verranno applicate. “I soggetti e le Associazioni di categoria – si legge nella bozza definitiva – firmatarie del presente Protocollo si impegnano ad applicare e far rispettare il Codice di Autodisciplina nell’ambito delle rispettive competenze”.

Per i Web service provider ciò significa l’obbligo di “rimuovere tempestivamente i contenuti illeciti adottando procedure che garantiscano l’effettività di tale tutela”, mettere a disposizione (chiaramente e direttamente) “un apposito link a modelli di segnalazione e di reclamo” e garantire la trasparenza in tutte queste operazioni in modo da escludere ipotesi di censura su segnalazioni non corrette. Inoltre loro compito sarà anche inserire le regole del Codice nelle condizioni generali sottoposte agli utenti.

Per gli access provider che decideranno di aderirvi, invece, il principale impegno è assicurare una “tempistica collaborazione con le autorità giudiziarie e le forze di polizia” qualora necessario.

L’adesione, i qualità di strumento di autoregolamentazione, resta volontario, ergo sarà il valore che gli attribuiranno utenti e operatori a garantirne il successo o decretarne la sconfitta. Nell’ultima riunione organizzata dal Governo che si è occupata del Codice erano presenti Microsoft e Google, ma mancavano altri importanti soggetti tra cui Facebook.

Via punto-informatico

Facebook, il Web sono io

Il social network di Palo Alto punta a essere il collante della Rete. Zuckerberg cancella la privacy dalla lista dei suoi amici e pensa a stravolgere i canoni del World Wide Web

Grandi manovre in quel di Palo Alto, California. La conferenza f8 tenuta dai massimi vertici di Facebook e dedicata principalmente ai “developer” potrebbe costituire una sorta di spartiacque tra ciò che è stato e ciò che sarà il social network creato da Mark Zuckerberg, che ora pare intenzionato a stravolgere più o meno tutto: dalla gestione privacy degli utenti, che in passato ha generato non poche polemiche, all’integrazione di Facebook con il resto del Web.

Proprio su privacy e interazione con siti e applicazioni di terze parti vertono i nuovi criteri con cui i dati degli utenti verranno somministrati a sviluppatori e webmaster. Cade il termine massimo di 24 ore del periodo in cui era possibile trattenere nomi, cognomi, date di nascita e quant’altro sia disponibile sulla propria pagina: inoltre se prima era necessario autorizzare una determinata applicazione affinché questa pescasse le generalità degli utenti, ora basterà invece che questi vi interagiscano anche una sola volta per aprire le porte dei propri segreti allo sviluppatore di passaggio.

A questo proposito presto cambierà forma Facebok Connect, il tool sin qui utilizzato per far coincidere con Facebook l’accesso a diversi altri siti e social network che, una volta modificato, sarà noto con il nome di Open Graph e permetterà in pratica ai gestori di siti e applicazioni di prepararsi alla visita dell’utente confezionandone l’esperienza Web a seconda dei gusti, carpiti dal profilo Facebook.

L’aria di cambiamento radicale in realtà si respirava già da un po’ e la recente decisione di cancellare Facebook Lite non è stata che l’ultima di una serie continue modifiche che hanno coinvolto il social il network in blu, dal layout ai termini d’uso.

Mark Zuckerberg sembra volersi prendere tutto sobbarcare un’opera titanica, ovvero quella di rimodellare le fondamenta del Web: “Stiamo operando in maniera che tutti i siti Web possano lavorare insieme per creare una rete di contatti migliore e migliorare l’esperienza social di ognuno – ha spiegato il fondatore di Facebook – abbiamo ridisegnato la piattaforma per semplificare e migliorare gli strumenti utilizzabili dagli sviluppatori sparsi per la Rete al fine di dare una forma alla mappa”.

I partner di Facebook sembrano accogliere favorevolmente questa piccola rivoluzione, come dimostra la risposta data da Tom Conrad, CTO di Pandora, a chi gli ha chiesto cosa significasse per il portale musicale quanto annunciato da Zuckerbeg: “Queste novità consentirà agli utenti di Pandora di condividere i propri gusti su Facebook, facilitando l’inserimento dei novizi senza che questi debbano frugare nel database – ha dichiarato al New York Times – possiamo dire ora che Pandora è finalmente social”.

Via punto-informatico

Il lato oscuro di Facebook

Sullo sfondo una causa da 65 milioni di dollari. Mentre i media USA tentano di ricostruire la gestazione e la nascita del social network più grande in circolazione: la cui genesi è avvolta in un alone di intrigo e mistero.

