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Body scanner: per tutti, o per nessuno

di G. Scorza (punto-informatico)  – Ovvero quando sicurezza non fa rima con riservatezza. La Commissione Europea interviene sul tema: per tentare di arginare le fughe in avanti di cui proprio l’Italia pare protagonista.

Videosorveglianza à gogo nelle nostre città, body-scanner negli aeroporti e nelle stazioni, tecnologia RFID per accedere negli stadi, acquisizioni di massa dei dati personali relativi alla navigazione degli utenti per combattere la pirateria audiovisiva, impronte digitali sui passaporti e dati biometrici per vigilare sugli accessi a banche ed istituti di credito. Siamo in uno scenario che si avvia superare quello delineato – all’epoca con uno straordinario sforzo di immaginazione – da George Orwell in 1984.

Intendiamoci, questo non significa che l’utilizzo della tecnologia per rendere sempre più sicura la vita nelle nostre città, sugli aerei o sui treni, sia un obiettivo da accantonare o da non perseguire con convinzione e determinazione: ma, certo, guardandosi attorno sorge il sospetto che – con la sola importante eccezione del famigerato DDL intercettazioni – negli ultimi tempi, nelle scelte politiche, l’esigenza di sicurezza abbia sempre avuto la meglio e che, forse, non sempre la valutazione comparativa ed il bilanciamento tra sicurezza e privacy siano stati compiuti con l’attenzione e la puntualità che avrebbero meritato.

Il massiccio utilizzo dei body scanner nei nostri aeroporti e stazioni cui il ministro Maroni ha annunciato di voler dar corso nei prossimi mesi rappresenta, probabilmente, il più recente episodio sintomatico di questa tendenza. Al riguardo, pur rifuggendo da ogni allarmismo ingiustificato, credo che un po’ di costruttiva preoccupazione e diffidenza sia opportuna e necessaria perché sussiste il rischio che, altrimenti, si perda progressivamente la consapevolezza e la coscienza di essere titolari di un diritto alla privacy ed alla riservatezza e, soprattutto, si perda la capacità di apprezzarne il valore: finiremo tutti con il pensare che le esigenze di sicurezza siano ontologicamente – verrebbe quasi da dire “naturalisticamente” – sovraordinate rispetto ai diritti della personalità.

Non è così e ciò risulta evidente sol che si rifletta, più da vicino, all’episodio, appena richiamato. In tutto il mondo, dopo l’11 settembre, si è iniziato a guardare con insistenza e determinazione crescente a soluzioni più efficaci per garantire maggiori livelli di sicurezza nel trasporto aereo rispetto al rischio di attentati terroristici. In nome di questa preoccupazione, le nostre abitudini di vita, in occasione di ogni spostamento aereo – per lavoro o per diletto, nazionale, internazionale o intercontinentale – sono prepotentemente cambiate: abbiamo accettato con rassegnazione l’idea che le nostre borse siano passate ai raggi-x e talvolta ispezionate da mani sconosciute, abbiamo (più o meno) compreso l’esigenza che quelle stesse mani corrano lungo i nostri corpi dopo ogni beep di troppo del metal detector, abbiamo accettato l’idea di toglierci giacche, maglioni, cinte e talvolta scarpe e stivali prima di salire su un aereo, ci siamo rassegnati a viaggiare con micro-confezioni di dentifricio e medicinali e soprattutto a condividere con gli altri passeggeri in fila – quasi si trattasse di amici, familiari o compagni di scuola – ogni frammento della nostra identità e intimità celato nei nostri bagagli o sotto i nostri indumenti.

Lo abbiamo fatto perché ci è stato chiesto – o meglio imposto – mentre eravamo ancora tutti sconvolti e storditi da una tragedia con pochi precedenti nella storia dell’umanità. L’emozione ha avuto la meglio sulla ragione e nessuno – o solo qualcuno – si è fermato a domandarsi se quei controlli valessero davvero a scongiurare il rischio che altre tragedie si ripetessero. Credo non sia facile dire cosa avremmo risposto se fossimo stati interpellati, ma confesso che me lo chiedo ogni volta che preparo il mio bagaglio sentendomi costretto a pensare che altri, da me non invitati ed a me sconosciuti, ci guarderanno dentro e proveranno – coscientemente o inconsciamente – a ricostruire frammenti della mia identità partendo dalle cose che porto con me. Dopo anni e centinaia di viaggi, il fatto di non aver nulla da nascondere, non basta a tacitare l’inquietudine che questa forzosa condivisione della mia intimità mi procura.

