Home > Politica > L’Italia in guerra con Facebook & co

L’Italia in guerra con Facebook & co

Ecco come potrebbe apparire la rete tricolore se tre proposte di legge targate Pdl e Udc fossero approvate. Non c’è da stare allegri…

Roma, 11 aprile 2011. Marco, 20 anni, è arrabbiato. Per la terza volta in un mese Facebook è inaccessibile. Tutta colpa di un “gruppo” creato sul social network da un manipolo di goliardi inneggiante alla camorra. Il ministro dell’Interno, in base a una norma del 2009 sui reati di opinione, ha ordinato ai fornitori di connessione di filtrare il sito per tutti i computer italici.

Maria, romana di 27 anni, non è più contenta. Rischia fino a 3 anni di reclusione per diffamazione a mezzo stampa; lei, che non è giornalista. Il problema, le ha spiegato l’avvocato, è che su “Affari studenteschi”, un blog aperto tempo fa e poi dimenticato, qualcuno ha lasciato un commento offensivo nei confronti di un professore universitario, il quale ha sporto querela. Ora che la legislazione italiana estende a ogni contenuto pubblicato su internet «tutte le norme relative alla Stampa» per i reati di diffamazione, Maria è nei guai.

Il suo compagno Luigi, collaboratore di Wikipedia, prova a consolarla ma anche lui ha i suoi dispiaceri telematici. La stessa legge ha bandito l’anonimato dalla rete e l’enciclopedia online (dove basta uno pseudonimo per diventare autori) non è più raggiungibile dallo stivale. Ma forse i più preoccupati sono Sonia e Alberto. Sono stati disconnessi da internet per tre mesi perché il loro figlio sedicenne Antonio scaricava file musicali coperti da diritto d’autore tramite sistemi peer-to-peer.

Come vuole la legge approvata due anni fa, dopo tre avvertimenti la famiglia è stata privata del collegamento per 90 giorni. Ma quello che angustia mamma e papà è un’altra cosa. Tornata internet, Antonio non ha perso l’abitudine di scaricare. Solo che ora lo fa attraverso delle darknet, reti private accessibili solo su invito, dove circolano anche contenuti ben più illegali dei file mp3 di Vasco Rossi.

Roma, 11 aprile 2009. Lo scenario appena raccontato è futuristico, certo. Ma purtroppo, logica giuridica alla mano, è anche futuribile. E se Maria, Marco, Luigi & c. sono personaggi fittizi, lo stesso non può dirsi dell’impossibilità di accedere alle più popolari piattaforme online, dell’equiparazione tra blogger e testate giornalistiche e della disconnessione coatta. Queste situazioni sono iscritte in una serie di proposte normative presentate negli ultimi mesi in Italia, ispirate da una visione apocalittica della rete considerata un maligno brodo di coltura per pedofilia, criminalità e “pirateria”.

Si pensi all’emendamento 50-bis al disegno di legge sulla sicurezza proposto dal senatore Giampiero D’Alia (Udc) dopo le polemiche su un gruppo di Facebook che celebrava Totò Riina. Prevede che, per i reati di opinione, il ministero dell’Interno possa imporre ai provider di rendere inaccessibili i contenuti online ritenuti illegittimi. Questo interventismo dell’esecutivo preoccupa i giuristi. Secondo Elvira Berlingieri, esperta di diritto d’autore e Ict, «l’azione del governo in un procedimento penale è un pericoloso precedente perché stravolge il principio della separazione dei poteri. Il governo può decidere discrezionalmente sull’oscuramento col rischio che la decisione diventi uno strumento politico, cosa pericolosa quando si tratta di reati di opinione».

Non solo, nell’ignoranza dei meccanismi di rete, la norma potrebbe avere la conseguenza spiacevole di oscurare alcuni dei servizi più diffusi del web. Nel caso di Facebook, per esempio, trattandosi di una piattaforma e non di un singolo sito i provider sarebbero costretti a filtrare il servizio nella sua totalità. Già approvato al Senato il decreto, con l’emendamento, è in discussione dalla Camera.

L’equivalenza tra testate come il Corriere della sera e diari online che toglie il sonno a Maria è invece una possibile conseguenza della proposta di legge presentata da Gabriella Carlucci, deputata Pdl decisa ad abolire l’anonimato online. Peccato che il suo provvedimento, in prima lettura alla Camera, rischi di rendere difficile la fruizione di servizi che non prevedono forme di identificazione forte degli utenti. Tra questi la Wikipedia amata da Luigi e da milioni di utenti. «La proposta – spiega Berlingieri – non specifica di che tipo di anonimato si parli. Ma se il divieto comprendesse anche il cosiddetto “anonimato protetto”, che permette alle persone di iscriversi a un sito fornendo un indirizzo email e di essere visibili con un soprannome, molte applicazioni, come Second Life per esempio, diverrebbero illegittime».

Che poi l’afflato moralizzatore della Carlucci, desiderosa di porre «un argine alle troppe storture che la totale anarchia della rete Internet sta rendendo sempre più pervicaci e invasive», si sposi con interessi più mondani non stupirà chi sa che dietro gli alti proclami ci sono spesso le pressioni di una lobby. Come quei blogger che hanno scoperto che i file della proposta di legge Carlucci sono stati creati originariamente dal presidente di Univideo, l’Unione italiana editoria audiovisiva.

Non c’è nemmeno bisogno di masticare un po’ di informatica, invece, per capire che le lobby dell’intrattenimento saranno contente della proposta di legge di Luca Barbareschi (Pdl). Anch’essa in prima lettura alla Camera, richiama esplicitamente la legge sorprendentemente bocciata in Francia il 9 aprile scorso (ma sarà presto riproposta) che prevede, dopo tre avvertimenti, la disconnessione dell’utente reo di aver violato la legge sul diritto d’autore. Il provvedimento, spiega chi se ne intende, sarà nel migliore dei casi inutile, nel peggiore dannoso. «Internet nasce per assicurare che due nodi possano comunicare in ogni circostanza; non esiste contromisura che possa impedirlo definitivamente», racconta Stefano Quintarelli, grande esperto di telecomunicazioni.

La conseguenza di questa architettura del network è che la repressione può solo stimolare l’ingegno con conseguenze sociali gravi. «Filtri al p2p o soluzioni alla Sarkozy spingeranno la gente a trovare soluzioni per aggirare i divieti. E dunque – conclude – sistemi di anonimizzazione o reti cifrate diventeranno più diffusi con il rischio che si prestino a usi molto pericolosi».

Articolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto dell’11 aprile 2009

Fonte: visionpost

  1. francesco
    settembre 11, 2010 alle 3:08 pm

    da oggi, 11 settembre 2010,non riesco più a entrare in FaceBook, sono vittima di una repressione della mia libertà?

  1. No trackbacks yet.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: