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Divieto di proroga

E’ in scadenza il decreto Pisanu, norma nefasta per la diffusione di internet e per l’innovazione del Paese. Contro il rischio che sia prorogata parlano giuristi, imprenditori, accademici e amministrazioni pubbliche.

L'ex Ministro degli Interni Giuseppe PisanuImmaginate di dover spedire una busta. Vi avvicinate alla cassetta delle lettere e un pubblico ufficiale vi chiede di esporre un documento, registra le vostre generalità, fotocopia la carta di identità e poi, finalmente, vi permette di inviare la missiva. Immaginate che questo accada, obbligatoriamente, anche per quei pochi telefoni pubblici ancora in circolazione.

Farebbe uno strano effetto, vero? Come minimo, avremmo la sensazione di vivere in una società non libera e ultracontrollata. Purtroppo non sono fantasie orwelliane; è ciò che accade da più di tre anni in Italia a chiunque voglia connettersi alla rete da un Internet Café. Non c’è un poliziotto davanti al Pc, ma chi vuole accedere al medium dei medium deve essere identificato con misure che solo a pensarle per altri strumenti di comunicazione farebbero sorridere. O preoccupare.

Il merito, come è noto, è tutto di una norma varata nel luglio 2005 dopo gli attentati alla metropolitana di Londra, il famoso decreto Pisanu. Convertito in legge (la 155 del 2005), il testo inserisce fra le « Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale » l’obbligo per chi apre un esercizio che offra connessioni a internet di richiedere la licenza al questore e di identificare gli utenti attraverso un documento di identità conservando i dati relativi.

Approvata con voto congiunto maggioranza-opposizione quando al governo sedeva il centro-destra, la legge e i suoi effetti sono stati prolungati dall’esecutivo Prodi. Altri 12 mesi di vita, fino alla fine del 2008, sono stati regalati alla Pisanu tra panettoni e cenoni (il decreto di proroga è del 31 dicembre) e l’emergenza ha fatto un altro passo sulla via che conduce verso la normalità.

Tutti sospettati

Accadrà di nuovo quest’anno? Difficile dirlo. Di certo, molto dipenderà dal dibattito pubblico che si genererà intorno alla questione. In questi giorni, per esempio, il Nexa center for Internet & Society del Politecnico di Torino (seri ingegneri, non pericolosi eversori: vedi intervista) ha lanciato un appello per una discussione sui costi e benefici della legge e scoraggiare ogni proroga automatica. Ma le voci critiche non si fermano qui. Le pressioni per evitare un’estensione della legge, o quantomeno in favore di una sua sostanziale revisione, arrivano da giuristi, avvocati, imprenditori, amministrazioni pubbliche. Tutti d’accordo: la norma, così com’è, impone costi giuridici, sociali ed economici troppo alti per un Paese che non può perdere altri treni nello sviluppo tecnologico.

«Nemmeno nell’America di Bush c’è una legislazione del genere», spiega Daniele Minotti, avvocato specializzato in diritto informatico, che individua il problema della norma nella presunzione di colpevolezza che spande sulla società. «Ogni mezzo di comunicazione è neutro e dovrebbe essere lasciato il più libero possibile. Questo, invece, è un provvedimento preventivo: voglio sapere chi sei dal momento che chiunque è un potenziale terrorista». Insomma, come ha recentemente affermato Stefano Rodotà «siamo tutti sospettati». Senza contare che in materia di diritti messi in discussione la china scivolosa è sempre dietro l’angolo. « Una legge varata per contrastare il terrorismo – denuncia Minotti – che viene utilizzata sempre più spesso in processi in cui le imputazioni sono differenti » .

Niente fili, tanti ostacoli

Se dall’ambito di chi difende i diritti ci spostiamo a quello imprenditoriale il giudizio non cambia: l’emergenza è finita e comunque la legge deve ancora dimostrare la sua efficacia. «Siamo contro la proroga, come lo eravamo lo scorso anno», afferma Dino Bortolotto, presidente di Assoprovider, associazione che riunisce i fornitori di connettività, gli Internet service provider (Isp) italiani. «Dopo più di tre anni c’è bisogno di tornare nell’alveo della normalità anche perché riteniamo che la misura non abbia alcuna valenza per il contrasto al terrorismo via internet. E ad ogni modo, la sua eventuale efficacia andrebbe dimostrata».