Negli ultimi anni, sulla scia della stessa ricerca di livelli di sempre maggior sicurezza, in tutto il mondo – incluso il nostro Vecchio Continente – si è iniziato ad interrogarsi sulla possibilità ed opportunità di rispondere a tale esigenza attraverso l’utilizzo dei body scanner, strumenti di video-perquisizione in grado di spogliarci completamente agli occhi di chi è dietro lo schermo senza toccare i nostri vestiti. Apparecchi di questo genere sono attualmente in uso in via sperimentale in molti aeroporti USA ed in alcuni aeroporti europei, tra i quali quelli italiani di Roma, Milano e Venezia. Le istituzioni dell’Unione Europea – benché abbiano avviato una seria e profonda riflessione sull’argomento da oltre due anni – tuttavia non sono ancora giunte ad una conclusione circa l’effettiva utilità ed opportunità di far ricorso a tali strumenti e, da ultimo, proprio il 15 giugno scorso la Commissione, in una comunicazione al Consiglio ed al Parlamento, ha evidenziato tutte le proprie perplessità e manifestato l’esigenza di ulteriori approfondimenti prima di assumere qualsivoglia decisione.

Uno degli interrogativi più rilevanti che la Commissione propone nella Comunicazione concerne proprio la possibilità di contemperare l’utilizzo di tali strumenti con l’insopprimibile esigenza di garantire un adeguato livello di tutela alla dignità umana ed al diritto alla privacy dei passeggeri. In tale prospettiva la Commissione rileva, innanzitutto, come prima di accettare l’idea di un’ulteriore compressione del diritto alla privacy dei cittadini europei sia indispensabile acquisire elementi – scientifici e non emozionali – relativi all’effettiva utilità dei body scanner ed all’impossibilità di ottenere analoghi risultati in termini di sicurezza attraverso il ricorso a mezzi o processi meno invasivi della privacy.

In questo contesto, peraltro, la Commissione evidenzia anche l’esigenza che ogni decisione circa il ricorso ai body scanner venga assunta a livello europeo, in quanto un’eventuale frammentazione del quadro normativo nei diversi Paesi membri finirebbe con l’indebolire il sistema di sicurezza complessivo, rendendo, per questa via, inutile, il sacrificio della dignità e della privacy dei cittadini di quegli Stati che – soli o per primi – decidessero di diffondere l’utilizzo di tali dispositivi.

La Commissione Europea, nella stessa comunicazione, inoltre – facendo tesoro delle indicazione ricevute negli ultimi anni dal Gruppo dei Garanti art. 29 e dagli altri organismi europei coinvolti negli studi avviati, individua tutta una serie di accorgimenti che, soli, appaiono in grado di garantire un accettabile contemperamento tra il ricorso ai body scanner ed il rispetto della dignità umana e degli altri diritti fondamentali della personalità.
Ecco tali accorgimenti:

1- l’operatore addetto alle analisi delle immagini deve lavorare da remoto e non disporre di alcuna possibilità di vedere la persona cui le immagini si riferiscono;
2- né l’operatore né terzi devono poter collegare in alcun modo le immagini acquisite all’identità della persona osservata;
3- il body scanner deve restituire un’immagine complessiva della persona corrispondente ad una sagoma ed il dettaglio dei soli “oggetti potenzialmente pericolosi” che questa porta con se;
4- nell’ipotesi in cui il body scanner consenta l’acquisizione di immagini di dettaglio, l’operatore al terminale deve essere dello stesso sesso della persona osservata;
5- la comunicazione tra l’operatore al terminale e l’operatore che eventualmente sia chiamato ad intervenire per la ricerca di oggetti sospetti deve essere limitata alle sole informazioni effettivamente utili a tal fine;
6- i dispositivi body scanner devono essere “privacy by design” ovvero essere progettati e realizzati, tenendo nel debito conto le esigenze di tutela della privacy dei passeggeri e, ad esempio, in tale contesto non devono consentire, in alcun modo, la registrazione e/o la stampa delle immagini acquisite almeno in relazione a quei passeggeri che non risultino in possesso di oggetti pericolosi;
7- i passeggeri devono essere puntualmente e tempestivamente informati circa i soggetti che procederanno all’acquisizione delle immagini, la natura, qualità e quantità delle immagini acquisite, le modalità di trattamento nonché la durata della conservazione di tali immagini.

