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Posts Tagged ‘diritto d’autore’

Italia, un’altra Baia sotto sequestro

Un’altra sponda per accedere a The Pirate Bay è stata resa inaccessibile. Il server, però, in questo caso sembra risiedere in Italia e il sequestro sembra operare a livello di hosting.

A comunicarlo è il sigillo della Guardia di Finanza: labaia.net, che consentiva l’accesso a The Pirate Bay a mezzo proxy, è irraggiungibile. Una delle teste italiane dell’idra della Baia è stata tagliata.

labaianet

Era previsto dall’originaria richiesta del Pubblico Ministero approvata dal GIP di Bergamo nell’agosto 2008, ricordano a Punto Informatico gli avvocati di TPB Giovanni Battista Gallus e Francesco Paolo Micozzi, quando The Pirate Bay era stata per la prima volta tagliata fuori dalla rete italiana. Tutti i “relativi alias e nomi di dominio presenti e futuri, rinvianti al sito medesimo” sarebbero dovuti essere investiti dai provvedimenti inibitori. Era dunque stato imposto ai provider italiani di filtrare a livello DNS numerose variazioni sul tema http://www.thepiratebay.org, domini che effettuassero il redirect, la cui “libera disponibilità – scriveva il GIP Mascarino – possa aggravare o protrarre le conseguenze delle descritte condotte delittuose”.

Il procedimento, col dipanarsi dei mesi, si è fatto intricato: il ricorso della difesa, la sospensione del provvedimento inibitorio da parte del Tribunale del Riesame, il quale stabiliva che l’inibizione dell’accesso di un sito si potesse ottenere solo in certi casi esplicitamente previsti dalla legge e solo in seguito ad una disposizione del Ministero dell’Interno o dalle amministrazioni statali, e non invece da un Tribunale. La Procura di Bergamo era intervenuta per chiedere il parere della Cassazione, la Suprema Corte ha annullato il dissequestro stabilendo la liceità del procedimento, giustificata da una particolare interpretazione del d.lgs. 70/2003, con cui l’Italia ha recepito la Direttiva Europea sul commercio elettronico.

Su The Pirate Bay e su una manciata di domini che le facevano da sponda è stato imposto da poche settimane un filtro a livello IP, sono i fornitori di connettività a mettere in atto le disposizioni dell’autorità giudiziaria. Per gli utenti di numerosi ISP il browser non carica la pagina di The Pirate Bay e di siti che permettono di rimbalzarvi e restituisce un timeout: il provider in molti casi filtra, ma non c’è alcun tipo di redirezione su siti che restituiscono informazioni sul provvedimento in corso, né c’è alcun tipo di dirottamento su domini capaci di insospettire i cittadini della rete. Thepiratebay.org non risiede in Italia: il filtro dovrebbe rendere il dominio inaccessibile solo per il traffico che provenga dall’Italia.

Ma labaia.net appare risiedere su un server localizzato nel nostro paese e, a differenza di The Pirate Bay e degli altri domini isolati da filtri IP a favore dei netizen italiani, parrebbe inaccessibile anche rimbalzando attraverso un proxy: è possibile ipotizzare che il provvedimento di sequestro sia avvenuto con il coinvolgimento del servizio di hosting.

I discografici esprimono il proprio plauso: “Soddisfazione di FIMI, la federazione di Confindustria che rappresenta le principali aziende discografiche italiane, per il sequestro del sito labaia.net da parte della Procura e della Guardia di Finanza di Bergamo. Il sito italiano, sul quale campeggia ora il banner della GdF, consentiva – si denuncia in un comunicato – di accedere al portale illegale svedese Pirate Bay in violazione di quanto recentemente disposto dall’autorità giudiziaria italiana che aveva ordinato il blocco di IP e DNS verso il sito svedese a carico di tutti gli ISP”.

Come ricordava nel contesto della Festa dei Pirati l’avvocato Campanelli, difensore della Baia, dalle autorità italiane non è ancora stata formulata alcuna accusa: si è ancora nelle fasi delle indagini preliminari, la violazione del diritto d’autore non è stata contestata nei confronti di alcun cittadino della rete. Il fumus commissi delicti, la probabilità che sia stato commesso reato, continua però ad aleggiare sulla Baia, e si riverbera evidentemente sui siti che alla Baia fanno da sponda.

via punto-informatico

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Festa dei Pirati, atto secondo

Il prossimo 20 marzo scatterà a Roma il secondo happening dei bucanieri. Tra le polemiche. Ma dall’organizzazione invitano alla riflessione su diritto d’autore e mezzi di comunicazione.

Non un incontro per richiedere a gran voce la libertà di scaricare impunemente. Un’occasione, invece, per gettare uno sguardo sulla Rete che verrà, per fare in modo che il dibattito sociale e politico si apra a tematiche come il file sharing, la privacy online. Senza dimenticare la net neutrality e una necessaria riforma del diritto d’autore.

Hanno voluto fugare ogni dubbio i promotori della seconda Festa dei Pirati, evento in favore di una Rete libera che si terrà a Roma il prossimo 20 marzo. Un’intera giornata di dibattito a pochi passi da Montecitorio, che non costituirà affatto un inno collettivo al furto della proprietà intellettuale.

“Oggi, nel mondo, la maggior parte dei contenuti che circolano in Rete vengono scambiati con sistemi di file sharing – si legge in un post apparso sul sito ufficiale dell’evento – La libera circolazione delle idee e dei materiali nel web è ormai un dato di fatto che deve aprire un vero dibattito politico e civile e che non trova soluzione in leggi repressive, di fatto aggirabili”.

“Internet è il patrimonio più importante che lasciamo alla nuova generazione dei nativi digitali – si legge in un post su Scambioetico.org, tra i promotori dell’evento romano – non possiamo consentire che questo capitale di enorme importanza sia smembrato o asservito agli interessi di pochi pre-potenti. Non dobbiamo permettere che lo strumento fondamentale per il futuro, il solo strumento con il quale è possibile inventare il nuovo, venga decapitato”.

Non sono disponibili, al momento, informazioni dettagliate sull’effettivo svolgimento della seconda Festa dei Pirati, in particolare su chi parteciperà al dibattito. Le adesioni sono infatti ancora in dirittura d’arrivo, certamente da parte di esponenti internazionali della Rete oltre che di rappresentanti parlamentari di entrambe le fazioni politiche.

Proprio quest’ultimo dettaglio pare non essere piaciuto a Tullio Camiglieri, coordinatore del centro studi per la protezione dei diritti degli autori e della libertà d’informazione. “La festa del partito pirata, prevista per sabato prossimo a due passi da Piazza Montecitorio, lascia sbigottiti – ha spiegato Camiglieri – Stupisce che ad aderire alla manifestazione ci siano anche deputati del nostro Parlamento”.

Secondo Camiglieri, sarebbe più utile che i rappresentanti parlamentari pensino a tutelare l’industria culturale del Belpaese, saccheggiata continuamente dalla pirateria online. Ponendosi infine un interrogativo: “A quando il partito dei furti con destrezza o l’associazione degli amici dello sballo legalizzato?”.

via punto-informatico

Decreto Romani, approvato il lifting

febbraio 5, 2010 1 commento

Presentato in Senato un testo di nove pagine contenente alcune modifiche. Si torna sulla definizione di medium audiovisivo, sulla responsabilità degli operatori e sul ruolo di Agcom. La partita comunque resta aperta.

“Non c’è alcuna censura, nessun controllo preventivo. La libertà della Rete rimarrà integra”. Così una recente dichiarazione del senatore del Popolo della Libertà (PdL) Alessio Butti, relatore di un testo di nove pagine che ha annunciato alcune importanti novità sul decreto Romani.

Nove pagine che hanno ottenuto l’approvazione nella Commissione Lavori pubblici e Comunicazioni presso Palazzo Madama, in Senato. Un testo che Butti ha illustrato a maggioranza e opposizione, contenente alcune modifiche dopo le osservazioni fatte dal Presidente dell’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) e in seguito alle corpose contestazioni sui vari punti del decreto legati alla Rete.

Butti ha sottolineato come nel documento ci sia una definizione più chiara dei soggetti che rientrano nella definizione di media audiovisivo. I blog, i video amatoriali, i giornali online, i motori di ricerca e le versioni elettroniche delle riviste non sono disciplinati dalla nuova normativa. Le nuove regole, per il relatore del PdL, non riguarderanno servizi lineari come blog e siti, ma solo quelli on demand.

Il parere approvato in Senato è inoltre tornato sulla questione legata a YouTube e ai contenuti caricati dai netizen. Al punto tre: “la responsabilità editoriale incombe su terzi e non sui provider che ospitano o trasmettono contenuti realizzati da altri”. Butti ha poi spiegato come il controllo sui contenuti debba spettare ad Agcom e non al ministero.

A questo punto si attende che il testo definitivo del decreto arrivi presso il Consiglio dei Ministri, probabilmente nel corso della prossima settimana come annunciato dallo stesso Paolo Romani. “Mi auguro che si chiudano così le polemiche su Internet – ha detto il viceministro alle Comunicazioni – e su una presunta aggressione alla Rete che non c’è mai stata, grazie alla previsione che delega ad Agcom l’autorizzazione per i servizi di TV sul web”.

“Il governo tenta di disciplinare la gestione dei contenuti in Rete alla stregua di quelli televisivi – ha dichiarato il senatore del Partito Democratico (Pd) Fabrizio Morri – che invece vengono veicolati tramite frequenze concesse dallo stato e per questo soggette a controlli. Controlli che non hanno ragione di esistere per il web”.

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Decreto Romani, si allarga il fronte dei no

febbraio 4, 2010 Lascia un commento

Mentre il viceministro Romani critica le parole di Calabrò, fervono le discussioni in attesa dei pareri del Parlamento e della votazione del Consiglio dei Ministri

Decreto  Romani, si allarga il fronte dei no

Roma – Romani, viceministro delle Comunicazioni e ispiratore del decreto di conversione della direttiva europea sui servizi media audiovisivi, ha espresso rammarico per le critiche del Presidente dell’Authority per le telecomunicazioni, che avrebbe dovuto confrontarsi con il Governo “prima di prendere una posizione ufficiale” e senza quei “toni, spesso accesi”.

Il vertice dell’Agcom, secondo il viceministro Romani, avrebbe infatti dovuto agire in quello “spirito collaborativo e costruttivo, nel rispetto delle rispettive competenze” all’insegna del quale si erano attenuti i comportamenti del Governo “rispetto all’Autorità, alla sua indipendenza e alla sua competenza”. Calabrò, da parte sua, presentando le sue osservazioni in un’occasione istituzionale come l’audizione in Parlamento, aveva lamentato proprio l’assenza di consultazione da parte del Governo.

A disturbare il viceministro sarebbero poi, in particolare, le osservazioni dell’Agcom “che inopinatamente accostano l’intervento del governo a regimi autoritari”. E riferendosi agli esempi tirati in ballo (su tutti la Cina) dichiara che “non abbiamo nessuna intenzione di avvicinare il Paese a modelli di questo tipo”. Niente censura, spiega, ma solo la volontà di affrontare la questione dello sfruttamento commerciale di video realizzati da terzi e resi disponibili on demand: “riteniamo che questo tipo di servizio debba essere assimilato al video on demand tradizionale”. Anche la direttiva UE, entrando nel merito, assimilerebbe “le web tv e il live streaming alla televisione”.

E in questo senso è da intendere la scelta di prevedere la responsabilità editoriale per i siti con video on demand, “prevedendo un catalogo di contenuti sfruttati a fini commerciali”: non di una forma di censura, quindi, ma “semplicemente di aspetti amministrativi”. Esprime, dunque, la possibilità che su questo punto il testo venga meglio precisato.

Marcia indietro, invece, solo sulle quote di investimento destinate all’audiovisivo (quindi solo per alcune parti sulla televisione). Domani, in ogni caso, il Consiglio dei Ministri delibererà sul decreto.

Entro quel momento si attendono i pareri di Camera e Senato. Paolo Gentiloni, ex Ministro e ora responsabile comunicazioni del PD, ha criticato le parole di Romani: “invece di polemizzare, il Governo dovrebbe accogliere le critiche dell’Authority che ha definito le nuove regole per il web un unicum nel mondo occidentale“. L’opposizione presenterà quindi un parere di minoranza. Nella stessa maggioranza si levano le voci difformi: Bruno Murgia, deputato PDL, ha definito il decreto “assolutamente da rivedere”. Anche Luca Barbereschi, portavoce degli ex AN, dichiara che loro voteranno contro, aggiungendo che “è una follia, talmente legata a interessi particolari che lascia senza parole”.

Contro il decreto si è espressa anche IAB, ascoltata dalla Commissione Lavori Pubblici del Senato in qualità di rappresentante degli operatori del mercato interessato dal decreto in discussione. Invece di una stretta dall’altro, IAB ha chiesto di favorire lo sviluppo di un codice di autoregolamentazione attraverso cui combattere i contenuti illegali in Rete.

Negli Stati Uniti, intanto, il dibattito sul decreto arriva anche sulle pagine del Time, che disegna il quadro di una classe dirigente “incapace di comprendere la rivoluzione di Internet”, spaventata dai nuovi mezzi e dalla concorrenza che essi pongono ai media tradizionali. Si fa esplicito riferimento al Premier Berlusconi e alla “mediocracy” che vige in Italia, situazione in la causa che vede Mediaset citare in giudizio YouTube sarebbe esemplare.

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Una legge per trasformare la Rete in una grande TV

gennaio 15, 2010 Lascia un commento

di G. Scorza – Videoblog e piattaforme di sharing come televisioni, responsabili dei contenuti e delle violazioni in cui questi eventualmente incorrono. I rischi del recepimento italiano della direttiva UE Audiovisual Media Services.

