Archivio

Archive for the ‘Tecnologia’ Category

L’iPhone 4 ha venduto 1,7 milioni di unità in tre giorni

Il caos delle prenotazioni è stato un buon indicatore del successo che avrebbe avuto, al momento della vendita, l’iPhone 4. Ma i dati potrebbero aver superato le aspettative. L’ultimo smartphone di Apple ha venduto quasi due milioni di unità in tre giorni, dal 24 al 26 giugno.

Le unità andate in prevendita sono state 600.000, il che significa che 1,1 milione di telefoni in più sono usciti dalle porte dei negozi Apple e dai punti vendita prima che il sole tramontasse sabato scorso, arrivando, così ad un totale di 1,7 milioni di iPhone 4 venduti. Per avere un termine di paragone, vi ricordiamo che nello stesso arco di tempo, l’iPhone 3G aveva venduto 1 milione di unità e lo stesso era successo con l’iPhone 3GS.

Il numero è ancora più impressionante se si considera che c’è qualcuno che l’avrebbe già comprato, se non aspettasse la versione bianca che uscirà a metà luglio. Se il boom di vendite che abbiamo visto con l’arrivo sul mercato internazionale dell’iPad è in qualche modo significativo anche per l’iPhone 4, aspettatevi grandi numeri in occasione dello sbarco in diciotto paesi previsto per il mese prossimo.

Via gizmodo

Welcome to iPhone 4 in 40 minuti di Video: ecco la VIDEORECENSIONE completa di iPhoneItalia!

Bene ragazzi! Giusto in tempo con il mio compleanno (da poco più di un’ora sono un anno più vecchio! Ahimè) e dopo un giorno intero dedicato al nuovo arrivato, ecco a voi la video recensione completa di iPhoneItalia di questo fantastico iPhone 4!

Premetto che l’ho voluta quasi tutta incentrare sulle differenze con il nostro amato iPhone 3GS che ne è il diretto predecessore e mi sembrava giusto congedarmi da lui in modo ufficiale, oltre che vero e proprio parametro di confronto con la qualità introdotta dal nuovo modello. Inoltre largo spazio lo abbiamo dato anche alle nuove funzioni presenti in iOS4 installato di default su iPhone 4.

La videorecensione è costituita da 5 parti, nelle quali ho cercato (e se ho dimenticato qualcosa me ne scuso) di abbracciare a tutto tondo quelli che sono i principali aspetti e caratteristiche di iPhone 4 nell’utilizzo classico a cui siamo abituati. La durata totale dei 5 capitoli è di circa 40 minuti! Buona visione a tutti e aspettiamo come sempre i vostri preziosi commenti.

Come sempre vi consigliamo di vedere i video alla massima risoluzione (480p) per goderveli meglio.

Ma cominciamo:

Parte 0: [Unboxing e caratteristiche esterne]

Parte 1 [Taglio e installazione microSIM]:

Parte 2 [Differenze tra iOS 4 su iPhone 4 e FW 3.1.3 su iPhone 3GS – Multitasking ed altro]:

Parte 3 [La fotocamera in azione]:

Parte 4 [Safari – Differenze esterne con iPhone 3GS]:

Parte 5 [Messaggi – iOS 4 – Immagini]:

E per finire vi lasciamo a un foto-confronto tra iPhone 3Gs e iPhone 4:

E queste sono alcune foto fatte subito dopo essere usciti dall’Apple Store di Londra:

Ed eccoci arrivati alla fine di questa lunghissima presentazione di iPhone 4, che ho voluto fare nel mio personalissimo stile che spero abbiate apprezzato. Ci tenevo a farla poichè dopo la bellissima spedizione a Londra per riuscire a prenderlo al Day One, avevo voglia di presentarvelo io stesso.

E come saluto non possiamo non chiudere con l’ormai mitico:

iPhoneItalia C’E’ ! Benvenuto iPhone 4!