Si tratta di accorgimenti che appaiono insuscettibili di limitare l’efficacia dei body scanner e che, per contro, sembrano importanti al fine di attenuare l’importante sacrificio al diritto alla privacy dei cittadini che, qualora si optasse effettivamente, per un’adozione diffusa di tali dispositivi, si produrrebbe.

Sono, peraltro, indicazioni coerenti a quelle che l’Ufficio del Garante sembra aver dato al Ministro Maroni ed appare, pertanto, opportuno che quest’ultimo – anche qualora decida di attuare i propositi annunciati – vi si adegui, apprezzandone lo sforzo di contemperamento di contrapposte esigenze piuttosto che interpretandole come “fastidiosi” limiti al perseguimento di un obiettivo di sicurezza assoluta che, come ben sanno gli esperti, può al massimo rappresentare un’ambizione ma mai costituire un effettivo punto di arrivo.

A prescindere da tale considerazione, sembra peraltro importante che il Governo resista alla tentazione di inseguire il futile primato del primo Paese ad adottare questa tecnologia e, quindi, astrattamente più sicuro: si interroghi piuttosto – come suggerito dalla Commissione Europea – sull’utilità di fregiarsi di un “titolo” di questo genere, mentre si è circondati da Paesi che, in ipotesi, potrebbero ritenere che la privacy e la libertà di movimento dei loro cittadini valga di più del beneficio – magari stimato come modesto – perseguibile in termini di sicurezza, ricorrendo ad un’adozione diffusa dei body scanner.

Ha davvero senso chiedere ad un cittadino di lasciarsi spogliare ogni volta che decolla da un aeroporto italiano o prende un treno in una nostra stazione, nella speranza di intercettare qualche terrorista distratto o che non legga i giornali, quando poi sulla strada del ritorno – in atterraggio da un aeroporto o in arrivo da una stazione straniera – quello stesso cittadino ed i suoi compagni di viaggio non verrebbero sottoposti ad analoghi controlli?

Credo si sia dinanzi alla più classica – nel metodo e non nel merito – delle scelte politiche e non sono capace, né ritengo, di proporre alcuna indicazione. Ad un tempo, però, non so sottrarmi all’esigenza di segnalare che il rischio elevato che il nostro Paese sta correndo è quello di far perdere ai cittadini la coscienza e consapevolezza del proprio diritto alla privacy, della propria dignità e dei propri diritti fondamentali. Si tratterebbe di un processo involutivo di carattere sociologico prima ancora che giuridico, irreversibile nel breve periodo: ci trasformeremmo in cittadini incapaci di rivendicare il rispetto dei nostri diritti perché inconsapevoli di averne.

È il sogno di ogni tiranno e il peggior incubo di ogni democrazia.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

Italia, il Governo vuole autoregolamentare la Rete

Stilata la bozza definitiva del codice di autodisciplina destinato agli operatori Internet italiani. Lo ha scritto il Ministro degli Interni. Obiettivo dichiarato: preservare la dignità dei cittadini.

Italia, il  Governo vuole autoregolamentare la Rete La “Bozza definitiva” del “Codice di autodisciplina a tutela della dignità della persona sulla rete Internet” è stato presentato agli operatori Internet dal ministro degli Interni Maroni e dal viceministro alle Comunicazioni Romani.

L’idea era stata avanzata da qualche mese (già a dicembre) dalla maggioranza, e rilanciata in concomitanza con il caso Vividown. Nel frattempo è stata cancellata la dicitura “Internet mi fido”, nome con cui era conosciuta l’iniziativa, ma l’intento è il medesimo: costituire una sorta di bollino per spazi online che funga da “garanzia di rispetto dei principi fondamentali della libertà” e “contro l’uso malevolo delle informazioni e dei contenuti diffusi”. Un modo per assicurare gli utenti che i contenuti non incitino “all’odio, alla violenza, alla discriminazione, ad atti di terrorismo, o che offendano la dignità della persona, o costituiscano una minaccia per l’ordine pubblico”, e conciliare “la salvaguardia della sicurezza pubblica, la dignità della persona e il suo diritto alla privacy e alla riservatezza”.