Il Parlamento italiano sta per esprimere il proprio parere sullo schema del decreto legislativo con il quale nelle prossime settimane il Governo dovrà dare attuazione in Italia alla Direttiva UE 2007/65/CE meglio nota come Audiovisual Media Services (AVMS). Sin qui nulla di cui preoccuparsi: attuare la direttiva UE è un obbligo del nostro Paese e il principio alla base della Direttiva – l’attività televisiva resta tale e deve essere soggetta alla medesima disciplina a prescindere dalla piattaforma e tecnologia utilizzate – è difficilmente contestabile nell’era della convergenza mediatica. A scorrere il testo del decreto legislativo attraverso il quale il Governo pare intenzionato ad adempiere all’obbligo comunitario, tuttavia, tanta serenità svanisce e lascia il posto ad un dubbio: non sarà che l’atavico attaccamento ed il comprensibile debito di riconoscenza degli inquilini del Palazzo a mamma TV li abbia spinti a trasformare per legge Internet in una grande televisione?

Al di là delle battute con le quali, pure, talvolta si possono dire grandi verità, alcune disposizioni dello schema di Decreto Legislativo sono tali da indurre a ritenere che talune ambiguità ed omissioni rispetto al chiaro ed inequivoco dettato della Direttiva AVMS non siano frutto solo del caso o della nota scarsa puntualità del nostro legislatore nell’importare la disciplina europea nel nostro Paese ma, piuttosto, di un approccio pantelevisivo dell’Esecutivo.

Tutto è televisione o, almeno, dovrebbe esserlo secondo il Governo della TV.
Ma andiamo con ordine.

Il punto di partenza o, se si preferisce, la chiave di lettura del decreto è costituito dalla definizione di “servizio di media audiovisivo”.

Eccola: “un servizio quale definito agli articoli 56 e 57 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che è sotto la responsabilità editoriale di un fornitore di servizi media e il cui obiettivo principale è la fornitura di programmi al fine di informare, intrattenere o istruire il grande pubblico, attraverso reti di comunicazione elettroniche e che comprende sia servizi lineari… che servizi non lineari“.

Sin qui tutto in linea con la Direttiva AVMS che, tuttavia, attraverso il considerando 16 restringe la portata della definizione di “servizio di media audiovisivo” chiarendo che essa “non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse“.

Chiara, limpida ed inequivocabile, la volontà del legislatore europeo: il videoblog di Pippo, come scrive Stefano Quintarelli, ma anche una piattaforma user generated content che distribuisce “contenuti audiovisivi generati da utenti privati” sono diversi dalla televisione e dovrebbero restare estranei alla nuova disciplina.

Ecco come, invece, il Governo intende circoscrivere la portata della definizione di “servizio media audiovisivo”: “non rientrano nella nozione di servizio media audiovisivo i servizi prestati nell’esercizio di attività principalmente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva“.
Bene sin qui. Si ribadisce una volta di più che il videoblog di Pippo non è una televisione e che, pertanto, ad esso non è applicabile la nuova disciplina sempre che, naturalmente, l’attività di Pippo non possa essere ritenuta “principalmente economica”.

Il solo limite dell’assenza di “attività economica” e il vago riferimento alla “non concorrenza con la radiodiffusione televisiva”, francamente, mi sembrano poco per distinguere un videoblog da una TV ma, per il momento, preoccupiamoci degli aspetti più seri. L’approccio pantelevisivo di Palazzo Chigi, infatti, ha spinto l’estensore dello schema di decreto legislativo a non fermarsi ed ad aggiungere ancora un periodo alla definizione.

La lettera a) del comma 1 dell’art. 4, infatti prosegue e prevede: “fermo restando che rientrano nella predetta definizione (ovvero sono servizi di media audiovisivo, ndr) i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale“.
Qui, l’interprete rischia di perdersi.

Nel videoblog di Pippo “il contenuto audiovisivo non ha carattere meramente incidentale” ma, in ipotesi, Pippo non esercita un’attività “principalmente economica”.

Quid iuris? Prevale il primo o il secondo periodo? Una brutta ambiguità in relazione ad un aspetto tanto importante.

Nella migliore delle ipotesi è una disposizione di legge scritta malissimo sotto il profilo della tecnica della normazione mentre nella peggiore è il lapsus freudiano di un legislatore che vorrebbe “chiudere in TV” anche il videoblog.

Ma c’è di più.
Una piattaforma UGC che consenta agli utenti di pubblicare propri contenuti audiovisivi nell’ambito di un’attività economica è una televisione?

Buon senso, esperienza e tenore del considerando 16 della Direttiva AVMS suggeriscono di no, ma il testo del Decreto con il quale si intende attuare la Direttiva dice il contrario: anche le piattaforme UGC audiovisive – YouTube in testa – altro non sarebbero che grandi TV.
L’approccio pantelevisivo dilaga.

Probabilmente – come peraltro allude neppure troppo velatamente il Senatore Vita in un comunicato stampa – il Governo non ha resistito alla tentazione di fare lo sgambetto a Google che, in Tribunale, sta giocando una partita importante contro Mediaset nella quale, ovviamente, nega di essere una TV e rivendica il ruolo di intermediario della comunicazione.

