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Processo a Google

Accuse di monopolio e sospetti per la privacy. Indagini dell’Antitrust e giornali sul piede di guerra. L’ex promessa del web è costretta a mettere da parte l’aura etica e iniziare a “fare del male”. I 5 capi d’accusa.

L’arroganza fatta business
Il primo a lanciare il sasso è stato il popolare blog americano GigaOm. In occasione della presentazione di Google Wave, ultimo servizio sfornato dalle fucine del motore di ricerca, è sbottato: «Google raggiunge nuove vette di arroganza». Sotto accusa il comportamento degli uomini dell’azienda che ad ogni domanda sui risvolti economici del servizio rispondevano con evasiva noncuranza, quasi le questioni riguardanti il vil denaro potessero intaccare la purezza tecnologica del prodotto. Atteggiamento tipico di Google, notava il blogger Jason Golson «che ha una lunga storia di lanci di prodotti o di acquisto di progetti solo per poi stufarsi e abbandonarli mesi o anni dopo». In fondo, chiosava, il motore di ricerca «non è riuscito a monetizzare nulla a parte la ricerca». Si veda Lively, l’anti-Second Life presentato lo scorso anno e subito chiuso. O ancora Check-out (servizio per i pagamenti online con cui fare concorrenza a Paypal), Jaiku (l’anti-Twitter), Knol (l’anti-Wikipedia) e via dicendo. Ma se fosse solo questione di atteggiamento non sarebbe un problema. Il fatto è che questa arroganza è figlia di un metodo di business. Per capirlo bisogna attraversare l’Atlantico e leggere il blog di Stefano Quintarelli, imprenditore e grande esperto di telecomunicazioni, pronto a spiegarci la razionalità economica di questa apparente follia: sfruttare la propria posizione dominante in un mercato per impedire che nascano nuovi concorrenti in settori adiacenti. E allora le tante iniziative fallimentari di Google non sono più un segno di superbia quanto la strategia di controllo tipica del monopolista. «A parte quelle che hanno cercato di scalfire posizioni già dominate da qualcuno, le altre sono servite sostanzialmente per chiudere (limitare) degli spazi online, usando gli ingenti margini che provengono da una posizione dominante sulla ricerca che è oggi, di fatto, l’unico modo di monetizzazione in rete». Sfornare (o acquistare) servizi a ripetizione senza troppo preoccuparsi della redditività (anche YouTube, dopo tutto, è in perdita) è una strategia razionale quando si è «in una forte posizione di monopolio, con dei margini altissimi». In questa situazione non interessa «monetizzare, ma colonizzare».

Dagli all’editore
«Un parassita». «Una minaccia immorale». «Un verme solitario nell’intestino di internet». Sono alcune delle accuse lanciate a Google dagli esponenti dell’editoria tradizionale. Tanto livore non è dovuto solo alla difficile situazione in cui versa l’industria dell’informazione. Ma anche all’atteggiamento ambiguo del motore di ricerca. Per numero di contatti, Google News ormai rivaleggia con le edizioni online del New York Times e del Wall Street Journal , eppure Google non ha neanche un giornalista. Si limita ad aggregare e mettere in pagina le notizie più importanti (per di più senza trasparenza sui criteri di selezione). «Basta con la storia che indirizza il traffico verso i siti originali. La logica alla base di Google News non porta gli utenti ad associare un contenuto al suo creatore» ha spiegato di recente un dirigente della News Corp di Rupert Murdoch. Anche testate tradizionalmente più aperte al web come The Guardian ci sono andate giù pesanti: «Nonostante l’aura di impresa giovane ed eroica, ciò che vediamo è il classico modello di capitalismo tossico», ha scritto l’editorialista Henry Porter. «E cioè: fare piazza pulita dei concorrenti per avere profitti sempre maggiori. Google alla fine si rivela solo un parassita che non crea nulla, semplicemente mette ordine tra l’informazione prodotta da chi ha investito il proprio capitale, tempo e competenze».
Gli stessi timori sono condivisi dagli editori librari che nei prossimi mesi decideranno se aderire all’accordo di conciliazione messo a punto da Google Books per porre fine ad una lunga vertenza legale nata negli Stati Uniti. Se il piano dovesse andare in porto, finalmente il colosso della rete potrebbe coronare il sogno di dar vita alla “più grande biblioteca del mondo”. Ma la strada non è affatto spianata: molte voci autorevoli si sono levate in questi mesi per denunciare i rischi di una «pericolosa privatizzazione della conoscenza». Migliaia di autori ed editori hanno fatto sapere che non intendono vendere l’anima al nuovo Faust virtuale. A complicare il tutto, ora è arrivata anche un’indagine dell’Antitrust statunitense che vuol far chiarezza sul rischio di eventuali monopoli.

