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Cassazione: modificare le console è reato

giugno 26, 2010 1 commento

Confermando una precedente sentenza del 2007, la Corte di Cassazione ribadisce l’illiceità di tutti i dispositivi che aggirano o rimuovono le protezioni delle console da gioco. Si preannunciano tempi duri per i venditori di modchip

All’inizio della settimana la terza sezione penale della Corte Suprema di Cassazione ha reso pubbliche le motivazioni in base alle quali, lo scorso maggio, aveva annullato con rinvio una decisione del Tribunale di Firenze in merito ai cosiddetti “modchip” e, più in generale, alle modifiche per le console da gioco. Il tribunale toscano aveva annullato il decreto di convalida di sequestro emesso dal PM a carico di due rivenditori di console da gioco, ritenendo che le attività commerciali poste in essere da queste società, e correlate alla modifica delle console, non rientrassero nei reati contemplati dall’articolo 171-ter della legge sul diritto d’autore.

Il deposito delle motivazioni ha confermato quanto precedentemente espresso dalla Corte di Cassazione con pronuncia del 25 maggio 2007, quando era stata affermata l’illiceità dei dispositivi che hanno come scopo la rimozione o l’elusione delle misure tecnologiche di protezione dei videogiochi. In particolare, la Suprema Corte ha stabilito che le misure di protezione utilizzate nel settore videoludico possano essere tutelate contro la rimozione e l’elusione anche se le stesse sono apposte non solo sulle opere da proteggere (i videogiochi), ma anche sugli apparati destinati alla loro fruizione (console). Il PM ha paragonato questo modello al concetto di “chiave-serratura”, dove ciascuno dei due elementi è essenziale per il corretto funzionamento del sistema di protezione.

La Cassazione ha inoltre ribadito, in opposizione a quanto aveva espresso il Tribunale di Firenze, che alle modifiche dev’essere necessariamente riconosciuta la prevalente finalità di eludere le misure di protezione legittimamente apposte dai produttori: di conseguenza, modchip e modifiche in genere vanno considerate in violazione dell’articolo 102-quater della legge sul diritto d’autore.

Infine, i giudici della Corte Suprema hanno respinto la richiesta con cui la difesa avrebbe voluto rimettere il ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione, con la finalità di risolvere l’attrito tra la decisione del Tribunale del Riesame di Firenze e la precedente sentenza della Cassazione. I magistrati della Cassazione hanno spiegato che “la rimessione alle Sezioni Unite sia prevista unicamente per le questioni che abbiano o possano dar luogo ad un contrasto giurisprudenziale e nella specie non vi sono ragioni di contrasto con l’orientamento in precedenza affermato che, anzi, va in questa occasione ribadito”.

All’inizio dell’anno Sony Computer Entertainment Europe e AESVI (Associazione Editori Software Videoludico Italiana) avevano presentato delle memorie difensive tese a dimostrare che le conclusioni a cui era giunto il Tribunale di Firenze erano erronee. Quest’ultima associazione, che in Italia afferma di rappresentare il 90% dei produttori di piattaforme e di software videoludici, ha definito l’ultima sentenza della Cassazione “una vittoria su tutti i fronti per l’industria dei videogiochi”.

“Questo procedimento rappresentava un importante campo di prova per la lotta alla pirateria nel mercato dei videogiochi e in particolare alla pratica delle modifiche alle console che purtroppo è largamente diffusa in Italia” ha commentato Gaetano Ruvolo, presidente di AESVI. “Per questo non possiamo che essere soddisfatti delle conclusioni raggiunte dalla Corte di Cassazione e della coerenza rispetto al suo precedente orientamento in materia. Con questa sentenza è stato riaffermato con forza un importante principio di diritto e confermato il valore della proprietà intellettuale per un settore, come quello videoludico, che vede nella creatività e nell’innovazione la chiave del suo successo presente e futuro”.

Vale la pena specificare che con il termine di “modifica” si identifica un’ampia gamma di dispositivi atti ad aggirare i sistemi di protezione delle console da gioco: i più noti sono i modchip, disponibili per buona parte delle console in commercio, e le flashcart per Nintendo DS, entrambi di natura hardware. Esistono poi anche modifiche che intervengono esclusivamente sul firmware (BIOS) di una console.

Via punto-informatico

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Body scanner: per tutti, o per nessuno

di G. Scorza (punto-informatico)  – Ovvero quando sicurezza non fa rima con riservatezza. La Commissione Europea interviene sul tema: per tentare di arginare le fughe in avanti di cui proprio l’Italia pare protagonista.

Videosorveglianza à gogo nelle nostre città, body-scanner negli aeroporti e nelle stazioni, tecnologia RFID per accedere negli stadi, acquisizioni di massa dei dati personali relativi alla navigazione degli utenti per combattere la pirateria audiovisiva, impronte digitali sui passaporti e dati biometrici per vigilare sugli accessi a banche ed istituti di credito. Siamo in uno scenario che si avvia superare quello delineato – all’epoca con uno straordinario sforzo di immaginazione – da George Orwell in 1984.

Intendiamoci, questo non significa che l’utilizzo della tecnologia per rendere sempre più sicura la vita nelle nostre città, sugli aerei o sui treni, sia un obiettivo da accantonare o da non perseguire con convinzione e determinazione: ma, certo, guardandosi attorno sorge il sospetto che – con la sola importante eccezione del famigerato DDL intercettazioni – negli ultimi tempi, nelle scelte politiche, l’esigenza di sicurezza abbia sempre avuto la meglio e che, forse, non sempre la valutazione comparativa ed il bilanciamento tra sicurezza e privacy siano stati compiuti con l’attenzione e la puntualità che avrebbero meritato.

Il massiccio utilizzo dei body scanner nei nostri aeroporti e stazioni cui il ministro Maroni ha annunciato di voler dar corso nei prossimi mesi rappresenta, probabilmente, il più recente episodio sintomatico di questa tendenza. Al riguardo, pur rifuggendo da ogni allarmismo ingiustificato, credo che un po’ di costruttiva preoccupazione e diffidenza sia opportuna e necessaria perché sussiste il rischio che, altrimenti, si perda progressivamente la consapevolezza e la coscienza di essere titolari di un diritto alla privacy ed alla riservatezza e, soprattutto, si perda la capacità di apprezzarne il valore: finiremo tutti con il pensare che le esigenze di sicurezza siano ontologicamente – verrebbe quasi da dire “naturalisticamente” – sovraordinate rispetto ai diritti della personalità.

Non è così e ciò risulta evidente sol che si rifletta, più da vicino, all’episodio, appena richiamato. In tutto il mondo, dopo l’11 settembre, si è iniziato a guardare con insistenza e determinazione crescente a soluzioni più efficaci per garantire maggiori livelli di sicurezza nel trasporto aereo rispetto al rischio di attentati terroristici. In nome di questa preoccupazione, le nostre abitudini di vita, in occasione di ogni spostamento aereo – per lavoro o per diletto, nazionale, internazionale o intercontinentale – sono prepotentemente cambiate: abbiamo accettato con rassegnazione l’idea che le nostre borse siano passate ai raggi-x e talvolta ispezionate da mani sconosciute, abbiamo (più o meno) compreso l’esigenza che quelle stesse mani corrano lungo i nostri corpi dopo ogni beep di troppo del metal detector, abbiamo accettato l’idea di toglierci giacche, maglioni, cinte e talvolta scarpe e stivali prima di salire su un aereo, ci siamo rassegnati a viaggiare con micro-confezioni di dentifricio e medicinali e soprattutto a condividere con gli altri passeggeri in fila – quasi si trattasse di amici, familiari o compagni di scuola – ogni frammento della nostra identità e intimità celato nei nostri bagagli o sotto i nostri indumenti.

Lo abbiamo fatto perché ci è stato chiesto – o meglio imposto – mentre eravamo ancora tutti sconvolti e storditi da una tragedia con pochi precedenti nella storia dell’umanità. L’emozione ha avuto la meglio sulla ragione e nessuno – o solo qualcuno – si è fermato a domandarsi se quei controlli valessero davvero a scongiurare il rischio che altre tragedie si ripetessero. Credo non sia facile dire cosa avremmo risposto se fossimo stati interpellati, ma confesso che me lo chiedo ogni volta che preparo il mio bagaglio sentendomi costretto a pensare che altri, da me non invitati ed a me sconosciuti, ci guarderanno dentro e proveranno – coscientemente o inconsciamente – a ricostruire frammenti della mia identità partendo dalle cose che porto con me. Dopo anni e centinaia di viaggi, il fatto di non aver nulla da nascondere, non basta a tacitare l’inquietudine che questa forzosa condivisione della mia intimità mi procura.

Negli ultimi anni, sulla scia della stessa ricerca di livelli di sempre maggior sicurezza, in tutto il mondo – incluso il nostro Vecchio Continente – si è iniziato ad interrogarsi sulla possibilità ed opportunità di rispondere a tale esigenza attraverso l’utilizzo dei body scanner, strumenti di video-perquisizione in grado di spogliarci completamente agli occhi di chi è dietro lo schermo senza toccare i nostri vestiti. Apparecchi di questo genere sono attualmente in uso in via sperimentale in molti aeroporti USA ed in alcuni aeroporti europei, tra i quali quelli italiani di Roma, Milano e Venezia. Le istituzioni dell’Unione Europea – benché abbiano avviato una seria e profonda riflessione sull’argomento da oltre due anni – tuttavia non sono ancora giunte ad una conclusione circa l’effettiva utilità ed opportunità di far ricorso a tali strumenti e, da ultimo, proprio il 15 giugno scorso la Commissione, in una comunicazione al Consiglio ed al Parlamento, ha evidenziato tutte le proprie perplessità e manifestato l’esigenza di ulteriori approfondimenti prima di assumere qualsivoglia decisione.