Se così fosse, tuttavia, gli estensori del decreto avrebbero commesso un errore perché la Direttiva esclude che la disciplina italiana possa applicarsi ad un fornitore che, come Google, non è stabilito nel nostro Paese.
Ma lasciamo da parte la vicenda Google-Mediaset e torniamo a parlare del resto della Rete perché, per fortuna, c’è tanto altro e, per sfortuna, il Governo vorrebbe ridurre tutto ad una TV.

Nella Direttiva AVMS, il legislatore, nel definire la nozione di “responsabilità editoriale” ovvero quella del fornitore del servizio di media, precisa che essa non implica necessariamente una responsabilità giuridica sui contenuti e al considerando 23 ne chiarisce il senso, ricordando, che “la presente direttiva dovrebbe applicarsi fatte salve le deroghe di responsabilità della direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (direttiva sul commercio elettronico)“.

Si tratta di un principio fondamentale per garantire la convivenza della nuova disciplina con quella già vigente in materia di assenza dell’obbligo di sorveglianza degli intermediari della comunicazione – fornitori di hosting in testa – per i contenuti pubblicati dai propri utenti e di non responsabilità dei primi per i medesimi contenuti.
Sarebbe lecito attendersi che tale principio fosse riflesso anche nel testo dello schema di decreto legislativo di attuazione ma, sfortunatamente, non è così.

Il nostro Paese – dopo quanto accaduto negli ultimi mesi nei nostri Tribunali ed a Palazzo Chigi – continua a rigettare con forza tale principio che pure affonda ormai le sue radici nell’humus comunitario e trova fondamento nella ratio della disciplina europea sulla non responsabilità degli intermediari della comunicazione superbamente ricordata dall’Avvocato Generale della Corte di Giustizia UE nella causa C236/08: “creare uno spazio libero, pubblico e aperto su Internet, cosa che (n.d.r. la direttiva 31/2000) cerca di fare limitando la responsabilità di coloro che trasmettono o ospitano le informazioni ai soli casi nei quali, questi ultimi, sono coscienti dell’esistenza di una illegalità“.

È grave anche perché, più avanti, all’art. 6 dello schema di decreto legislativo, sotto la rubrica “protezione del diritto d’autore” il Governo impone a – e dunque rende direttamente responsabili – tutti i fornitori di servizi media audiovisivi di astenersi “dal trasmettere o ritrasmettere, o mettere comunque a disposizione degli utenti, su qualsiasi piattaforma e qualunque sia la tipologia di servizio offerto, programmi oggetto di diritti di proprietà intellettuale di terzi o parti di tali programmi, senza il consenso di titolari dei diritti e salve le disposizioni in materia di brevi estratti di cronaca”.

Come se ciò non bastasse, il comma 3 dell’art. 6 stabilisce che “l’Autorità (quella per le garanzie nelle comunicazioni, ndr) emana le disposizioni regolamentari necessarie per rendere effettiva l’osservanza dei limiti e divieti di cui al presente articolo”.

Ora importare HADOPI in Italia sarà più facile perché sarà sufficiente un regolamento firmato AGCOM, che disponga l’oscuramento delle TV, pardon, dei videoblog che diffondono materiale ritenuto “pirata”.

Conclusioni: la direttiva AVMS si deve, naturalmente attuare, ma, nel farlo, occorre tener presente che rischiare di trasformare la Rete in una grande Televisione – che ciò corrisponda alla volontà politica o sia, piuttosto, solo una possibile conseguenza di disposizioni scritte male e pensate peggio – significa privare il Paese dell’unica reale possibilità di uscire da decenni di telepotere che hanno fortemente limitato ogni spazio di libertà e democrazia nel mondo dei media.

Sarebbe già abbastanza, ma talvolta le ragioni dell’economia sono più ascoltate di quelle della democrazia e, quindi, sembra utile aggiungere che l’approccio pantelevisivo del nostro Governo all’attuazione della Direttiva AVMS rischia di far trasferire l’imprenditoria e la creatività multimediali italiane al di là delle Alpi. Poiché, ai sensi della Direttiva AVMS, basta stabilirsi in un altro Paese membro per sottrarsi all’ambito di applicazione della nostra sui generis disciplina di attuazione.

Internet non è una TV! Non lasciamo che lo diventi per legge.
via punto-informatico

Intermediari in cerca d’autore

gennaio 8, 2010 1 commento

di G. Scorza (punto informatico)- Il fornitore di servizi viene caricato di inaspettate responsabilità: lo ha fatto la Cassazione per The Pirate Bay, lo ha fatto il Tribunale di Roma per Google. A rischio c’è la libertà di espressione

Il 2009 si è chiuso con due provvedimenti che hanno, nello spazio di poche settimane, rimesso prepotentemente in discussione il regime della responsabilità degli intermediari della comunicazione che operano nel nostro Paese.

