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Marte, Phoenix riposi in pace

La sonda marziana che per prima ha scovato la presenza di ghiaccio sul Pianeta Rosso è ufficialmente non operativa. Falliti i tentativi di NASA di comunicare con il lander: non è riuscito a superare indenne l’inverno marziano.

Capitolo chiuso per Mars Phoenix Lander, la sonda NASA ammartata nel 2007 e dotata di sofisticati strumenti di analisi della composizione del suolo marziano. Al JPL di Pasadena hanno provato più e più volte a ristabilire un contatto, ma il piccolo laboratorio stazionario che più di altre missioni ha riacceso l’interesse per Marte e l’esplorazione spaziale non ha fornito alcuna risposta. Ulteriori prove fotografiche confermerebbero il fatto che la sonda risulti oramai danneggiata in maniera irreparabile.

Phoenix, il progetto NASA risorto dalle ceneri di tecnologie preesistenti mai approdate alla fase produttiva, è la sonda che ha trionfato su Marte scoprendo l’esistenza di biossido di carbonio in forma di ghiaccio sotto un leggero strato di polvere e individuando la presenza di perclorato nel suolo marziano, un composto utilizzato come fonte energetica da certuni microbi terrestri presenti nei deserti del Cile.

Le attività del piccolo laboratorio si erano interrotte a novembre 2008, quando l’inverno marziano era sopraggiunto a rendere impossibile l’auto-alimentazione tramite pannelli solari e quindi la possibilità di comunicazione con la Terra attraverso le antenne giganti del Deep Space Network. Gli scienziati, che pure nutrivano poche speranze di riavviare lo scambio di dati con la sonda, hanno provato a ristabilire tale comunicazione in occasione di 200 voli consecutivi dell’orbiter Odyssey.

Ma Phoenix non ha risposto alla chiamata di Odyssey, e le foto scattate dal Mars Reconnaissance Orbiter hanno infine evidenziato come i pannelli solari della sonda fossero collassati sotto il peso del ghiaccio marziano, accumulatosi nel corso di un inverno durato l’equivalente due anni terrestri.

“Avevamo ben poche speranze di ripristinare Phoenix – ha commentato mesto l’addetto ai lavori Peter Smith – ma è una di quelle cose che dovevamo provare a fare anche se le possibilità erano ridotte”. Di Phoenix non resterà a ogni modo solo il ricordo o un rottame malfunzionante a inquinare la superficie marziana, perché la mole di informazioni sin qui spedite sulla Terra terrà impegnati gli scienziati NASA ancora per mesi.

Via punto-informatico

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