D’altronde, per il Governo italiano è “essenziale che sia assicurata da parte dei soggetti che vi operano, a titolo imprenditoriale o meno, un’azione di vigilanza sulla rete che renda possibile, a seguito delle segnalazioni opportunamente ricevute, un controllo ex-post dei contenuti, veicolati o ospitati, al fine di garantire la liceità degli stessi ed il pieno rispetto della dignità umana, il rifiuto di ogni forma di discriminazione”. E l’autodisciplina è ritenuto un mezzo efficace.

Il principio è quello del marchio di qualità comunemente usato, per esempio, per i prodotti agroalimentari: in quel caso si tratta, a grandi linee, di determinate caratteristiche e processi produttivi che vengono riconosciuti come indice di qualità di prodotto tale da meritare un bollino di garanzia (su cui vigila un Comitato di qualità) il quale viene costruito ad hoc per distinguere il bene dai concorrenti meno efficienti e agevolare così il consumatore nella scelta.

Dell’autoregolamentazione come alternativa ad un intervento diretto o strumento complementare alla legislazione tradizionale parla anche il Parlamento europeo, tra l’altro con una raccomandazione sotto forma di “Consiglio sul rafforzamento della sicurezza e delle libertà fondamentali su Internet”: la speranza per il Governo è che l’iniziativa italiana non rimanga un unicum, ma che altre realtà la seguano possibilmente creando un quadro di Internet di qualità a livello europeo che possa, meglio di un’ottica schiacciata sui confini nazionali, rappresentare un controllo realistico sui contenuti.

In Internet ciò si declina con diversi obblighi a carico dei soggetti che decideranno di aderirvi e la costituzione di un Comitato di Attuazione dl Protocollo, cui spetterà il compito di “definire le caratteristiche del logo identificativo del marchio di qualità” e concederne l’utilizzo agli aderenti vigilandone gli effettivi adempimenti e le modalità in cui verranno applicate. “I soggetti e le Associazioni di categoria – si legge nella bozza definitiva – firmatarie del presente Protocollo si impegnano ad applicare e far rispettare il Codice di Autodisciplina nell’ambito delle rispettive competenze”.

Per i Web service provider ciò significa l’obbligo di “rimuovere tempestivamente i contenuti illeciti adottando procedure che garantiscano l’effettività di tale tutela”, mettere a disposizione (chiaramente e direttamente) “un apposito link a modelli di segnalazione e di reclamo” e garantire la trasparenza in tutte queste operazioni in modo da escludere ipotesi di censura su segnalazioni non corrette. Inoltre loro compito sarà anche inserire le regole del Codice nelle condizioni generali sottoposte agli utenti.

Per gli access provider che decideranno di aderirvi, invece, il principale impegno è assicurare una “tempistica collaborazione con le autorità giudiziarie e le forze di polizia” qualora necessario.

L’adesione, i qualità di strumento di autoregolamentazione, resta volontario, ergo sarà il valore che gli attribuiranno utenti e operatori a garantirne il successo o decretarne la sconfitta. Nell’ultima riunione organizzata dal Governo che si è occupata del Codice erano presenti Microsoft e Google, ma mancavano altri importanti soggetti tra cui Facebook.

Via punto-informatico

eRepublik: il primo gioco strategico online sociale multigiocatore

eRepublik è un browser game strategico online italiano e multilingua, tra tutti i browser game che ormai Internet ci offre, pochi regalano l’opportunità di poter vivere una vita in un mondo contemporaneo e di plasmare il corso degli eventi in prima persona. Tra questi, eRepublik si colloca tra i più frequentati e innovativi, nonché tra i più facili da giocare, a differenza di altri browser game che occupano moltissimo tempo, qui bastano due click al giorno cioè 5/10 minuti soltanto.