Prima il Tribunale di Roma nell’ambito della vicenda Mediaset c. YouTube e, quindi, la Corte di Cassazione nel caso della Baia dei Pirati, infatti, hanno proposto interpretazioni fortemente restrittive della disciplina relativa all’assenza di un obbligo generale di sorveglianza degli intermediari della comunicazione contenuta nella Direttiva 31/2000 e recepita nel nostro Paese con il D.lgs 70/2003.

Si tratta di due provvedimenti resi in procedimenti di natura sommaria ma, nonostante ciò, le conclusioni cui sono pervenuti i giudici, devono far riflettere.

Il Tribunale di Roma, infatti, nell’ordinare a Google di rimuovere dalle pagine di YouTube tutti i video del Grande Fratello 10 e nell’inibire a Big G la prosecuzione di tale attività ha messo nero su bianco un principio dirompente secondo il quale “la normativa – vedi dlgs n. 70/2003 – e la giurisprudenza” starebbero “ormai orientandosi nel senso di una valutazione caso per caso della responsabilità del provider che seppur non è riconducibile ad un generale obbligo di sorveglianza rispetto al contenuto non ritenendosi in grado di operare una verifica di tutti i dati trasmessi che si risolverebbe in una inaccettabile responsabilità oggettiva, tuttavia assoggetta il provider a responsabilità quando non si limiti a fornire la connessione alla rete, ma eroghi servizi aggiuntivi (per es. caching, hosting) e/o predisponga un controllo delle informazioni e, soprattutto quando, consapevole della presenza di materiale sospetto si astenga dall’accertarne la illiceità e dal rimuoverlo o se consapevole dell’antigiuridicità ometta di intervenire“.

Ci sono alcuni aspetti della decisione che meritano attenzione più degli altri.

Il primo è rappresentato dalla circostanza che, in un procedimento nell’ambito del quale Mediaset chiedeva la rimozione di frammenti di proprie opere audiovisive e l’inibitoria ad ogni ulteriore diffusione attraverso YouTube, ci si sia ritrovati ad affrontare la questione della responsabilità degli intermediari della comunicazione per i contenuti prodotti e pubblicati dagli utenti.

L’art. 156 della legge sul diritto d’autore – correttamente azionato dalla difesa del Biscione – infatti consente ai titolari dei diritti di richiedere al Giudice di ordinare all’intermediario della comunicazione i provvedimenti necessari a porre fine ad una violazione dei propri diritti da chiunque perpetrata ed a prescindere da qualsivoglia responsabilità dell’intermediario medesimo.

In tale contesto, nel corso del procedimento, ci si sarebbe dovuti limitare ad accertare – in via sommaria – se la diffusione al pubblico dei video del Grande Fratello costituiva o meno una violazione dei diritti d’autore di cui è titolare Mediaset e, in caso di risposta affermativa, ordinarne a Google la rimozione non in quanto responsabile della violazione ma, più semplicemente, perché gestore della piattaforma. Tale ordine, peraltro, avrebbe dovuto essere subordinato alla puntuale individuazione da parte di Mediaset dei video oggetto di contestazione già pubblicati e di quelli ulteriori eventualmente pubblicati successivamente al provvedimento.

L’art. 156 LDA, infatti, non consente di porre a carico dell’intermediario della comunicazione – come, invece, accaduto nel caso di specie – l’onere di ricercare le altrui violazioni dei diritti di proprietà intellettuale del ricorrente e di rimuoverne gli effetti.

Che l’abbiano “imposto” gli avvocati delle parti con le proprie difese o, invece, che si sia trattato di una scelta del Giudice, invece, nel provvedimento si parla reiteratamente di responsabilità dell’intermediario, anticipando, così, in buona misura l’esito del giudizio di merito pendente tra le stesse parti (n.d.r. si tratta del famoso giudizio nell’ambito del quale Mediaset ha chiesto a Google un risarcimento di 500 milioni di euro).

È stato un errore perché, così facendo, ci si è ritrovati ad affrontare, con i tempi e le modalità proprie di un procedimento cautelare, una questione complessa e delicata quale, appunto, quella della responsabilità degli intermediari della comunicazione per i contenuti creati e pubblicati dagli utenti.

Un secondo aspetto della decisione di particolare rilievo è costituito dall’idea – che traspare a chiare lettere dall’ordinanza del Tribunale di Roma – secondo la quale sarebbe onere del provider, qualora a conoscenza della presenza di contenuti “sospetti” sulla propria piattaforma di “accertarne” l’eventuale illiceità. È una conclusione che non convince e, anzi, preoccupa.

L’accertamento dell’illiceità di una condotta – online come offline – spetta, e deve spettare, in ogni Stato di diritto, solo ed esclusivamente all’autorità giudiziaria mentre non può e non deve essere imputata – direttamente o indirettamente – ad un soggetto privato quale un intermediario della comunicazione. Tradire tale principio di diritto significa esporre ad un rischio elevato la libertà di manifestazione del pensiero in Rete ed abilitare – come, sfortunatamente, sta già accadendo – forme di censura privata poste in essere dagli intermediari della comunicazione in chiave difensiva ovvero per sottrarsi ad eventuali responsabilità loro imputate per contenuti creati e pubblicati dagli utenti.