Uno degli interrogativi più rilevanti che la Commissione propone nella Comunicazione concerne proprio la possibilità di contemperare l’utilizzo di tali strumenti con l’insopprimibile esigenza di garantire un adeguato livello di tutela alla dignità umana ed al diritto alla privacy dei passeggeri. In tale prospettiva la Commissione rileva, innanzitutto, come prima di accettare l’idea di un’ulteriore compressione del diritto alla privacy dei cittadini europei sia indispensabile acquisire elementi – scientifici e non emozionali – relativi all’effettiva utilità dei body scanner ed all’impossibilità di ottenere analoghi risultati in termini di sicurezza attraverso il ricorso a mezzi o processi meno invasivi della privacy.

In questo contesto, peraltro, la Commissione evidenzia anche l’esigenza che ogni decisione circa il ricorso ai body scanner venga assunta a livello europeo, in quanto un’eventuale frammentazione del quadro normativo nei diversi Paesi membri finirebbe con l’indebolire il sistema di sicurezza complessivo, rendendo, per questa via, inutile, il sacrificio della dignità e della privacy dei cittadini di quegli Stati che – soli o per primi – decidessero di diffondere l’utilizzo di tali dispositivi.

La Commissione Europea, nella stessa comunicazione, inoltre – facendo tesoro delle indicazione ricevute negli ultimi anni dal Gruppo dei Garanti art. 29 e dagli altri organismi europei coinvolti negli studi avviati, individua tutta una serie di accorgimenti che, soli, appaiono in grado di garantire un accettabile contemperamento tra il ricorso ai body scanner ed il rispetto della dignità umana e degli altri diritti fondamentali della personalità.
Ecco tali accorgimenti:

1- l’operatore addetto alle analisi delle immagini deve lavorare da remoto e non disporre di alcuna possibilità di vedere la persona cui le immagini si riferiscono;
2- né l’operatore né terzi devono poter collegare in alcun modo le immagini acquisite all’identità della persona osservata;
3- il body scanner deve restituire un’immagine complessiva della persona corrispondente ad una sagoma ed il dettaglio dei soli “oggetti potenzialmente pericolosi” che questa porta con se;
4- nell’ipotesi in cui il body scanner consenta l’acquisizione di immagini di dettaglio, l’operatore al terminale deve essere dello stesso sesso della persona osservata;
5- la comunicazione tra l’operatore al terminale e l’operatore che eventualmente sia chiamato ad intervenire per la ricerca di oggetti sospetti deve essere limitata alle sole informazioni effettivamente utili a tal fine;
6- i dispositivi body scanner devono essere “privacy by design” ovvero essere progettati e realizzati, tenendo nel debito conto le esigenze di tutela della privacy dei passeggeri e, ad esempio, in tale contesto non devono consentire, in alcun modo, la registrazione e/o la stampa delle immagini acquisite almeno in relazione a quei passeggeri che non risultino in possesso di oggetti pericolosi;
7- i passeggeri devono essere puntualmente e tempestivamente informati circa i soggetti che procederanno all’acquisizione delle immagini, la natura, qualità e quantità delle immagini acquisite, le modalità di trattamento nonché la durata della conservazione di tali immagini.

Si tratta di accorgimenti che appaiono insuscettibili di limitare l’efficacia dei body scanner e che, per contro, sembrano importanti al fine di attenuare l’importante sacrificio al diritto alla privacy dei cittadini che, qualora si optasse effettivamente, per un’adozione diffusa di tali dispositivi, si produrrebbe.

Sono, peraltro, indicazioni coerenti a quelle che l’Ufficio del Garante sembra aver dato al Ministro Maroni ed appare, pertanto, opportuno che quest’ultimo – anche qualora decida di attuare i propositi annunciati – vi si adegui, apprezzandone lo sforzo di contemperamento di contrapposte esigenze piuttosto che interpretandole come “fastidiosi” limiti al perseguimento di un obiettivo di sicurezza assoluta che, come ben sanno gli esperti, può al massimo rappresentare un’ambizione ma mai costituire un effettivo punto di arrivo.

A prescindere da tale considerazione, sembra peraltro importante che il Governo resista alla tentazione di inseguire il futile primato del primo Paese ad adottare questa tecnologia e, quindi, astrattamente più sicuro: si interroghi piuttosto – come suggerito dalla Commissione Europea – sull’utilità di fregiarsi di un “titolo” di questo genere, mentre si è circondati da Paesi che, in ipotesi, potrebbero ritenere che la privacy e la libertà di movimento dei loro cittadini valga di più del beneficio – magari stimato come modesto – perseguibile in termini di sicurezza, ricorrendo ad un’adozione diffusa dei body scanner.