La ricerca del potere
Chi sedeva alla destra di Obama durante il primo incontro del Presidente con i boss delle più importanti aziende del paese? Risposta: Eric Schmidt, numero uno di Google. Lo ha fatto notare il Washington Post in un articolo sulla crescente influenza del motore di ricerca ai più alti livelli della politica Usa. Un posto a tavola certo non è una prova, ma un simbolo sì. Soprattutto se gli indizi di una liason con la Casa Bianca si moltiplicano. Lo stesso Schimdt è stato membro della squadra di transizione e siede nel Consiglio dei consulenti per la scienza e la tecnologia del Presidente. A fine maggio, poi, ha fatto rumore la notizia che Andrew McLaughlin, capo degli affari istituzionali di Google, lascerebbe l’azienda per entrare nell’amministrazione come numero due delle politiche tecnologiche Usa. McLaughlin raggiungerebbe Katie Stanton, già project manager a Mountain View e ora responsabile della partecipazione dei cittadini alla Casa Bianca, e Sonal Shah, ex capo dello sviluppo a Google.org, braccio filantropico del motore di ricerca, oggi alla guida del Ufficio innovazione sociale. Abbastanza perché alcuni analisti si chiedano se «l’apparente influenza e gli agganci di Google alla Casa Bianca» non contrastino «con gli sforzi dell’amministrazione di mettere a punto controlli su pratiche anticompetitive nell’industria tech». La nomina di McLaughlin è avversata da gruppi come Consumer Watchdog, associazione che ha sperimentato quanto Google possa essere aggressivo nelle pratiche di lobbying. Nel gennaio scorso il gruppo ha riportato la voce secondo la quale il motore stava premendo sul Congresso per inserire nel pacchetto di stimolo dell’economia la possibilità di vendere i dati elettronici sulla salute dei pazienti. Per tutta risposta, il colosso web ha contattato la Rose Foundation, tra i finanziatori dell’associazione, invitandola a riconsiderare il suo supporto. Un atteggiamento che non ha giovato all’immagine dell’azienda. Soprattutto quando i documenti ufficiali dicono che nel primo trimestre dell’anno Google ha speso 880 mila dollari in attività di lobby. Tra queste «iniziative collegate alla salute online» e «questioni relative ai dati medici personali».