Come, puntualmente, ha ricordato l’Avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, “l’obiettivo della Direttiva 2000/31 è di creare uno spazio libero, pubblico e aperto su Internet, cosa che (n.d.r. la direttiva) cerca di fare limitando la responsabilità di coloro che trasmettono o ospitano le informazioni ai soli casi nei quali, questi ultimi, sono coscienti dell’esistenza di una illegalità”.
Demandare agli intermediari della comunicazione l’accertamento dell’illiceità o meno dei contenuti pubblicati dagli utenti significa, inesorabilmente, rinunciare a perseguire tale obiettivo e, quindi, ad uno spazio pubblico online, nell’ambito del quale la libertà di manifestazione del pensiero possa effettivamente essere esercitata con il solo limite già previsto all’art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789: l’obbligo di rispondere di ogni eventuale abuso.

L’aspetto della decisione del Tribunale di Roma che, tuttavia, lascia più perplessi è, certamente, rappresentato dall’idea secondo la quale la sussistenza o meno di una responsabilità degli intermediari della comunicazione in relazione ai contenuti pubblicati dai propri utenti andrebbe valutata “caso per caso”. Mentre, infatti, non vi è dubbio che la qualificazione di un soggetto quale intermediario della comunicazione ai sensi della vigente disciplina della materia sia accertamento sia da compiersi caso per caso in relazione alla specifica attività svolta da ciascun intermediario, non può condividersi l’idea secondo la quale il regime di responsabilità al quale sarebbe assoggettabile un provider andrebbe accertato “caso per caso”. Tale approccio, infatti, pone in crisi la certezza del diritto e rischia di minare il diffondersi di numerosi modelli di business e tipologie di attività caratteristiche del cosiddetto web 2.0. Al di là del caso specifico – difficile contestare la circostanza che la vigente disciplina sul diritto d’autore, giusta o sbagliata che sia, esigesse la rimozione dei video del Grande Fratello da YouTube – pertanto il contenuto dell’Ordinanza del Tribunale di Roma “minaccia” di ridisegnare limiti e confini della responsabilità degli intermediari della comunicazione nel nostro Paese.

Altrettanto preoccupante è il contenuto della Sentenza resa dalla Corte di Cassazione nel caso The Pirate Bay.

Scrivono, infatti, i Giudici della Suprema Corte a proposito della responsabilità dei gestori del sito in relazione ai contenuti oggetto di condivisione tra gli utenti: “Se il sito web si limitasse a mettere a disposizione il protocollo di comunicazione (quale quello peer to peer) per consentire la condivisione di file contenenti l’opera coperta da diritto d’autore, ed il loro trasferimento tra utenti, il titolare del sito stesso sarebbe in realtà estraneo al reato. Però se il titolare del sito non si limita a ciò ma fa qualcosa di più – ossia indicizza le informazioni che gli vengono dagli utenti, che sono tutti potenziali autori di uploading, sicché queste informazioni (i.e. chiavi di accesso agli utenti periferici che posseggono, in tutto o in parte, l’opera), anche se ridotte a minimo, ma pur sempre essenziali perché gli utenti possano orientarsi chiedendo il downloading di quell’opera piuttosto che un’altra, sono in tal modo elaborate e rese disponibili nel sito, ad es. a mezzo di un motore di ricerca o con delle liste indicizzate – il sito cessa di essere un mero “corriere” che organizza il trasporto dei dati. C’è un quid pluris in quanto viene resa disponibile all’utenza del sito anche un’indicizzazione costantemente aggiornata che consente di percepire il contenuto dei file suscettibili di trasferimento. A quel punto l’attività di trasporto dei file non è più agnostica; ma si caratterizza come attività di trasporto di dati contenente materiale coperto da diritto d’autore. Ed allora è vero che lo scambio di file avviene da utente ad utente (peer to peer) ma l’attività del sito web (al quale è riferibile il protocollo di trasferimento e l’indicizzazione dei dati essenziali) è quella che consente ciò e pertanto c’è un apporto causale a tale condotta che ben può essere inquadrato nella partecipazione imputabile a titolo di concorso di persone ex art. 110 c.p.“.

L’attività di qualsiasi ISP, ancorché giuridicamente neutra o, piuttosto “agnostica” – come scrivono i Giudici della Suprema Corte – costituisce sempre un apporto causale determinante nella condotta dell’utente, consentendo – almeno sotto un profilo tecnico – la comunicazione o diffusione di un contenuto che, in assenza di tale attività, sarebbe rimasto sul PC dell’utente medesimo.