Ha davvero senso chiedere ad un cittadino di lasciarsi spogliare ogni volta che decolla da un aeroporto italiano o prende un treno in una nostra stazione, nella speranza di intercettare qualche terrorista distratto o che non legga i giornali, quando poi sulla strada del ritorno – in atterraggio da un aeroporto o in arrivo da una stazione straniera – quello stesso cittadino ed i suoi compagni di viaggio non verrebbero sottoposti ad analoghi controlli?

Credo si sia dinanzi alla più classica – nel metodo e non nel merito – delle scelte politiche e non sono capace, né ritengo, di proporre alcuna indicazione. Ad un tempo, però, non so sottrarmi all’esigenza di segnalare che il rischio elevato che il nostro Paese sta correndo è quello di far perdere ai cittadini la coscienza e consapevolezza del proprio diritto alla privacy, della propria dignità e dei propri diritti fondamentali. Si tratterebbe di un processo involutivo di carattere sociologico prima ancora che giuridico, irreversibile nel breve periodo: ci trasformeremmo in cittadini incapaci di rivendicare il rispetto dei nostri diritti perché inconsapevoli di averne.

È il sogno di ogni tiranno e il peggior incubo di ogni democrazia.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

Maroni: body scanner nelle stazioni

A partire dal prossimo luglio terminerà la fase sperimentale. Da lì, gli scanner millimetrali dovrebbero fare la loro comparsa in tutti i luoghi a rischio terrorismo.

“Appena sarà conclusa l’attuale fase di sperimentazione prenderemo una decisione. Speriamo di poterli installare progessivamente in tutti gli aeroporti italiani, così come in tutti luoghi potenzialmente a rischio, lì dove è possibile provocare un’esplosione. In primo luogo nelle stazioni ferroviarie”.

Parola dell’attuale ministro dell’Interno Roberto Maroni, intervenuto di recente nel corso della presentazione del primo rapporto sul terrorismo internazionale curato dalla Fondazione ICSA. I tanto discussi body scanner potrebbero dunque fare la loro apparizione anche nelle stazioni ferroviarie del Belpaese, a partire dalla fine del prossimo luglio.

Sarà infatti entro luglio che la fase di sperimentazione avrà fine, dopo il rinvio suggerito dal Garante per la Privacy che aveva mosso delle critiche circa l’algoritmo di analisi interno alle macchine implementate in tre aeroporti italiani.

“Abbiamo chiesto alle società produttrici di modificare questo algoritmo – ha spiegato Maroni – per far sì che la visione della persona sia completamente anonima. Ma questo ha reso meno efficace l’azione di allerta e adesso stiamo lavorando per trovare il giusto equilibrio”.

Il ministro ha poi sottolineato come nell’attuale fase di sperimentazione ci siano “macchine diverse, in modo da valutare quale sia la migliore, la meno invasiva e la più sicura nell’evidenziare il trasporto sul corpo di sistemi che possono essere innescati per esplosioni”.

Ma Maroni è tuttavia convinto che gli attuali sistemi funzionino, sia come deterrente che come tecnica di individuazione di quelle sostanze pericolose che sfuggono ai tradizionali metal detector. Mentre Alfredo Siani, presidente uscente della Società Italiana di Radiologia Medica (SIRM), ha rassicurato i cittadini sui possibili effetti nocivi alla salute derivanti dall’esposizione agli scanner millimetrali.

“La tecnologia impiegata ad esempio nell’aeroporto di Fiumicino in particolare – ha spiegato Siani – è la più sicura per la salute, poichè si basa su un sistema a onde radio. L’esposizione alle onde durante il controllo è di 10mila volte inferiore a quella derivante da una chiacchierata al cellulare”.

“I body scanner a onde millimetriche, da un punto di vista medico, non creano nessun danno alla salute – ha poi aggiunto Francesco Fedele, ex-presidente della Società italiana di cardiologia (Sic) – Andrebbero però vietati ai portatori di peacemaker. Per loro sì che potrebbero esserci dei rischi”.

Via punto-informatico

iPad, l’iD-Day

Nessun ostacolo per la tavoletta Apple: Giappone, Canada e Europa si mettono in fila. Mentre i produttori di contenuti pensano a come riempirlo per renderlo veramente utile.

Esordio internazionale del’atteso iPad: Italia, Giappone, Francia, Canada, Spagna, Svizzera, Australia, Germania e Regno Unito stanno in queste ore spacchettando ufficialmente i primi tablet di Apple. E gli osservatori concordano nel ritenerlo un clamoroso successo.

Anche in Gran Bretagna, Australia, Giappone e Italia si è assistito alle file che hanno caratterizzato il lancio statunitense. A Londra, tra i primi clienti a sfoggiare la tavoletta, anche la coppia di sposi più alta del mondo: vestiti da cerimonia, le altezze sono state applaudite dai commessi e dagli astanti. Forse in un’operazione commerciale da Guinness dei primati che su iPad arriva con una propria applicazione.