Via iphoneitalia

Cassazione: modificare le console è reato

giugno 26, 2010 1 commento

Confermando una precedente sentenza del 2007, la Corte di Cassazione ribadisce l’illiceità di tutti i dispositivi che aggirano o rimuovono le protezioni delle console da gioco. Si preannunciano tempi duri per i venditori di modchip

All’inizio della settimana la terza sezione penale della Corte Suprema di Cassazione ha reso pubbliche le motivazioni in base alle quali, lo scorso maggio, aveva annullato con rinvio una decisione del Tribunale di Firenze in merito ai cosiddetti “modchip” e, più in generale, alle modifiche per le console da gioco. Il tribunale toscano aveva annullato il decreto di convalida di sequestro emesso dal PM a carico di due rivenditori di console da gioco, ritenendo che le attività commerciali poste in essere da queste società, e correlate alla modifica delle console, non rientrassero nei reati contemplati dall’articolo 171-ter della legge sul diritto d’autore.

Il deposito delle motivazioni ha confermato quanto precedentemente espresso dalla Corte di Cassazione con pronuncia del 25 maggio 2007, quando era stata affermata l’illiceità dei dispositivi che hanno come scopo la rimozione o l’elusione delle misure tecnologiche di protezione dei videogiochi. In particolare, la Suprema Corte ha stabilito che le misure di protezione utilizzate nel settore videoludico possano essere tutelate contro la rimozione e l’elusione anche se le stesse sono apposte non solo sulle opere da proteggere (i videogiochi), ma anche sugli apparati destinati alla loro fruizione (console). Il PM ha paragonato questo modello al concetto di “chiave-serratura”, dove ciascuno dei due elementi è essenziale per il corretto funzionamento del sistema di protezione.

La Cassazione ha inoltre ribadito, in opposizione a quanto aveva espresso il Tribunale di Firenze, che alle modifiche dev’essere necessariamente riconosciuta la prevalente finalità di eludere le misure di protezione legittimamente apposte dai produttori: di conseguenza, modchip e modifiche in genere vanno considerate in violazione dell’articolo 102-quater della legge sul diritto d’autore.

Infine, i giudici della Corte Suprema hanno respinto la richiesta con cui la difesa avrebbe voluto rimettere il ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione, con la finalità di risolvere l’attrito tra la decisione del Tribunale del Riesame di Firenze e la precedente sentenza della Cassazione. I magistrati della Cassazione hanno spiegato che “la rimessione alle Sezioni Unite sia prevista unicamente per le questioni che abbiano o possano dar luogo ad un contrasto giurisprudenziale e nella specie non vi sono ragioni di contrasto con l’orientamento in precedenza affermato che, anzi, va in questa occasione ribadito”.

All’inizio dell’anno Sony Computer Entertainment Europe e AESVI (Associazione Editori Software Videoludico Italiana) avevano presentato delle memorie difensive tese a dimostrare che le conclusioni a cui era giunto il Tribunale di Firenze erano erronee. Quest’ultima associazione, che in Italia afferma di rappresentare il 90% dei produttori di piattaforme e di software videoludici, ha definito l’ultima sentenza della Cassazione “una vittoria su tutti i fronti per l’industria dei videogiochi”.

“Questo procedimento rappresentava un importante campo di prova per la lotta alla pirateria nel mercato dei videogiochi e in particolare alla pratica delle modifiche alle console che purtroppo è largamente diffusa in Italia” ha commentato Gaetano Ruvolo, presidente di AESVI. “Per questo non possiamo che essere soddisfatti delle conclusioni raggiunte dalla Corte di Cassazione e della coerenza rispetto al suo precedente orientamento in materia. Con questa sentenza è stato riaffermato con forza un importante principio di diritto e confermato il valore della proprietà intellettuale per un settore, come quello videoludico, che vede nella creatività e nell’innovazione la chiave del suo successo presente e futuro”.

Vale la pena specificare che con il termine di “modifica” si identifica un’ampia gamma di dispositivi atti ad aggirare i sistemi di protezione delle console da gioco: i più noti sono i modchip, disponibili per buona parte delle console in commercio, e le flashcart per Nintendo DS, entrambi di natura hardware. Esistono poi anche modifiche che intervengono esclusivamente sul firmware (BIOS) di una console.