Sarebbe, ritengo, tuttavia un errore – e tradirebbe, ancora una volta, ratio e lettera della disciplina europea in materia di responsabilità degli intermediari della comunicazione – concludere che in presenza di tale apporto occorra sempre ritenere sussistente la responsabilità di un ISP. In Rete, infatti, pochi – se non nessuno – sono in condizione di porre in essere integralmente una condotta in assenza dell’attività determinante di uno o più ulteriori soggetti coinvolti, a vario titolo, nella gestione del contenuto nello spazio telematico.

Le due decisioni rivelano un’evidente sensazione di smarrimento dei nostri Giudici dinanzi all’esigenza di ricondurre talune attività di intermediazione della comunicazione alle figure tipiche (hosting, caching e mere conduit) oggetto della disciplina europea sul commercio elettronico ed una diffusa tendenza a proporre interpretazioni restrittive di tale disciplina, preferendo valutare l’attività degli intermediari della comunicazione alla stregua degli ordinari principi di diritto.

Non sta a me valutare se, nei casi nell’ambito dei quali sono stati pronunciati i due richiamati provvedimenti, sia stato o meno corretto ritenere sussistente la responsabilità, rispettivamente, di Google e Pirate Bay ma, francamente, faccio fatica a ritenere condivisibili le decisioni cui sono pervenuti i magistrati alla stregua della vigente disciplina sulla responsabilità degli intermediari della comunicazione. Se tale disciplina – come appare probabile – non è più attuale e al passo con i tempi, la si cambi – e lo si faccia, almeno, a livello europeo. Ma, sino a quel momento, credo occorra applicarla in maniera puntuale e rigorosa, rifuggendo la facile tentazione di applicare a tali fattispecie gli ordinari principi di diritto: in gioco non vi sono solo aspetti di carattere economico ma, piuttosto, il futuro della libertà di manifestazione del pensiero online.

L’antipirateria danese si dichiara sconfitta

novembre 10, 2009 Lascia un commento

Decisione clamorosa per i mastini del copyright di Antipiratgruppen. Pesano le tre archiviazioni per insufficienza di prove. E l’inclinazione delle corti a rigettare sull’accusa l’onere della prova: un IP, da solo, non basta.

L’Antipiratgruppen non ce l’ha fatta: l’organizzazione antipirateria che rappresenta le industrie musicale e cinematografica in Danimarca ha portato avanti la sua missione con risultati non esaltanti, e ora ammette l’impossibilità di individuare chi scarica contenuti “illegali” dalla rete e comunica di volersi fare da parte perché le autorità giudiziarie hanno reso impossibile questo genere di attività.

“Condannare queste persone richiede prove parecchio concrete e inoppugnabili” ha dichiarato l’avvocato del gruppo Mary Fredenslund, spiegando le motivazioni di una simile decisione. “Semplicemente non siamo stati in grado di presentare l’onere della prova” nei casi di download pirata portati in tribunale, continua Fredenslund, e il gruppo in futuro non prevede che la situazione dell’antipirateria in Danimarca possa migliorare di molto.

Quando parla di incapacità nel presentare prove consistenti Fredenslund si riferisce evidentemente alle quattro cause intentante dall’Antipiratgruppen in un anno e finite direttamente davanti all’Alta Corte danese. Tre dei casi sono stati archiviati per insufficienza di prove, mentre nel quarto c’è stata una condanna ma solo perché il “colpevole” ha alla fine confessato di essere un downloader.

Per Overbeck, avvocato difensore con esperienza nel peculiare settore dell’antipirateria, rimarca come già altre due cause intentate contro suoi clienti fossero state poi ritirate dall’accusa. “Antipiratgruppen ha riconosciuto che non si possono condannare le persone senza coglierle sul fatto, o minacciandole per farle confessare”. “In pratica – sostiene Overbeck – ciò significa che senza una confessione non c’è un caso”.

L’Antipiratgruppen è la stessa organizzazione che aveva provato a far condannare due donne attraverso la cui connessione WiFi erano state individuate infrazioni al diritto d’autore, finendo per ricevere il benservito dalla corte e la riaffermazione del principio giuridico per cui l’onere della prova spetta all’accusa e la responsabilità dei presunti autori delle infrazioni è tutta da dimostrare in tribunale.

Un indirizzo IP in Danimarca è insufficiente a stabilire una responsabilità individuale necessaria all’apertura di un processo, ha stabilito l’Alta Corte danese, e in queste condizioni all’Antipiratgruppen non resta che sventolare bandiera bianca. A tenere alto il vessillo dell’antipirateria in salsa danese è ora rimasta DtecNet, l’organizzazione che ha preso il posto di MediaSentry come agenzia investigativa prediletta dalla statunitense RIAA. E che colleziona IP via P2P esattamente come Antipiratgruppen.

Fonte: punto-informatico