A parte tali elementi di colore, con le che file hanno sempre caratterizzato l’uscita di nuovi prodotti con la Mela prendendo ormai la forma di un rituale pagano, i numeri sono tutti a favore di Cupertino, che già per l’alta domanda statunitense e il livello dei preordini aveva dovuto rinviare di un mese il lancio internazionale del prodotto.

I modelli ordinati in anticipo erano in parte già arrivati nelle mani degli utenti, con qualche ora di anticipo sia rispetto alla data ufficiale sia, con buona pace degli utenti, all’avvio delle connessioni 3G predisposte dalle compagnie.

Ottimi risultati anche in Giappone, dove iPad rischia di mettere in crisi i sentimenti nazionali di superiorità nel campo dei prodotti tecnologici: le prenotazioni sono state talmente elevate che Softband, il carrier a cui è abbinato in esclusiva, ha dovuto interrompere gli ordini appena tre giorni dopo il loro inizio. Anche i produttori di videogiochi Konami e Capcom stanno sviluppando versioni dei loro titoli di maggior successo, Metal Gear Solid e BioHazard, per il tablet touch di Apple.

Ora che ce l’hanno fra le mani, gli utenti potranno decidere come utilizzarlo. Giuseppe Granieri parla per l’Italia di iPad come mangia-ereader: visto soprattutto come l’hype per la tavoletta sia coinciso con quello per gli ebook.

Proprio tenendo d’occhio tale utilizzo le testate Rcs Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport, così come Repubblica, La Stampa ma anche magazine fra cui quelli del Gruppo Edizioni Master hanno preparato applicazioni ad hoc per sfruttare il nuovo mezzo.

L’applicazione di una rivista, Wired, d’altronde, è tra le più acquistate tra quelle a pagamento: disponibile da un giorno è già stata scaricata più di 24 mila volte (per un incasso complessivo di 120mila dollari, il 30 per cento del quale destinato a Apple). Gli osservatori non appaiono però eccessivamente entusiasti delle novità introdotte con la possibilità di advertising multimediale e le altre opzioni aperte dal mezzo.

Allo stesso modo, come già aveva fatto Kindle, Barnes&Noble ha presentato la sua applicazione che rende compatibili e interscambiabili i contenuti del suo Nook sul tablet di Apple. Avrà le stesse funzionalità di sincronizzazione con i volumi letti su altri apparecchi (proprio come l’applicazione Kindle) e un’opzione particolare che permette di prestare un ebook ad un amico per un periodo di 14 giorni.

Capitolo Flash: Time Warner e NBC Universal hanno dichiarato che non spenderanno tempo e soldi per convertire le loro librerie per bypassare Flash. Al contrario il New York Post ha annunciato di aver iniziato tale conversione.

Intanto dalla Cina sono pronti con il primo clone: iPed, in vendita in Giappone ad appena 105 dollari è lievemente più pesante dell’originale, utilizza Android e monta un chip Intel.

Via punto-informatico

Italia, il Governo vuole autoregolamentare la Rete

Stilata la bozza definitiva del codice di autodisciplina destinato agli operatori Internet italiani. Lo ha scritto il Ministro degli Interni. Obiettivo dichiarato: preservare la dignità dei cittadini.

Italia, il  Governo vuole autoregolamentare la Rete La “Bozza definitiva” del “Codice di autodisciplina a tutela della dignità della persona sulla rete Internet” è stato presentato agli operatori Internet dal ministro degli Interni Maroni e dal viceministro alle Comunicazioni Romani.

L’idea era stata avanzata da qualche mese (già a dicembre) dalla maggioranza, e rilanciata in concomitanza con il caso Vividown. Nel frattempo è stata cancellata la dicitura “Internet mi fido”, nome con cui era conosciuta l’iniziativa, ma l’intento è il medesimo: costituire una sorta di bollino per spazi online che funga da “garanzia di rispetto dei principi fondamentali della libertà” e “contro l’uso malevolo delle informazioni e dei contenuti diffusi”. Un modo per assicurare gli utenti che i contenuti non incitino “all’odio, alla violenza, alla discriminazione, ad atti di terrorismo, o che offendano la dignità della persona, o costituiscano una minaccia per l’ordine pubblico”, e conciliare “la salvaguardia della sicurezza pubblica, la dignità della persona e il suo diritto alla privacy e alla riservatezza”.

D’altronde, per il Governo italiano è “essenziale che sia assicurata da parte dei soggetti che vi operano, a titolo imprenditoriale o meno, un’azione di vigilanza sulla rete che renda possibile, a seguito delle segnalazioni opportunamente ricevute, un controllo ex-post dei contenuti, veicolati o ospitati, al fine di garantire la liceità degli stessi ed il pieno rispetto della dignità umana, il rifiuto di ogni forma di discriminazione”. E l’autodisciplina è ritenuto un mezzo efficace.