Gli appassionati di simulatori di politica, economia o militari possono trovare in eRepublik pane per i loro denti. Senza accorgersene ci si ritrova a passare la giornata bramando la crescita di smisurati imperi industriali, progettando la più fine e ricercata manovra politica assieme al nostro partito per ottenere grandi risultati alle elezioni nazionali e, se siete amanti di geopolitica, sognando la nascita di imperi a scapito di altre nazioni.

Impersonando un normale cittadino, dopo aver scelto la nostra nazione e regione di partenza (entrambe aderenti al mondo reale in cui tutti viviamo), ci si ritrova catapultati in un titolo dall’interfaccia semplice ma fresca, nonché intuitiva e facile da gestire. La prima cosa da fare è trovare un lavoro, vagliando le proposte in tre diversi settori: manifattura, edilizia, o estrazione di materie prime.

Ogni giorno ci si guadagna la pagnotta col sudore della fronte e, al contempo, ci si allena per migliorare la nostra abilità militare. Inoltre, come detto poc’anzi, dopo aver accumulato abbastanza denaro il cittadino volenteroso può aprire una propria impresa: è possibile produrre armi per le guerre, vendere biglietti aerei per viaggiare, coltivare cibo da mangiare ( fondamentale per restare in vita, pena la morte), oppure costruire ospedali per i soldati feriti della battaglia e molte altre attività, dando allo stesso tempo lavoro ad altri cittadini.

L’imprenditore può gestire diversi aspetti della propria azienda: gli stipendi dei lavoratori, i prezzi dei propri prodotti, le licenze per venderli all’estero, e via di questo passo.

I giocatori hanno facoltà di unire i propri capitali per creare delle vere e proprie multinazionali, oltre che operare sul mercato dei cambi e far così fruttare al meglio i propri risparmi tramite speculazioni monetarie!

Nei ritagli di tempo è possibile leggere articoli sia italiani che stranieri, commentare le scelte di politica interna e estera del proprio governo, o anche tentare una carriera nell’Esercito per la difesa della patria! Oppure perché no! Vendersi al migliore offerente straniero come mercenari!

La comunità Italiana (qui il forum ufficiale eItaliano dove il congresso e il governo in carica si riuniscono) è vivace e piena di giocatori esperti e il dialogo e le occasioni di divertimento non mancano di certo, così come il confronto politico, che vede contrapposti due grandi partiti estremisti di destra (Aquila et Gladius) e di sinistra (Partito Comunista eItaliano), con tre outsider di prestigio quali l’apolitico e godereccio Movimento, il moderato di sinistra eItalia Dei Valori e il partito politico libero dei giovani eItaliani infatti non poteva che chiamarsi La Giovane eItalia.

Il sistema politico è uguale per tutte le nazioni e fondamentale per la gestione dello Stato, è basato su due organi eletti democraticamente da tutti i cittadini della nazione stessa:

Presidente eletto ogni giorno 5 del mese con elezioni apposite: ha il potere di proporre le guerre contro le altre nazioni, i trattati di pace e le alleanze con gli altri stati stranieri; è anche il Capo del Governo e può nominare altri giocatori come Ministri che si occupano dell’economia, della diplomazia internazionale, delle aziende dello Stato, come un vero e proprio governo reale.

Congresso eletto ogni giorno 25 del mese da tutti i cittadini: ha il potere di proporre il livello di tassazione, la stampa di moneta nazionale e la sfiducia al Presidente per sostituirlo; inoltre, i dibattiti si svolgono in un forum apposito e ogni proposta è votata dal Congresso a maggioranza. Per candidarsi ai vari ruoli elencati bisogna fare parte di un partito politico che tutti i cittadini possono fondare liberamente e al quale possono dare un simbolo e un’ideologia. Inoltre, è possibile pubblicizzare il partito con appositi annunci elettorali.

La situazione attuale in eItalia è critica, mesi fa abbiamo attaccato la Spagna per cercare di riuscire a liberare alcune regioni francesi (visto che Polonia e Spagna hanno invaso completamente la francia nostra alleata storica) senza molto successo però, adesso ci stiamo organizzando per sferrare un attacco a sorpresa alla Polonia però per poter riuscire in questa impresa abbiamo bisogno di un “BabyBoom” cioè un aumento di popolazione che ci permetta questo attacco e ci consenta di liberare la Francia.

Il punto forte di eRepublik, al di là della libertà che hanno i giocatori nella scelta della propria carriera, è l’interattività fra gli utenti: per poter diventare Presidente bisogna farsi votare da altri cittadini con la forza delle proprie idee; per avviare una ditta di successo serve avvalersi di lavoratori fidati; per esercitare con profitto la professione di giornalista bisogna avere dei lettori che votino i suoi articoli; per la difesa della propria Nazione, bisogna essere uniti in un Esercito infatti esiste anche l’EI (Esercito eItaliano) in eRepublik.

Nel mondo di eRepublik ogni nazione ha la propria storia con i suoi personaggi storici e alcuni leggendari, per esempio l’eItalia ne ha una che sembra un romanzo storico, qui in questa wiki troverete alcuni cenni sulla Storia d’eItalia di eRepublik e se siete curiosi iscrivetevi al gioco e andate a leggere gli archivi dei giornali scritti dai cittadini più anziani.

Il singolo non fa la differenza, insomma l’interazione con gli altri giocatori è fondamentale in tutti gli aspetti che coinvolgono la vita digitale in eRepublik.

Inoltre il browser in game è in continuo aggiornamente implementando sempre nuove novità sia al gioco che a livello sociale, ultima novità il tasto Facebook Connect che permette di sincronizzare e ricevere notifiche, aggiornamenti sul proprio account in Facebook (tipo quanto si riceva una medaglia o si diventa presidente di nazione ecc…), in questi mesi o forse a settimane gli admin di eRepublik hanno promesso pure nuovi moduli economici e militari con importantissime novità.

via ilarialab

Cassandra Crossing/ Pedoterropirati, censurati

febbraio 15, 2010 Lascia un commento

Come ormai moltissimi sanno, a seguito di una sentenza della Corte di Cassazione italiana, The Pirate Bay è stato nuovamente censurato, anzi per dirla in termini legali “sequestrato”.

Infatti la censura in quanto tale non sarebbe bastata a giustificare l’intervento della magistratura, che ha invece più ampie possibilità di intervento in materia di sequestri. Infatti prima della sentenza il sequestro era inteso solo come blocco di beni materiali, non applicabile ad un’oggetto immateriale come un sito web, che non è nemmeno censurabile non essendo soggetto alle leggi sull’editoria perché fuori dal territorio italiano.

Mi perdonino gli avvocati per la sequenza di approssimazioni e banalizzazioni delle due frasi precedenti, ma è stato necessario sintetizzare all’estremo per introdurre i tre punti che seguono.

Punto primo: la sentenza sull’ammissibilità dei sequestri di siti attuati mediante sovversione dell’infrastruttura di Internet in Italia sblocca altri importanti processi con caratteristiche analoghe. Quelli già in corso, che erano stati sospesi ed ora sono stati sbloccati dalla sentenza, per la loro portata causeranno azioni di censura sulla Rete italiana molto, molto più grandi di quella di “The Pirate Bay” o di quella a favore di AMS e contro i siti di gambling esteri.
Non si tratta di “possibilità”, ma di assoluta certezza.

Punto secondo: contro i “pirati” sono state usate le attrezzature “cinesi”, che bloccano non solo i DNS ma addirittura gli indirizzi IP, inserite per obbligo di legge dagli ISP italiani come conseguenza del decreto istitutivo del “Centro Nazionale di Contrasto alla Pedopornografia”. È un uso per scopi che niente hanno a vedere con questa materia, trattandosi invece di operazioni di censura dirette contro i soggetti più svariati che siano sottoposti a procedimenti giudiziari. Era un fatto facilmente prevedibile e da tempo previsto da chi si occupa di “diritti digitali”: una previsione così facile che anche i votanti del Big Brother Award dell’anno scorso l’avevano annunciato a voce alta.