Via punto-informatico

Body scanner: per tutti, o per nessuno

di G. Scorza (punto-informatico)  – Ovvero quando sicurezza non fa rima con riservatezza. La Commissione Europea interviene sul tema: per tentare di arginare le fughe in avanti di cui proprio l’Italia pare protagonista.

Videosorveglianza à gogo nelle nostre città, body-scanner negli aeroporti e nelle stazioni, tecnologia RFID per accedere negli stadi, acquisizioni di massa dei dati personali relativi alla navigazione degli utenti per combattere la pirateria audiovisiva, impronte digitali sui passaporti e dati biometrici per vigilare sugli accessi a banche ed istituti di credito. Siamo in uno scenario che si avvia superare quello delineato – all’epoca con uno straordinario sforzo di immaginazione – da George Orwell in 1984.

Intendiamoci, questo non significa che l’utilizzo della tecnologia per rendere sempre più sicura la vita nelle nostre città, sugli aerei o sui treni, sia un obiettivo da accantonare o da non perseguire con convinzione e determinazione: ma, certo, guardandosi attorno sorge il sospetto che – con la sola importante eccezione del famigerato DDL intercettazioni – negli ultimi tempi, nelle scelte politiche, l’esigenza di sicurezza abbia sempre avuto la meglio e che, forse, non sempre la valutazione comparativa ed il bilanciamento tra sicurezza e privacy siano stati compiuti con l’attenzione e la puntualità che avrebbero meritato.

Il massiccio utilizzo dei body scanner nei nostri aeroporti e stazioni cui il ministro Maroni ha annunciato di voler dar corso nei prossimi mesi rappresenta, probabilmente, il più recente episodio sintomatico di questa tendenza. Al riguardo, pur rifuggendo da ogni allarmismo ingiustificato, credo che un po’ di costruttiva preoccupazione e diffidenza sia opportuna e necessaria perché sussiste il rischio che, altrimenti, si perda progressivamente la consapevolezza e la coscienza di essere titolari di un diritto alla privacy ed alla riservatezza e, soprattutto, si perda la capacità di apprezzarne il valore: finiremo tutti con il pensare che le esigenze di sicurezza siano ontologicamente – verrebbe quasi da dire “naturalisticamente” – sovraordinate rispetto ai diritti della personalità.

Non è così e ciò risulta evidente sol che si rifletta, più da vicino, all’episodio, appena richiamato. In tutto il mondo, dopo l’11 settembre, si è iniziato a guardare con insistenza e determinazione crescente a soluzioni più efficaci per garantire maggiori livelli di sicurezza nel trasporto aereo rispetto al rischio di attentati terroristici. In nome di questa preoccupazione, le nostre abitudini di vita, in occasione di ogni spostamento aereo – per lavoro o per diletto, nazionale, internazionale o intercontinentale – sono prepotentemente cambiate: abbiamo accettato con rassegnazione l’idea che le nostre borse siano passate ai raggi-x e talvolta ispezionate da mani sconosciute, abbiamo (più o meno) compreso l’esigenza che quelle stesse mani corrano lungo i nostri corpi dopo ogni beep di troppo del metal detector, abbiamo accettato l’idea di toglierci giacche, maglioni, cinte e talvolta scarpe e stivali prima di salire su un aereo, ci siamo rassegnati a viaggiare con micro-confezioni di dentifricio e medicinali e soprattutto a condividere con gli altri passeggeri in fila – quasi si trattasse di amici, familiari o compagni di scuola – ogni frammento della nostra identità e intimità celato nei nostri bagagli o sotto i nostri indumenti.

Lo abbiamo fatto perché ci è stato chiesto – o meglio imposto – mentre eravamo ancora tutti sconvolti e storditi da una tragedia con pochi precedenti nella storia dell’umanità. L’emozione ha avuto la meglio sulla ragione e nessuno – o solo qualcuno – si è fermato a domandarsi se quei controlli valessero davvero a scongiurare il rischio che altre tragedie si ripetessero. Credo non sia facile dire cosa avremmo risposto se fossimo stati interpellati, ma confesso che me lo chiedo ogni volta che preparo il mio bagaglio sentendomi costretto a pensare che altri, da me non invitati ed a me sconosciuti, ci guarderanno dentro e proveranno – coscientemente o inconsciamente – a ricostruire frammenti della mia identità partendo dalle cose che porto con me. Dopo anni e centinaia di viaggi, il fatto di non aver nulla da nascondere, non basta a tacitare l’inquietudine che questa forzosa condivisione della mia intimità mi procura.