Il principio è quello del marchio di qualità comunemente usato, per esempio, per i prodotti agroalimentari: in quel caso si tratta, a grandi linee, di determinate caratteristiche e processi produttivi che vengono riconosciuti come indice di qualità di prodotto tale da meritare un bollino di garanzia (su cui vigila un Comitato di qualità) il quale viene costruito ad hoc per distinguere il bene dai concorrenti meno efficienti e agevolare così il consumatore nella scelta.

Dell’autoregolamentazione come alternativa ad un intervento diretto o strumento complementare alla legislazione tradizionale parla anche il Parlamento europeo, tra l’altro con una raccomandazione sotto forma di “Consiglio sul rafforzamento della sicurezza e delle libertà fondamentali su Internet”: la speranza per il Governo è che l’iniziativa italiana non rimanga un unicum, ma che altre realtà la seguano possibilmente creando un quadro di Internet di qualità a livello europeo che possa, meglio di un’ottica schiacciata sui confini nazionali, rappresentare un controllo realistico sui contenuti.

In Internet ciò si declina con diversi obblighi a carico dei soggetti che decideranno di aderirvi e la costituzione di un Comitato di Attuazione dl Protocollo, cui spetterà il compito di “definire le caratteristiche del logo identificativo del marchio di qualità” e concederne l’utilizzo agli aderenti vigilandone gli effettivi adempimenti e le modalità in cui verranno applicate. “I soggetti e le Associazioni di categoria – si legge nella bozza definitiva – firmatarie del presente Protocollo si impegnano ad applicare e far rispettare il Codice di Autodisciplina nell’ambito delle rispettive competenze”.

Per i Web service provider ciò significa l’obbligo di “rimuovere tempestivamente i contenuti illeciti adottando procedure che garantiscano l’effettività di tale tutela”, mettere a disposizione (chiaramente e direttamente) “un apposito link a modelli di segnalazione e di reclamo” e garantire la trasparenza in tutte queste operazioni in modo da escludere ipotesi di censura su segnalazioni non corrette. Inoltre loro compito sarà anche inserire le regole del Codice nelle condizioni generali sottoposte agli utenti.

Per gli access provider che decideranno di aderirvi, invece, il principale impegno è assicurare una “tempistica collaborazione con le autorità giudiziarie e le forze di polizia” qualora necessario.

L’adesione, i qualità di strumento di autoregolamentazione, resta volontario, ergo sarà il valore che gli attribuiranno utenti e operatori a garantirne il successo o decretarne la sconfitta. Nell’ultima riunione organizzata dal Governo che si è occupata del Codice erano presenti Microsoft e Google, ma mancavano altri importanti soggetti tra cui Facebook.

Via punto-informatico

CEC PAC… Regalo? PECché e PECchì?

maggio 6, 2010 1 commento

di G. Scorza (punto.informatico) – Il Ministro Brunetta tesse le lodi della CEC PAC, ma l’attuale procedura di assegnazione suscita perplessità. Chi vuole rinchiudersi in un domicilio informatico?

Secondo il Ministro dell’Innovazione Renato Brunetta la sua iniziativa di “regalare” ad ogni cittadino un indirizzo di Posta Elettronica Certificata (n.d.r. in realtà il Ministro ci regalerà una CEC PAC ovvero una PEC utilizzabile solo per comunicare con la PA) è “la più grande rivoluzione culturale mai prodotta in questo Paese” nonché “la migliore riforma italiana dal dopoguerra ad oggi”.

Sarà anche vero, ma si tratta di una “rivoluzione” che minaccia di travolgere la libertà di domicilio (informatico) e le più elementari regole del mercato e della concorrenza.
Andiamo con ordine.

La nostra Costituzione – al pari delle carte costituzionali di ogni altro Paese democratico o aspirante tale – riconosce a tutti i cittadini – ed in realtà anche ai non cittadini purché legittimamente presenti sul territorio italiano – tra gli altri, il diritto a fissare liberamente il proprio domicilio. Nel 2010 una casella di posta elettronica, al pari del nostro PC o, piuttosto, del nostro account su Facebook, costituiscono naturali proiezioni informatiche del nostro domicilio con la conseguenza che spetta a ciascuno di noi, in assoluta autonomia, decidere se e quale indirizzo di posta elettronica utilizzare, chi ammettere al nostro profilo su Facebook o, piuttosto con chi condividere i dati sul nostro PC.

Tale libertà è costituzionalmente garantita ed ammette di essere limitata nelle sole ipotesi previste, appunto, dalla Carta Costituzionale.
L’elezione di domicilio – sia esso informatico o geografico – ovvero la manifestazione con la quale si porta a conoscenza di un soggetto terzo – privato o pubblica amministrazione – la volontà di ricevere tutte le comunicazioni relative ad un determinato affare o procedimento presso un certo indirizzo, costituisce una forma di esercizio di tale libertà.