Di chi sono quei dati?
Sui server di Google passano miliardi di bit, la maggior parte dei quali rappresentano dati sensibili: dalle ricerche più effettuate, alle informazioni sanitarie, la corrispondenza privata, i video preferiti, i siti web cliccati con più frequenza e via dicendo; quanto basta per ricostruire (almeno in via potenziale) vita, morte e miracoli di ogni utente che transita per il web. Anche chi non utilizza i singoli servizi di Google può facilmente finire nei suoi immensi database. Un recente studio dell’Università di Harvard ha dimostrato come tramite Analytics (servizio che permette di analizzare il traffico generato da un sito web), Google raccolga informazioni sui visitatori di 81 tra i primi cento siti web. Se si aggiungono a questi dati quelli raccolti con le piattaforme di pubblicità di sua proprietà, BigG arriva a tracciare gli utenti che passano da 92 dei primi 100 siti web. Ma non finisce qui: oltre ai dati estrapolati in maniera inconsapevole per l’utente, ci sono quelli che trasmettiamo volontariamente ogni qualvolta ricorriamo a YouTube o Gmail, il servizio di posta elettronica. Non è ancora ben chiaro se queste informazioni restano di nostra proprietà oppure vengono di fatto “condivise” con chi possiede i server stessi. Di certo non c’è da fidarsi troppo: da un punto di vista legale, tutte le applicazioni messe a disposizione da Mountain View sono dei contratti stipulati tra l’utente e Google. Nei termini di servizio di questi contratti sono contenute le clausole dell’accordo ma purtroppo quasi nessuno si ferma a leggerle con attenzione. Ad esempio, nei termini di servizi di Gmail si scopre che (art. 11.1): «[…] Pubblicando i tuoi contenuti (sui servizi Google) conferisci a Google una licenza perpetua, irrevocabile, globale e priva di alcun compenso economico a riprodurre, adattare, modificare, tradurre, pubblicare, mostrare in pubblico e distribuire qualsiasi contenuto da te inviato». E che (art. 11.2) «Acconsenti che Google renda disponibili i tuoi contenuti ad altre aziende, organizzazioni e individui con cui Google ha rapporti legati all’erogazione di servizi correlati». C’è da fidarsi, o è meglio essere più attenti e consapevoli?

Più informati ma più stupidi
«Google ci rende stupidi?». Così titolava un articolo del giornalista Nicholas Carr pubblicato lo scorso anno sull’ Atlantic Monthly. Sotto accusa i cambiamenti nel modo in cui elaboriamo le conoscenze nell’era dei motori di ricerca. Nessuna nostalgia luddista ma la constatazione che dietro l’ottimismo di tanti cantori del web – tra cui la stessa Google che non perde occasione per ribadire la necessità di «dar vita al più grande archivio di conoscenze online» – si nascondono troppi lati oscuri. Il saltellare di pagina in pagina, il cliccare compulsivo da un link all’altro, le continue interruzioni – spiegava l’autore – determinano mancanza di concentrazione, meno analisi ed approfondimento. Dubbi fatti propri dalla comunità scientifica che studia da tempo come internet cambi il modo in cui elaboriamo le informazioni. Alcuni neuroscienziati temono «un’infantilizzazione delle nostre attività cerebrali, ridotte allo stadio di un bambino attratto solo da rumori e fonti luminose momentanee, incapace di concentrarsi per più di pochi secondi». Prova ne è, sottolinea Carr, che in tanti non riescono più a portare a termine un libro con la stessa agilità di un tempo: richiede troppa concentrazione. «Mai un sistema di comunicazione ha esercitato un’influenza così vasta sui nostri pensieri. E tuttavia, con tutto quello che è stato scritto sulla rete, non c’è stata alcuna considerazione su come, esattamente, ci sta riprogrammando ». Punta il dito contro la stupidità dell’algoritmo di Google un saggio recente dello studioso Geert Lovink (“La società della domanda e la Googlization delle nostre vite”): «I motori di ricerca organizzano l’informazione in base alla popolarità, non alla verità». Mescolano alto e basso, gossip e discorsi intelligenti senza nessun discrimine se non quello della visibilità stabilita dall’algoritmo di Google, una società che ha reso milioni di utenti dipendenti solo perché risolve meglio di altri il problema del sovraccarico informativo. Anche qui nessuna nostalgia passatista ma solo un invito a liberarsi di vecchie e nuove monoculture, per elaborare forme più sofisticate e meno stupide di organizzazione delle conoscenze online.

Articolo pubblicato su Chips&Salsa-Il Manifesto del 20 giugno 2009

Lunedì 22 giugno 2009 – 09:50 (1 giorno fa)

Bruno, De Palma, Mastrolonardo

Fonte: visionpost

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