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Internet non è per pigri

Il caso dei contenuti degli utenti su Facebook ha fatto scalpore ma sono molti i servizi che in realtà possiedono i nostri contenuti. E a darglieli siamo noi. Avete un account su Gmail? Tremate…

GMailCi sono i media tradizionali. E poi c’è internet, che coi media tradizionali ha veramente poco a che fare. Soprattutto per un aspetto che in questi giorni è balzato agli onori della cronaca: i diritti sui contenuti personali che vengono pubblicati in rete approfittando di servizi gratuiti gestiti da società terze. Facebook ha suscitato un piccolo scandalo nella recente modifica (poi ritirata) delle proprie policy per il trattamento dei contenuti degli utenti. Trattasi in realtà di un chiarimento: chi pubblica contenuti in rete non ne possiede i diritti esclusivi. Se l’utente abbandona Facebook, la piattaforma non può assicurare la rimozione dei contenuti che lui stesso ha disseminato fra i nodi della propria rete sociale. Zuckerberg lo spiega in modo chiaro: se condividi qualcosa non puoi poi pensare di tornare sui tuoi passi in modo definitivo. In realtà ciò sarebbe tecnicamente possibile, marchiando i propri contenuti in modo che se ne possano recuperare tutte le copie che si sono diffuse sul social network, ma effettivamente la cosa è macchinosa e rallenterebbe il servizio.

Ma Facebook è solo la punta dell’iceberg perché in realtà quasi tutti i servizi erogati sul web – e soprattutto quelli gratuiti – esercitano una qualche forma di controllo sugli user generated content, anche quelli più insospettabili, anche quelli in cui non è prevista una vera e propria pubblicazione.

Un esempio su tutti è Gmail, popolare servizio di webmail di Google. Ad esempio tutti in redazione abbiamo un account Gmail, e ne siamo contenti. Ma un giorno qualcuno di noi – che non aveva niente di meglio da fare e una propensione alla paranoia complottista – ha deciso di perdere il proprio tempo leggendo i terms of service sottoscritti al momento della creazione dell’account. E con grande sorpresa abbiamo scoperto una verità che fa tremare i polsi: le nostre email non erano solo nostre, erano anche di Google.

Ecco cosa recita il punto relativo ai termini di servizio al punto 11 del contratto:

11.1 Lei detiene il copyright e qualsiasi altro diritto che lei già possiede sul Contenuto che lei trasmette, invia o visualizza su o tramite i Servizi. Accettando, inviando o visualizzando il contenuto lei concede a Google una licenza eterna, irrevocabile, mondiale, priva di royalty e non esclusiva a riprodurre, adattare, modificare, pubblicare, eseguire pubblicamente, visualizzare pubblicamente e distribuire qualsiasi Contenuto che lei trasmette, invia o visualizza su o tramite i Servizi. Questa licenza ha come scopo esclusivo l’abilitazione di Google a visualizzare, distribuire e promuovere i Servizi e può essere revocata per determinati Servizi come definiti nei Termini Ulteriori di quei Servizi.

11.2 Lei accetta che questa licenza comprenda un diritto per Google di rendere tale Contenuto disponibile ad altre società, organizzazioni o persone fisiche con cui Google ha rapporti per la fornitura dei servizi venduti, e per usare tale Contenuto in relazione alla fornitura di quei servizi.

Per pigrizia, abituati ai media tradizionali, abbiamo regalato – in cambio di un ottimo servizio di email – tutte le nostre corrispondenze elettroniche. Cosa impariamo da questa esperienza? Che internet è un medium che richiede utenti attivi, attenti e consapevoli. Molto più che tutti i media fin qui conosciuti all’umanità. Non siamo seduti sul divano a guardare la tv, non stiamo scrivendo una lettera su carta a un amico, non ascoltiamo la radio. Non possiamo permetterci di essere pigri e sbadati. O meglio possiamo, salvo poi non lamentarci quando scopriamo che non siamo gli unici titolari di nostri contenuti.

Quindi, la prossima volta che cliccheremo sul tasto ‘Accetto i termini del servizio’, sarà meglio spendere un po’ del nostro tempo per leggere tutto. Con attenzione.

Fonte: Visionpost

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