Facebook. Ovvero quello che è attualmente il social network più diffuso al mondo. La sua storia – come è ormai noto ai più – è iniziata in un corridoio del campus di Harvard, nella testa di uno studente chiamato Mark Zuckerberg. Un’idea che trasformerà un programmatore statunitense di 19 anni in uno degli uomini più ricchi e influenti del vasto ecosistema social della Rete. Ma anche un’idea che si trascinerà per lungo tempo in un’aula di tribunale: Mark Zuckerberg l’avrebbe infatti rubata a qualcun altro.

Era il 2004 e Mark era un semplice programmatore, assoldato da tre dei suoi compagni di corsi per lavorare ad un progetto particolare. Si trattava per la precisione dei fratelli Winklevoss e del loro compagno di libri Divya Narendra, all’opera insieme su un social network universitario che poi si sarebbe chiamato ConnectU. Pochi giorni dopo il primo lancio di TheFacebook.com, i tre studenti avevano puntato il dito contro il loro programmatore, reo di aver trafugato idee e linee di codice alla base di ConnectU.

Il caso era stato portato davanti all’Administration Board della Harvard University, e successivamente all’attenzione della redazione di The Crimson, il principale organo d’informazione interno al campus. Tim McGuinn – uno degli editor di The Crimson – aveva invitato lo stesso Zuckerberg nel suo ufficio, per dargli la possibilità di chiarire. Zuckerberg aveva prima tentato di assicurarsi che nulla venisse pubblicato, successivamente mostrando su un computer il lavoro effettuato per ConnectU.

La dimostrazione di Zuckerberg aveva ottenuto i risultati sperati: il giornalista di The Crimson non avrebbe scritto una sola parola sul caso. Ma alcuni giorni dopo l’inchiesta aveva ripreso vita, a seguito di nuove rivelazioni di un membro della squadra di canottaggio del college statunitense. L’attuale CEO di Facebook aveva – a detta dello studente – rubato un’altra idea fondamentale a proposito di una feature chiamata visualize your buddy.

Si tratta comunque di indiscrezioni, di una lunga ricostruzione apparsa recentemente sul sito Business Insider. Gli editori di The Crimson avevano quindi deciso di pubblicare un articolo dettagliato sulla vicenda, apparso sul sito ufficiale del quotidiano scolastico in data 28 maggio 2004. Zuckerberg, informato dell’imminente pubblicazione, si era mostrato particolarmente preoccupato, in particolare della possibile presenza nell’articolo delle ultime accuse relative a visualize your buddy.

Zuckerberg avrebbe deciso di non poter aspettare fino alla pubblicazione, intrufolandosi di nascosto tra gli account TheFacebook dei due editor di The Crimson. In modo tale da controllare il carteggio privato tra i due giornalisti, in cui l’uno avrebbe sottolineato all’altro quanto il giovane Mark fosse preoccupato del caso. Quanto fosse strano il suo comportamento una volta a conoscenza delle accuse a suo carico.

Accuse che da un’inchiesta giornalistica erano passate ad una vera e propria battaglia legale. Un aspro contenzioso che sembrava essersi risolto circa un anno fa, quando Facebook si accordava con i fondatori di ConnectU per una costosa pax da 65 milioni di dollari. Accordi che sembravano aver messo la parola fine alla feroce disputa in materia di proprietà intellettuale.

Ma poi lo scenario si è arricchito di nuovi importanti dettagli, come recentemente riportato da Valleywag, blog statunitense particolarmente incline al gossip dal mondo dell’high-tech. Innanzitutto, una serie di messaggi di posta elettronica avrebbero dimostrato quanto l’entusiasmo di Zuckerberg per il progetto ConnectU fosse cambiato nel giro di pochissimo tempo, passando da una grande disponibilità a un numero eccessivo di impegni.

Zuckerberg avrebbe in pratica preso del tempo prezioso, in modo da sviluppare un suo progetto sulla base delle idee del trio di studenti. Come riportato da Valleywag, ci sarebbero delle discussioni che il CEO di Facebook avrebbe tenuto con alcuni amici – tra cui il primo investitore in TheFacebook, Eduardo Saverin – illustrando loro l’intento di gabbarli, di batterli sul tempo.

In sostanza, nell’hard disk di Zuckerberg ci potrebbero essere testimonianze fondamentali dell’avvenuta frode ai danni dei fondatori di ConnectU. Ed è per questo che i legali dei fratelli Winklevoss hanno chiesto – subito dopo il raggiungimento dell’accordo milionario – al giudice la possibilità di ricorrere in appello.