Punto terzo: l’arma della censura della Rete italiana, il cui uso è ormai alla portata di moltissimi tipi di azione giudiziaria, e che si estenderà “naturalmente” a macchia d’olio a colpire le realtà più scomode e vulnerabili della Rete, attende un ulteriore tassello per trasformarsi in un meccanismo orwelliano senza scampo.
Si tratta della creazione, da più parti proposta con nomi diversi, di una “Autorità indipendente” di controllo sulle attività della Rete: se questo avvenisse, il filtro della Magistratura (entro ampi limiti “virtuoso” e garantista) verrebbe completamente rimosso, e la leva della censura della Rete italiana finirebbe direttamente in mano all’esecutivo e alle lobby rappresentate nella “Autorità” stessa.

Per i primi due punti non c’è più niente da fare, se non ribadire uno sconsolato “ve l’avevamo detto, è colpa vostra che non avete fatto niente, anzi che ve ne siete completamente fregati”. Può forse servire ricordare a chi a questo punto provasse un senso di colpa che aprire nuovi nodi Tor, specialmente di tipo “relay”, può contribuire a ridurre l’efficacia di queste operazioni di censura “cinese” della Rete italiana. Visto infatti che persino la stampa generalista ha definito lodevole questa operazione per promuovere i diritti civili in Cina, logica vuole che sia altrettanto lodevole farlo anche in Italia contro lo stesso tipo di censura. O no?

Per il terzo invece i giochi sono ancora da fare, e ci sono anche delle elezioni di mezzo. Può qui servire ribadire per l’ennesima volta il concetto che se il contrasto di questa attività non lo chiederanno a gran voce ed in maniera partecipativa gli elettori, non c’è speranza di evitare questa ulteriore catastrofe democratica?

Perché siete ancora qui a leggere? Muovetevi!
di Marco Calamari (punto-informatico)

I pirati sbarcano in Europa

giugno 9, 2009 2 commenti

La condanna della crew di The Pirate Bay? Per il Piratpartiet (“Partito Pirata”) svedese è stata solo l’inizio di un’avventura che continua, inconcepibile solo fino a poche settimane fa: il Piratpartiet fa politica per difendere gli interessi della sterminata sequela di utenti del file sharing, che d’ora in poi potranno contare (per la Svezia ma non solo) su loro diretti rappresentati seduti nel parlamento di Strasburgo.

Il Piratpartiet non ha vinto ma ha stravinto le elezioni europee svedesi: la forza politica pro-file sharing aveva già conosciuto un aumento vertiginoso di membri in seguito alla sentenza del caso TPB, e ora le autorità del paese certificano non solo che essa ha superato la soglia di sbarramento del 4% (necessaria per conquistarsi il diritto di avere un rappresentante) ma che ha raggiunto un incredibile 7,1% dei voti, battendo altri partiti politici caratterizzati da ben altra storia e periodo di formazione.

Tali partiti dovranno però rassegnarsi al fatto che con queste elezioni il Piratpartiet ha fatto la sua storia: fondato solo tre anni fa, tra lo scetticismo di molti e l’ilarità di alcuni il Partito Pirata è riuscito a conquistarsi il seguito delle giovani generazioni, a cui i vecchi politici “hanno strappato via lo stile di vita bit per bit” come dice il leader della formazione Rick Falkvinge, entusiasta per la vittoria. Il 7,1% dei voti (ottenuto da un’affluenza alle urne del 43%) significa aver conquistato 200mila preferenze totali, un numero a dir poco impressionante se confrontato ai poco meno che 35mila voti ottenuti nel 2006.

[Uno dei 18 seggi[http://www.elections2009-results.eu/it/sweden_it.html]] parlamentari che spettano alla Svezia verrà dunque assegnato al Piratpartiet e, come già fece in occasione delle manifestazioni pro-TPB organizzate a Stoccolma il giorno successivo alla condanna, Falkvinge dichiara battagliero di avere un’agenda politica esplosiva, che include il contrasto all’azione di lobby dell’industria dei contenuti sino alla depenalizzazione dell’utilizzo del file sharing per uso privato.

Il risultato del Piratpartiet si mostra ancora più significativo se si considera che il corrispondente movimento con base in Germania di voti ne ha presi solo l’1%, un tetto considerato “soddisfacente” dagli interessati (presentatisi per la prima volta a una competizione elettorale) e che quantomeno permette loro di accedere ai contributi governativi per meglio organizzarsi per la prossima occasione. Il Partito Pirata svedese ha stravinto nonostante il mancato appoggio ufficiale della crew di TPB, con Peter “Brokep” Sunde che ha persino espresso la propria preferenza per il partito dei Verdi snobbando il Piratpartiet.