Negli ultimi anni, sulla scia della stessa ricerca di livelli di sempre maggior sicurezza, in tutto il mondo – incluso il nostro Vecchio Continente – si è iniziato ad interrogarsi sulla possibilità ed opportunità di rispondere a tale esigenza attraverso l’utilizzo dei body scanner, strumenti di video-perquisizione in grado di spogliarci completamente agli occhi di chi è dietro lo schermo senza toccare i nostri vestiti. Apparecchi di questo genere sono attualmente in uso in via sperimentale in molti aeroporti USA ed in alcuni aeroporti europei, tra i quali quelli italiani di Roma, Milano e Venezia. Le istituzioni dell’Unione Europea – benché abbiano avviato una seria e profonda riflessione sull’argomento da oltre due anni – tuttavia non sono ancora giunte ad una conclusione circa l’effettiva utilità ed opportunità di far ricorso a tali strumenti e, da ultimo, proprio il 15 giugno scorso la Commissione, in una comunicazione al Consiglio ed al Parlamento, ha evidenziato tutte le proprie perplessità e manifestato l’esigenza di ulteriori approfondimenti prima di assumere qualsivoglia decisione.

Uno degli interrogativi più rilevanti che la Commissione propone nella Comunicazione concerne proprio la possibilità di contemperare l’utilizzo di tali strumenti con l’insopprimibile esigenza di garantire un adeguato livello di tutela alla dignità umana ed al diritto alla privacy dei passeggeri. In tale prospettiva la Commissione rileva, innanzitutto, come prima di accettare l’idea di un’ulteriore compressione del diritto alla privacy dei cittadini europei sia indispensabile acquisire elementi – scientifici e non emozionali – relativi all’effettiva utilità dei body scanner ed all’impossibilità di ottenere analoghi risultati in termini di sicurezza attraverso il ricorso a mezzi o processi meno invasivi della privacy.

In questo contesto, peraltro, la Commissione evidenzia anche l’esigenza che ogni decisione circa il ricorso ai body scanner venga assunta a livello europeo, in quanto un’eventuale frammentazione del quadro normativo nei diversi Paesi membri finirebbe con l’indebolire il sistema di sicurezza complessivo, rendendo, per questa via, inutile, il sacrificio della dignità e della privacy dei cittadini di quegli Stati che – soli o per primi – decidessero di diffondere l’utilizzo di tali dispositivi.

La Commissione Europea, nella stessa comunicazione, inoltre – facendo tesoro delle indicazione ricevute negli ultimi anni dal Gruppo dei Garanti art. 29 e dagli altri organismi europei coinvolti negli studi avviati, individua tutta una serie di accorgimenti che, soli, appaiono in grado di garantire un accettabile contemperamento tra il ricorso ai body scanner ed il rispetto della dignità umana e degli altri diritti fondamentali della personalità.
Ecco tali accorgimenti:

1- l’operatore addetto alle analisi delle immagini deve lavorare da remoto e non disporre di alcuna possibilità di vedere la persona cui le immagini si riferiscono;
2- né l’operatore né terzi devono poter collegare in alcun modo le immagini acquisite all’identità della persona osservata;
3- il body scanner deve restituire un’immagine complessiva della persona corrispondente ad una sagoma ed il dettaglio dei soli “oggetti potenzialmente pericolosi” che questa porta con se;
4- nell’ipotesi in cui il body scanner consenta l’acquisizione di immagini di dettaglio, l’operatore al terminale deve essere dello stesso sesso della persona osservata;
5- la comunicazione tra l’operatore al terminale e l’operatore che eventualmente sia chiamato ad intervenire per la ricerca di oggetti sospetti deve essere limitata alle sole informazioni effettivamente utili a tal fine;
6- i dispositivi body scanner devono essere “privacy by design” ovvero essere progettati e realizzati, tenendo nel debito conto le esigenze di tutela della privacy dei passeggeri e, ad esempio, in tale contesto non devono consentire, in alcun modo, la registrazione e/o la stampa delle immagini acquisite almeno in relazione a quei passeggeri che non risultino in possesso di oggetti pericolosi;
7- i passeggeri devono essere puntualmente e tempestivamente informati circa i soggetti che procederanno all’acquisizione delle immagini, la natura, qualità e quantità delle immagini acquisite, le modalità di trattamento nonché la durata della conservazione di tali immagini.