Gli effetti negativi della norma non riguardano solo gli aspetti giuridici e politici ma anche economici. Stabilendo infatti un complesso sistema di accreditamento e obbligando alla conservazione dei dati di connessione raccolti, la legge impone costi aggiuntivi in termini di infrastrutture a chi vuole fornire connessione alla rete e non sia un provider di grandi dimensioni. « In larga misura – continua Bortolotto – il provvedimento colpisce soggetti che non fanno propriamente gli Isp o comunque sono Isp di piccole dimensioni: Internet Café o esercizi, tipo bar e negozi, che potrebbero offrire connettività gratuita come servizio aggiuntivo tramite il WiFi ».

Già, il WiFi. Al di là della spiacevole sensazione di essere considerati possibili criminali, la prima vittima dell’irrazionalità antiterroristica applicata alle reti è una tecnologia che, per sua natura, fiorisce dal basso aprendo nuovi spazi di comunicazione senza fili e in Italia stenta.

Inizialmente penalizzato da una normativa che ne restringeva l’utilizzo a luoghi circoscritti, la Pisanu limita il WiFi proprio nella sua peculiarità anarchica: chiunque può offrire a clienti, utenti o amici la possibilità di connettersi alla rete. «Purtroppo», spiega Giampaolo Mancini di Wi-Next, azienda torinese che progetta reti senza fili, «la gestione della legge Pisanu per un esercizio è un investimento che eccede quello della rete wireless perché comporta, per esempio, l’acquisto di server e un’onerosa gestione dei dati. Impone, insomma, dei costi di fronte ai quali molti sono costretti a rinunciare all’idea».

Il turista? Si arrangi

Ne sa qualcosa chi su questa caratteristica ha provato a costruire un modello di business. Come Fon, azienda spagnola che offre particolari antenne che, sdoppiando il segnale di una connessione, permettono ai privati di collegarsi a internet senza fili e nello stesso tempo di “regalare” una connessione a terzi. Peccato che anche questo dono sia soggetto alla norma antiterrorismo che richiede un’identificazione forte. Risultato: da noi, per lungo tempo il servizio, diffuso in tutto il mondo, ha operato in una zona giuridicamente grigia.

Ora, grazie a un escamotage ideato da Assoprovider (e approvato lo scorso anno dal ministero dell’Interno) si può ricorrere al numero di cellulare (l’identificazione è garantita dalla Sim, che è nominale) senza passare per la fotocopia. Tutto a posto, dunque? Non ancora. L’accreditamento via telefonino è ancora in un limbo legale. «Noi ci appoggiamo a un parere del ministero che però non è legge e in giudizio avrebbe un valore limitato. Per questo, ci accontenteremmo che la legge venisse modificata in modo da sancire esplicitamente questa possibilità», afferma Stefano Vitta, country manager di Fon in Italia.

Alla faccia di quella regolazione chiara e semplice che dovrebbe permettere investimenti e innovazione. Eppure la diffusione capillare di reti WiFi è riconosciuta come volano per accelerare la digitalizzazione del Paese, far fiorire servizi online, stimolare nuovi business, contribuire a colmare quel digital divide che i grandi operatori da soli non sono in grado di sconfiggere. E’ per questo, per esempio, che Comuni e Province, sulla scorta di quanto sperimentato (non sempre con successo, per la verità) negli Stati Unti, danno vita a reti wireless municipali gratuite. E anche da loro arriva il viatico per l’abrogazione o, quantomeno, la modifica della legge.

«Il fatto di avere una normativa unica in Europa ci impedisce di importare modelli di business che all’estero funzionano. Ma non solo, ci aggiunge costi per il personale che deve fotocopiare i documenti», racconta Giovanni Farneti, esperto di tecnologie wireless che ha collaborato al progetto Iperbole Wireless del Comune di Bologna. Quanto all’escamotage del telefonino per un accreditamento volante è, appunto, solo un escamotage, non una soluzione. «Non vale per i cellulari stranieri. Con il risultato che i turisti, abituati all’accesso wireless ovunque, non possono fruirne in modo immediato. Dall’abrogazione della Pisanu credo che avremmo solo vantaggi». Sulla stessa lunghezza d’onda Francesco Loriga, già responsabile dei progetti WiFi del Comune di Roma e ora impegnato nelle strategie wireless della Provincia: «Siamo stati i primi a usare il sistema del cellulare. E’ un passo avanti che, però, non vale per i turisti, e soprattutto non è praticabile per un bar o piccoli esercizi. In generale la richiesta del documento e di conservazione dei dati per una tecnologia come il WiFi che nasce libera è un incubo». Un brutto sogno dal quale sarebbe bene liberarci.
(Articolo pubblicato originariamente su Chips&Salsa in Alias, supplemento del manifesto del 29/11/2008)

Fonte: Visionpost

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