Con o senza l’appoggio della Baia, a ogni modo, i Pirati navigano in Europa con il vento in poppa. Le istanze del Piratpartiet potrebbero non avere molte speranze di dettare l’agenda del parlamento e della commissione della UE. Ma una voce diversa si leverà fra coloro che reggono il Vecchio Continente.

Fonte: punto-informatico

Il Partito Pirata svedese potrebbe ottenere un seggio al Parlamento Europeo

maggio 5, 2009 1 commento


Come sicuramente saprete, a breve si voterà per il rinnovo del Parlamento Europeo. Un recente sondaggio mostra che lo svedese Partito Pirata potrebbe riuscire ad ottenere un seggio a Strasburgo. La sentenza di condanna contro The Pirate Bay ha comportato una gran pubblicità per la formazione politica, aumentandone la popolarità, a prescindere dal fatto che la Baia e il partito non siano ufficialmente legati l’uno all’altra.
In questo momento, in Svezia, il Partito Pirata è la seconda formazione politica più popolare tra gli elettori con età compresa tra i 18 e i 30 anni e il quotidiano svedese DN.se prevede una percentuale di voti intorno al 5.1% alle prossime consultazioni elettorali, sufficiente per ottenere un seggio. Certo, è un voto di minoranza (per essere generosi), ma un pirata vero sa come tenere duro.

Fonte: gizmodo

L’hiroshima è vicina

Il Dipartimento della Difesa Usa dà ragione al blog. Nel 2005 scrissi che a Ghedi Torre e ad Aviano c’erano novanta testate nucleari americane. Potenza distruttiva pari a 900 volte Hiroshima. Dissi nel mio spettacolo Reset che il livello di sicurezza del sito di Ghedi era inesistente. La televisione svizzera mostrò un gruppo di ragazzi entrato nella base a fare un picnic dimostrativo senza alcun problema. La sicurezza intervenne quasi mezz’ora dopo. Nel caso di un attentato le bombe contenute a Ghedi farebbero sparire l’Italia del Nord insieme a parte dell’Europa Centrale. Il federalismo della Lega sarebbe finalmente realizzato. Il rapporto riservato dell’Air Force è stato pubblicato dalla Federazione degli scienziati americani (FAS).
Il rapporto è stato ordinato da Roger Brady, comandante dell’Air Force in Europa, dopo che un B52 trasportò per errore sei testate atomiche sorvolando gli Stati Uniti. Nel rapporto si legge: “problemi di edifici di supporto, alle recinzioni dei depositi, all’illuminazione e ai sistemi di sicurezza, a guardia dellle basi vi sono soldati di leva con pochi mesi di addestramento”.
Anna Maria Guarneri, sindaco di Ghedi, è sorpresa. “Ora (ORA?) si indica che nella base del mio centro ci sono bombe atomiche”. La bella addormentata.
In questa situazione di emergenza nazionale (che cosa è infatti emergenza se non la possibile scomparsa dalla cartina geografica dell’Italia?) La Russa e l’ambasciatore USA Ronald Spogli insistono perchè sia allargata la base di Vicenza. Nonostante la sospensione dei lavori a seguito dell’ordinanza del Tar del Veneto. La Russa: “Questa decisione non ci turba. Gli impegni con gli alleati saranno mantenuti”. Spogli:”Le truppe USA di ritorno dalle missioni in Afghanistan si eserciteranno a Vicenza con i soldati italiani che si preparano a intervenire nelo stesso teatro”.
Perchè siamo in Afghanistan? Perchè abbiamo novanta bombe atomiche americani sotto il culo? I discendenti di Mussolini sono i primi ad aver abdicato alla sovranità nazionale. I leghisti vogliono essere padroni a casa loro, ma con le bombe e le basi degli altri e l’esercito per le strade.
Fuori le bombe atomiche dall’Italia. Fuori gli italiani dalla guerra in Afghanistan.
A ottobre ci sarà un referendum a Vicenza contro l’allargamento della base. Io ci sarò.

Fonte: Blog Grillo