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Cassazione: modificare le console è reato

giugno 26, 2010 1 commento

Confermando una precedente sentenza del 2007, la Corte di Cassazione ribadisce l’illiceità di tutti i dispositivi che aggirano o rimuovono le protezioni delle console da gioco. Si preannunciano tempi duri per i venditori di modchip

All’inizio della settimana la terza sezione penale della Corte Suprema di Cassazione ha reso pubbliche le motivazioni in base alle quali, lo scorso maggio, aveva annullato con rinvio una decisione del Tribunale di Firenze in merito ai cosiddetti “modchip” e, più in generale, alle modifiche per le console da gioco. Il tribunale toscano aveva annullato il decreto di convalida di sequestro emesso dal PM a carico di due rivenditori di console da gioco, ritenendo che le attività commerciali poste in essere da queste società, e correlate alla modifica delle console, non rientrassero nei reati contemplati dall’articolo 171-ter della legge sul diritto d’autore.

Il deposito delle motivazioni ha confermato quanto precedentemente espresso dalla Corte di Cassazione con pronuncia del 25 maggio 2007, quando era stata affermata l’illiceità dei dispositivi che hanno come scopo la rimozione o l’elusione delle misure tecnologiche di protezione dei videogiochi. In particolare, la Suprema Corte ha stabilito che le misure di protezione utilizzate nel settore videoludico possano essere tutelate contro la rimozione e l’elusione anche se le stesse sono apposte non solo sulle opere da proteggere (i videogiochi), ma anche sugli apparati destinati alla loro fruizione (console). Il PM ha paragonato questo modello al concetto di “chiave-serratura”, dove ciascuno dei due elementi è essenziale per il corretto funzionamento del sistema di protezione.

La Cassazione ha inoltre ribadito, in opposizione a quanto aveva espresso il Tribunale di Firenze, che alle modifiche dev’essere necessariamente riconosciuta la prevalente finalità di eludere le misure di protezione legittimamente apposte dai produttori: di conseguenza, modchip e modifiche in genere vanno considerate in violazione dell’articolo 102-quater della legge sul diritto d’autore.

Infine, i giudici della Corte Suprema hanno respinto la richiesta con cui la difesa avrebbe voluto rimettere il ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione, con la finalità di risolvere l’attrito tra la decisione del Tribunale del Riesame di Firenze e la precedente sentenza della Cassazione. I magistrati della Cassazione hanno spiegato che “la rimessione alle Sezioni Unite sia prevista unicamente per le questioni che abbiano o possano dar luogo ad un contrasto giurisprudenziale e nella specie non vi sono ragioni di contrasto con l’orientamento in precedenza affermato che, anzi, va in questa occasione ribadito”.

All’inizio dell’anno Sony Computer Entertainment Europe e AESVI (Associazione Editori Software Videoludico Italiana) avevano presentato delle memorie difensive tese a dimostrare che le conclusioni a cui era giunto il Tribunale di Firenze erano erronee. Quest’ultima associazione, che in Italia afferma di rappresentare il 90% dei produttori di piattaforme e di software videoludici, ha definito l’ultima sentenza della Cassazione “una vittoria su tutti i fronti per l’industria dei videogiochi”.

“Questo procedimento rappresentava un importante campo di prova per la lotta alla pirateria nel mercato dei videogiochi e in particolare alla pratica delle modifiche alle console che purtroppo è largamente diffusa in Italia” ha commentato Gaetano Ruvolo, presidente di AESVI. “Per questo non possiamo che essere soddisfatti delle conclusioni raggiunte dalla Corte di Cassazione e della coerenza rispetto al suo precedente orientamento in materia. Con questa sentenza è stato riaffermato con forza un importante principio di diritto e confermato il valore della proprietà intellettuale per un settore, come quello videoludico, che vede nella creatività e nell’innovazione la chiave del suo successo presente e futuro”.

Vale la pena specificare che con il termine di “modifica” si identifica un’ampia gamma di dispositivi atti ad aggirare i sistemi di protezione delle console da gioco: i più noti sono i modchip, disponibili per buona parte delle console in commercio, e le flashcart per Nintendo DS, entrambi di natura hardware. Esistono poi anche modifiche che intervengono esclusivamente sul firmware (BIOS) di una console.

