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Quando l’identità personale vale pochi click

Nel polverone sollevato in seguito all’aggressione del Premier, c’è un gruppo Facebook che ha cambiato faccia. All’insaputa dei propri iscritti.

All’indomani dell’aggressione subita dal Premier in quel di Milano e del proliferare in Rete di qualche decina di post, siti e gruppi su Facebook con toni e contenuti più o meno goliardici, idioti e, in alcuni casi, di inaccettabile violenza, il Governo e purtroppo, anche una parte della stampa sono tornati – come accade ormai ciclicamente – a chiedere la “chiusura della Rete”, fucina di violenza e vaso di Pandora di ogni male e forma di odio del XXI secolo.

Il Ministro dell’Interno, quello della Giustizia e decine di altri rappresentanti della maggioranza si sono già affrettati a manifestare l’intenzione di interventi straordinari ed urgenti che valgano a consentire di disporre l’oscuramento immediato di interi siti Internet. Non è dato sapere cosa abbiano in mente ma la memoria corre al famigerato emendamento D’Alia contro il quale la Rete fu chiamata a difendersi qualche mese fa. Inutile ripercorrere ragionamenti già fatti e tornare a spiegare ai novelli censori della società dell’informazione che l’oscuramento per un verso non è praticabile e per altro verso è un modello costituzionalmente insostenibile perché non si può – specie in assenza di un provvedimento giurisdizionale – privare centinaia di migliaia di persone della libertà di manifestazione del pensiero solo perché qualcuno, utilizzando lo stesso medium, ne ha abusato. Sarebbe come chiudere un giornale per un episodio di diffamazione o demolire un muro dopo l’affissione di un manifesto dal contenuto illegittimo. È un discorso lungo che andrà ripreso se e quando il Governo attuerà i propositi manifestati nelle ultime ore.

C’è, tuttavia, un’altra storia nella storia che, questa volta, merita di essere raccontata e che è rimasta nell’ombra, ignorata o quasi, dal Palazzo e poco trattata sui giornali e in TV. Nella notte che ha seguito l’aggressione del Premier, infatti, diversi Gruppi su Facebook attorno ai quali, negli ultimi mesi, si erano raggruppati milioni e milioni di italiani, riconoscendosi negli obiettivi, negli scopi e negli interessi rappresentati nel titolo del Gruppo hanno cambiato nome, descrizione e, quindi, scopi ed obiettivi. È così accaduto che milioni di cittadini che avevano liberamente scelto di aggregarsi attorno all’idea di sostenere le vittime del terremoto in Abruzzo e condividere progetti, iniziative umanitarie e informazioni si sono, inconsapevolmente, ritrovati iscritti ad un Gruppo di solidarietà a Silvio Berlusconi. Propositi nobili – guai a dubitarne – ma il punto è un altro: nessuno degli iscritti ha liberamente scelto di farli propri, di aderirvi, di veder collegato il proprio nome ad un’iniziativa in favore di un leader politico, manifestando così una propria opinione o, almeno, propensione politica.

Nelle ultime 24 ore gli amministratori del Gruppo, “autori materiali” dell’operazione di “coartato ed unilaterale trasformismo” e forse – ma questo andrà accertato – anche suoi ideatori si sono continuamente passati il testimone ed hanno altrettanto frequentemente modificato il titolo del gruppo che alle due di questa notte era divenuto “viva il comunismo, viva la libertà” per poi tornare prima dell’alba “Solidarietà a Silvio Berlusconi”. Si tratta di un gravissimo attentato all’identità personale di milioni di cittadini italiani i cui dati personali sono stati trattati per finalità politiche, in assenza del loro consenso.

Questa volta Facebook, il lupo cattivo americano, non c’entra. E non c’è neppure nessuna difficoltà oggettiva nell’individuazione dei responsabili della condotta delittuosa perché i loro nomi e cognomi sono – e/o sono stati – lì in bella mostra nel campo dedicato agli amministratori del Gruppo.
Perché nessuno ha tuonato e promesso azioni e sanzioni esemplari contro questa aggressione alla libertà individuale di milioni di cittadini italiani?
È un fatto inquietante e, ad un tempo, sintomatico dell’incapacità del Palazzo di cogliere le dinamiche della Rete e di comprendere quali sono le nuove forme di violenza e di coercizione di massa dalle quali occorre proteggere i cittadini italiani.

L’episodio, tuttavia, è sintomatico anche per un’altra ragione: mentre da più parti si è avviato un autentico processo di criminalizzazione del web e di alcune piattaforme e soggetti che ne sono protagonisti, questa vicenda mostra in maniera eclatante come il mezzo – Facebook – sia, il più delle volte, neutro rispetto agli scopi per i quali gli utenti lo utilizzano.
Il gigante del social network, in questa storia, c’entra ben poco perché si è limitato a mettere a disposizione una piazza ed uno strumento ad un manipolo di nostri concittadini che – per superficialità, ignoranza, inesperienza o altre motivazioni che emergeranno nelle prossime settimane – li hanno utilizzati nel modo peggiore possibile ovvero per espropriare e manipolare l’identità personale di milioni di cittadini.
Occorre intervenire con urgenza, accertare quanto accaduto e punire i responsabili per dimostrare che la Rete ed i suoi strumenti non sono mai buoni o cattivi, leciti o illeciti ma che tali aggettivi devono sempre essere piuttosto collegati agli utenti ed alle loro condotte.
Non esiste, per dirla con le parole usate da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera un “lato oscuro della rete” ma esiste piuttosto, in Rete come fuori dalla Rete, un manipolo di idioti, superficiali, delinquenti e criminali, soggetti in relazione ai quali la famiglia, la scuola, i processi di formazione ed educazione hanno fallito.
È importante non confondere questa parte con il tutto e, soprattutto, l’autore della condotta con lo strumento.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

Via punto-informatico

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