Si tratta di accorgimenti che appaiono insuscettibili di limitare l’efficacia dei body scanner e che, per contro, sembrano importanti al fine di attenuare l’importante sacrificio al diritto alla privacy dei cittadini che, qualora si optasse effettivamente, per un’adozione diffusa di tali dispositivi, si produrrebbe.

Sono, peraltro, indicazioni coerenti a quelle che l’Ufficio del Garante sembra aver dato al Ministro Maroni ed appare, pertanto, opportuno che quest’ultimo – anche qualora decida di attuare i propositi annunciati – vi si adegui, apprezzandone lo sforzo di contemperamento di contrapposte esigenze piuttosto che interpretandole come “fastidiosi” limiti al perseguimento di un obiettivo di sicurezza assoluta che, come ben sanno gli esperti, può al massimo rappresentare un’ambizione ma mai costituire un effettivo punto di arrivo.

A prescindere da tale considerazione, sembra peraltro importante che il Governo resista alla tentazione di inseguire il futile primato del primo Paese ad adottare questa tecnologia e, quindi, astrattamente più sicuro: si interroghi piuttosto – come suggerito dalla Commissione Europea – sull’utilità di fregiarsi di un “titolo” di questo genere, mentre si è circondati da Paesi che, in ipotesi, potrebbero ritenere che la privacy e la libertà di movimento dei loro cittadini valga di più del beneficio – magari stimato come modesto – perseguibile in termini di sicurezza, ricorrendo ad un’adozione diffusa dei body scanner.

Ha davvero senso chiedere ad un cittadino di lasciarsi spogliare ogni volta che decolla da un aeroporto italiano o prende un treno in una nostra stazione, nella speranza di intercettare qualche terrorista distratto o che non legga i giornali, quando poi sulla strada del ritorno – in atterraggio da un aeroporto o in arrivo da una stazione straniera – quello stesso cittadino ed i suoi compagni di viaggio non verrebbero sottoposti ad analoghi controlli?

Credo si sia dinanzi alla più classica – nel metodo e non nel merito – delle scelte politiche e non sono capace, né ritengo, di proporre alcuna indicazione. Ad un tempo, però, non so sottrarmi all’esigenza di segnalare che il rischio elevato che il nostro Paese sta correndo è quello di far perdere ai cittadini la coscienza e consapevolezza del proprio diritto alla privacy, della propria dignità e dei propri diritti fondamentali. Si tratterebbe di un processo involutivo di carattere sociologico prima ancora che giuridico, irreversibile nel breve periodo: ci trasformeremmo in cittadini incapaci di rivendicare il rispetto dei nostri diritti perché inconsapevoli di averne.

È il sogno di ogni tiranno e il peggior incubo di ogni democrazia.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

Come trasferire foto, video e altri file con iPhone senza Jailbreakda e verso qualsiasi cellulare con WiFi!

giugno 21, 2010 3 commenti

Finalmente abbiamo trovato una soluzione per trasferire video, immagini ed altri tipi di file con iPhone SENZA Jailbreak, da e verso tutti i cellulari dotati di collegamenti WiFi. Non saràcomodo come il bluetooth, ma è una soluzione valida e funzionante, l’unica utile per trasferire i file con altri cellulari senza avere il jailbreak su iPhone.

Requisiti:

  • iPhone con applicazione GoodReader installata (costa 79 centesimi ma è un’app assolutamente da installare, a prescindere da questa guida);
  • Qualsiasi cellulare con collegamento wireless.

Procedimento:

Abbiamo provato la procedura con vari terminali, di diverse marche, ed è andata sempre a buon fine.

Il collegamento wireless che si andrà a stabilire sarà di tipo “ad-hoc”, ovvero un collegamento tra apparati di rete e non tra access point e apparati di rete (infrastuttura).