È, dunque, fuor di dubbio che manifestare alla pubblica amministrazione la volontà di ricevere comunicazioni elettroniche – via PEC, CEC PAC o semplice mail – presso un determinato indirizzo rappresenta, appunto, esercizio dell’insopprimibile libertà di domicilio costituzionalmente garantita.

Proprio muovendo da tale presupposto, d’altro canto, il D.p.r. 11 febbraio 2005, n. 68 attraverso il quale è stata introdotta nel nostro Ordinamento la Posta Elettronica Certificata prevedeva – e prevede tuttora – all’art. 4 che “Per i privati che intendono utilizzare il servizio di posta elettronica certificata, il solo indirizzo valido, ad ogni effetto giuridico, è quello espressamente dichiarato ai fini di ciascun procedimento con le pubbliche amministrazioni o di ogni singolo rapporto intrattenuto tra privati o tra questi e le pubbliche amministrazioni. Tale dichiarazione obbliga solo il dichiarante e può essere revocata nella stessa forma“.

Opportunamente, inoltre – con riferimento specifico alle comunicazioni tra PA e cittadini – l’art. 16 dello stesso D.p.r. 68/2005, chiarisce che “Le pubbliche amministrazioni garantiscono ai terzi la libera scelta del gestore di posta elettronica certificata“.
Non vi era e non vi è, infatti, alcuna ragione per limitare – ammesso anche che ciò possa ritenersi costituzionalmente legittimo – la libertà di domicilio nelle nuove dinamiche delle comunicazioni elettroniche che, anzi, semmai, abilitano ciascun cittadino ad un più ampio ed autonomo esercizio di tale libertà giacché cambiare indirizzo di posta elettronica e/o decidere di utilizzare diversi indirizzi a seconda della natura dell’affare o del procedimento è assai più facile di quanto non sia nelle dinamiche delle comunicazioni cartacee tradizionali.
Non la pensa così, tuttavia, il Ministro dell’innovazione che, infatti, nel lanciare la sua “rivoluzione” con il DPCM 6 maggio 2009 ha stabilito che i cittadini che richiedano ed ottengano un indirizzo CEC PAC di Stato eleggono con ciò, automaticamente e coattivamente, il proprio domicilio, in relazione a tutte le comunicazioni con la PA, presso l’indirizzo loro fornito dal concessionario pubblico.
Ma c’è di più.

Lo stesso DPCM, prevede, infatti che “L’affidatario del servizio di PEC ai cittadini…renda consultabili alle pubbliche amministrazioni, in via telematica, gli indirizzi di PEC di cui al presente decreto“.
Come è noto, nei mesi scorsi, all’esito di una procedura di gara la cui legittimità è, peraltro, attualmente al vaglio dei Giudici amministrativi, il Ministro Brunetta ha assegnato – come peraltro ampiamente ed agevolmente già previsto da molti – la concessione ad un raggruppamento di imprese costituito da Poste Italiane e Telecom Italia. Il nuovo concessionario CEC PAC di Stato, nei giorni scorsi, ha quindi iniziato a distribuire i propri indirizzi di posta elettronica ai cittadini italiani e ad inserirli nel registro attraverso il quale le pubbliche amministrazioni potranno individuare i “domicili informatici” degli italiani.

Sembra, tuttavia, che in tale registro possano essere iscritti unicamente gli indirizzi targati “Poste” ovvero quelli rilasciati dal concessionario di Stato e non anche tutti gli equivalenti indirizzi di posta elettronica certificata di cui i cittadini italiani già dispongono o disporranno e sui quali, in ipotesi, potrebbero desiderare ricevere anche le comunicazioni da parte della PA. Si tratta di una gravissima limitazione della libertà di domicilio ingiustificata ed ingiustificabile e, in ogni caso, di un’evidente violazione della disciplina relativa all’utilizzo della Posta Elettronica Certificata tuttora vigente che continua a prevedere che il cittadino possa scegliere di utilizzare, nei rapporti con la PA, un indirizzo di Posta Elettronica Certificata ottenuto da un qualsiasi fornitore – e non solo dal concessionario di Stato – e utilizzare indirizzi diversi per ogni procedimento amministrativo. È, dunque, urgente che il Ministro imponga al concessionario pubblico di accettare l’iscrizione nel registro di qualsiasi indirizzo di Posta Elettronica Certificata, restituendo così a tutti i cittadini il diritto di esercitare la propria libertà di elezione di domicilio (informatica).

In tal modo, peraltro, le centinaia di migliaia di professionisti italiani che negli ultimi mesi sono stati “obbligati” a dotarsi di un indirizzo di Posta Elettronica Certificata, potrebbero decidere che la Pubblica Amministrazione utilizzi il medesimo indirizzo per le proprie comunicazioni, sottraendosi così al serio rischio di ammalarsi di una pericolosa forma di “schizofrenia domiciliare informatica”, dovuta al fatto di dover gestire – volenti o nolenti – tre o più indirizzi di posta elettronica.