“Non abbiamo intenzione di parlare di queste fonti anonime che cercano di riscrivere la storia di Facebook e quindi di mettere in imbarazzo Marck Zuckerberg con accuse ormai datate”. Così una dichiarazione ufficiale del social network in blu, che ha poi sottolineato quanto ci tenga alla privacy di tutti i suoi utenti. “Qualsiasi dipendente che venisse colto ad utilizzare i dati degli utenti in modo improprio andrebbe incontro a serie sanzioni disciplinari, compreso il licenziamento”.

via punto-informatico

AGCOM, indagine sul file sharing

febbraio 17, 2010 Lascia un commento

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha pubblicato uno studio conoscitivo che mira a fare il punto su pirateria e regolamentazione nazionale. In controtendenza con i paesi più impegnati nella lotta per il diritto d’autore

Si intitola Il diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica. È un’indagine conoscitiva pubblicata di recente sul sito ufficiale dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM). Un corposo documento che non mira a fissare un quadro definitivo di regolamentazione, bensì a lasciare aperti i possibili scenari futuri, a dare a cittadini e imprese la possibilità di avanzare proposte. E di aprire un dibattito.

Nell’introduzione al documento, AGCOM ha ricordato un’esigenza di ricostruzione del quadro sul diritto d’autore in Italia, in modo da garantire un prezioso bilanciamento. In particolare, tra la libertà d’espressione, l’equa remunerazione degli autori e un’adeguata tutela dei diritti dei cittadini della Rete. Tenendo conto della necessità di garantire privacy e accesso alla cultura, in particolare sul web.

Questo innanzitutto perché l’Italia ha bisogno di riflettere su questo modello per conformarsi al pacchetto di direttive dell’Unione Europea sulle comunicazioni elettroniche. Pacchetto che ha sostanzialmente sottolineato come l’accesso a Internet sia un principio fondamentale dell’ordinamento comunitario.

Modello italiano, dunque. Nel Belpaese, il cosiddetto Decreto Romani vorrebbe affidare all’Autorità un potere di molto superiore a quello attuale, inclusa la possibilità di disconnettere gli utenti colti a violare ripetutamente il diritto d’autore. Nella sua indagine conoscitiva, AGCOM sembra aver intrapreso una strada teorica decisamente in controtendenza con quelle illuminate da paesi come la Gran Bretagna e la Francia.

Esempio. Secondo uno studio effettuato sul traffico a livello globale – e riportato nel documento – il fenomeno della pirateria a mezzo P2P appare in diminuzione. Precisamente, dal 40 per cento del 2007 al 19 per cento del 2009. Mentre a crescere sarebbe il numero di abbonamenti a banda larga. Questo potrebbe voler dire, a detta di AGCOM, che la crescita degli abbonamenti broadband allontanerà i cittadini dal P2P, facilitando la vita al mercato dei contenuti digitali legali.

AGCOM ha ricordato che esistono seri obblighi tecnici e giuridici nelle pratiche di accertamento di illeciti sulla Rete. Limiti come quelli imposti dalle direttive comunitarie, che escludono l’ipotesi di affidare poteri di monitoraggio ai provider. O limiti come quelli sottolineati dai principi a tutela della neutralità della Rete. O della privacy dei cittadini.

E in contrasto con privacy e neutrality sarebbero anche quelle che attualmente sono le misure nella lotta alla pirateria, poco adattabili ad un utilizzo all’interno del mercato residenziale a banda larga. Inoltre, misure tecniche come il port blocking sarebbero facilmente aggirabili da parte degli utenti, ad esempio variando la configurazione di connessione del client P2P relativamente alle porte di rete.

E il content filtering, uno dei metodi più utilizzati per filtrare l’accesso ai contenuti web, sarebbe in contrasto evidente con i principi a tutela della privacy e della net neutrality. Mentre le tecnologie di Deep Packet Inspection, a detta di AGCOM, potrebbero violare – se attuate su larga scala – gli stessi principi di libertà democratica.

L’Autorità si è fatta quindi promotrice della necessità urgente di procedere ad una riformulazione dell’impianto normativo attuale. Una soluzione ipotetica, tra le altre, potrebbe essere quella delle licenze collettive estese. Si tratta di un sistema di adesione volontaria, in virtù del quale gli enti di gestione collettiva negoziano per conto degli aventi diritto la licenza con gli operatori che veicoleranno poi i contenuti digitali su Internet.

AGCOM ha quindi illustrato ciò che sta attualmente accadendo in paesi come la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti, sottolineando come approcci basati su divieti e repressioni non abbiano ad oggi dimostrato particolare efficacia. Soprattutto in un’ottica di garanzia di una giusta tutela sia degli autori che degli utenti.

Il documento di AGCOM ha poi riportato alcune delle teorie sviluppate dal professore di diritto di Harvard Lawrence Lessig che ha sottolineato l’importanza di conoscere quelli che sono degli aspetti positivi legati al file sharing. Una società non dovrebbe quindi fare a meno dei benefici legati al P2P, non a causa di un atteggiamento che vorrebbe stroncarlo sul nascere.

punto-informatico