Dalle impostazioni wireless dell’iPhone premere “Altro” e creare un profilo wireless, con nome a caso (es. “NOKIA”), sicurezza mettete nessuna; ora andate a definire l’indirizzo di rete manuale (non DHCP) inserendo 192.168.1.1 come indirizzo IP, 255.255.255.0 come MASK e 192.168.1.1 come Gateway.

Dal cellulare Nokia, o qualsiasi altro, creare un profilo wireless inserendo sostanzialmente gli stessi parametri che abbiamo inserito su iPhone, con la differenza che l’indirizzo Ip deve essere diverso, quindi ad esempio 192.168.1.2

Andate nelle impostazioni WiFi dell’iPhone e aprite il programma di navigazione web dal “Nokia”, impostando il profilo appena creato come quello da utilizzare per collegarsi ad internet. Digitate quindi l’indirizzo web dal Nokia, ovvero http://192.168.1.1:8080

Ora comparirà dall’iPhone il profilo Nokia che abbiamo creato prima, cliccateci sopra e subito dopo aprite GoodReader e premete il pulsante per stabilire la connessione Wireless dal programma stesso. Probabilmente il Nokia andrà in errore di Timeout, rilanciate quindi l’indirizzo web dal Nokia e, a collegamento stabilito, si vedrà dal Nokia la pagina web di GoodReader.

Bene, ci siamo! Possiamo ora fare l’upload delle cartelle del Nokia di ogni file (audio, video, immagini, ecc…) e i file verranno trasferiti nella cartella di GoodReader in modo davvero veloce. Logicamente è anche possibile trasferire file da iPhone a Nokia, relativamente a tutti i file che già si trovano in GoodReader.

E’ vero, è una procedura un po’ macchinosa, ma funziona perfettamente e tampona una delle mancanze dell’iPhone.

Un grazie a Dario Calvi per aver scritto questa guida per noi!

Via iphoneitalia

Ubuntu sui tablet sfiderà Android, iOS e MeeGo

giugno 16, 2010 1 commento

Ubuntu continua a pensare in grande. Dopo aver lanciato ufficialmente la sfida sul desktop ad Apple Mac OS, Canonical ha da poco annunciato di essere intenzionata a sbarcare sul mercato con un nuovo sistema operativo per l’universo tablet. Ciò significa che nel giro di pochi mesi Ubuntu si ritroverà faccia a faccia con Apple iOS, Android e MeeGo.

A svelare i piani dell’azienda di Mark Shuttleworth ci ha pensato Chris Kenyon, vice presidente per i servizi OEM. Quest’ultimo ha anche fatto sapere che Ubuntu per i tablet avrà una nuova interfaccia touch-friendly, saprà sfruttare al meglio i servizi online di Ubuntu One (cloud storage e negozio di musica), sarà basata su Ubuntu 10.10 e si fonderà con il progetto preesistente Netbook Edition. Canonical ha ben chiari i suoi obiettivi: sui tablet l’autonomia è la cosa più importante e per questo motivo collaborerà a stretto contatto con i principali produttori di CPU mobili tra i quali Intel, Freescale, Texas Instruments e Marvell, per ottimizzare le performance e il sistema di power management del suo sistema operativo mobile. Ubuntu in versione tablet dovrebbe essere rilasciata entro l’inverno del 2011.

Via tuxjournal

Chrome Os con funzionalità di Desktop Remoto

I dettagli di Chrome Os sono ancora un po’ vaghi, ma sembra che Google stia lavorando per includere la possibilità di far girare le normali applicazioni.

Questa funzionalità è stata battezzata con il nome di Chromoting e dovrebbe assomigliare al desktop remoto di Windows consentendo l’accesso ai programmi scritti per Linux, Mac Os X e Windows.

Da notare che queste indiscrezioni non provengono direttamente da Google, ma online è stata pubblicata una mail di uno dei sui ingegneri: Gary Kačmarčík. La parte in cui descrive i programmi nativi come “legacy PC applications” rende molto chiaramente l’idea del futuro che hanno a Mountain View.

Via ossblog