Ma perché a Palazzo Vidoni avrebbero commesso un errore – se di questo si è trattato – tanto grossolano e, comunque, capace di limitare così gravemente la libertà dei cittadini? Temo che la risposta vada ricercata nelle regole del mercato o meglio nella violazione di queste regole che rischia di perpetuarsi se tale situazione non verrà rapidamente risolta.

L’attuale impossibilità per gli utenti dei servizi di Posta Elettronica Certificata erogati da fornitori diversi rispetto al concessionario di Stato Poste italiane, di inserire i propri indirizzi nel registro gestito dallo stesso concessionario, infatti, si traduce in ostacolo alla concorrenza specie sul mercato delle comunicazioni tra PA e cittadini, a tutto vantaggio del concessionario di Stato al quale si è, per questa via, riconosciuto una sorta di nuovo monopolio, almeno di fatto, nella gestione delle comunicazioni elettroniche tra PA e cittadino.

Se si tiene conto che, secondo le dichiarazioni rese a Panorama dallo stesso Amministratore delegato di Poste Italiane, ogni anno dalla Pubblica Amministrazione italiana partono 90 milioni di raccomandate che garantiscono alle Poste 265 milioni di euro, non è difficile comprendere perché l’attuale concessionario della CEC PAC di Stato – già primo concessionario del telegrafo – non abbia comprensibilmente nessuna intenzione di spartire la torta delle raccomandate del XXI secolo con i suoi potenziali concorrenti ovvero con gli altri fornitori di PEC.

Si tratta, tuttavia – almeno sotto il profilo della gestione del registro degli indirizzi dei cittadini italiani e dell’apertura di tale registro anche agli indirizzi forniti dai concorrenti – di una posizione non condivisibile. Il registro va aperto subito perché non vi è alcuna ragione che possa giustificare un trattamento palesemente discriminatorio in danno dei concorrenti del concessionario di Stato e dei consumatori.

L’apertura del registro è un’esigenza giuridica, di mercato e, soprattutto, di politica dell’innovazione: non si può consegnare ancora una volta il Paese ad un monopolista solo per indennizzarlo di una potenziale perdita figlia del progresso e dei tempi che passano.

L’era dell’accesso, come l’ha battezzata Jeremy Rifkin, è bella anche per questo: i monopoli legali e/o di fatto durano meno ed i concorrenti, sul mercato, possono alternarsi alla leadership più velocemente di un tempo.

Se PEC – o CEC PAC – deve essere, che almeno sia garantito il rispetto delle libertà fondamentali dei cittadini e delle regole del mercato.

Blogger, direttore a metà

I post non firmati non si possono imputare al gestore di un blog. Che è responsabile solo dei contenuti postati da lui stesso. Questo il parere della Corte di Appello di Torino

Nel luglio del 2006 un blogger veniva condannato dal Tribunale di Aosta per diffamazione e omissione di controllo sui commenti di utenti anonimi: oggi quella sentenza è in parte ribaltata e – pur rimanendo in capo al tenutario di un blog la responsabilità per i post personalmente firmati – viene respinta l’altra ipotesi di reato che configurava un precedente pericoloso.

Secondo la sentenza di primo grado il gestore di un blog “altro non è che il direttore responsabile dello stesso, pur se non viene formalmente utilizzata tale forma semantica per indicare la figura del gestore e proprietario di un sito Internet”: dal momento che esso può (e conseguentemente deve, se davanti a contenuti offensivi o illeciti) cancellare i messaggi degli utenti – si legge nelle motivazioni – la sua posizione e quella di un direttore di una testata giornalistica stampata sono, mutatis mutandis, identiche.

L’inchiesta era stata avviata dalla Polizia Postale di Aosta, su denuncia di quattro giornalisti valdostani nei confronti dell’anonimo autore del blog “Il bolscevico stanco”, dietro cui è stato individuato l’oggi 63enne giornalista Roberto Mancini.

Oggi la Corte di Appello di Torino presieduta dal Giudice Gustavo Witzel ha confermato la condanna per diffamazione, infliggendo a Mancini una pena pecuniaria di mille euro per due post da lui stesso firmati, ma lo ha assolto dalla più controversa accusa di omissione di controllo che aveva valso al giornalista la solidarietà di osservatori e colleghi come Reporter Senza Frontiere.

Con l’appello è venuta quindi meno l’equiparazione del blogger al direttore responsabile di una testata giornalistica che ha responsabilità editoriali su tutti i contenuti pubblicati sulle pagine di un giornale. Il gestore di un blog – invece – risponde personalmente solo dei post da lui stesso firmati.

Via punto-informatico