Via punto-informatico

Copyright UNIX, SCO ha perso la guerra

Scritto forse il capitolo finale di un’estenuante saga giudiziaria. Il pinguino e i suoi sostenitori possono tirare un sospiro di sollievo. E SCO dovrebbe avviarsi verso un rapido tramonto.

Anche i peggiori horror cinematografici prima o poi finiscono, figurarsi la vicenda di una azienda ridotta all’ombra di se stessa come SCO Group, che da anni si mantiene in vita per un unico scopo: provare ad addentare il business di Novell, IBM e altri. Colpevoli, a suo dire, di aver indebitamente lucrato su vecchi brevetti UNIX di proprietà di SCO.

La storia infinita della guerra “SCO contro Linux” era stata sin qui costellata di amare sconfitte per la ex-Caldera Systems, che nondimeno seguitava a ritornare sul piede di guerra con una litigiosità legale apparentemente immutata a ogni batosta ricevuta nei tribunali.

Prima un giudice l’aveva data vinta a Novell con una multa milionaria, poi la decisione di concedere a SCO l’appello davanti alla giuria, perso anche quello. E infine l’ultimo atto della “tragedia SCO”, la negazione di un nuovo processo basato sul solo fatto che a parere di SCO la decisione della giuria era sbagliata.

“SCO sostiene di avere diritto a un giudizio legale perché il verdetto non è compatibile con la schiacciante evidenza e la legge. La corte rispettosamente dissente – ha scritto il giudice Stewart – La giuria ha stabilito che la versione dei fatti fornita da Novell è maggiormente persuasiva. Tale conclusione è ben supportata dalle prove. C’è stata una sostanziale evidenza del fatto che Novell prese la decisione intenzionale di mantenere la paternità sui diritti d’autore”.

Insomma quasi non ci si crede, ma questa volta la questione SCO contro Linux dovrebbe essere chiusa per sempre: i diritti di copyright su UNIX contesi tra le aziende coinvolte appartengono a Novell, e a SCO non resta che completare l’iter della bancarotta per riposare infine in pace senza alcuna concessione di altre – a questo punto probabilmente sterili – rivalse legali. Con la conclusione del caso Novell, infatti, a SCO non restano basi legali valide per continuare a procedere contro le altre aziende che hanno basato il proprio business su Linux. IBM in testa.

Via punto-informatico

USA, assolto il nemico RapidShare

Dopo essere stato incluso nell’asse del male del P2P, il servizio di hosting è stato liberato dalle accuse di un’azienda specializzata in contenuti per adulti. Non sarebbe affatto responsabile dei contenuti caricati dagli utenti.

Si è parlato di una vittoria importante, oltre che di un significativo precedente in territorio statunitense. Una corte californiana ha recentemente assolto il noto servizio di file hosting RapidShare, stabilendo che quest’ultimo non sia affatto responsabile di certi contenuti caricati dai suoi stessi utenti.

La battaglia legale era iniziata nello scorso anno, quando Perfect 10 – azienda californiana specializzata in vari tipi di contenuti per adulti – accusava RapidShare di aver permesso la condivisione di alcune immagini protette dal copyright. L’azienda a stelle e strisce aveva quindi richiesto che il processo si tenesse in California, mentre i responsabili di RapidShare ne chiedevano lo spostamento in terra tedesca.

Spostamento negato dalla corte statunitense, che ha ora respinto le accuse da parte di Perfect 10. Il servizio di hosting non può essere ritenuto colpevole dal momento in cui è semplicemente un contenitore, un intermediario. Quindi non responsabile della violazione del diritto d’autore collegato alle immagini su cui Perfect 10 detiene i diritti.

“Per noi si tratta di una pietra miliare – ha spiegato un entusiasta Christian Schmid, founder di RapidShare – perché è una decisione presa negli Stati Uniti. Siamo lieti che la corte californiana non abbia sposato la strana tesi di Perfect 10, e non vediamo l’ora di dare sempre maggior risalto alla grande differenza che esiste tra RapidShare e tutti quei siti illeciti di file hosting”.

E si tratta effettivamente di una vittoria importante per il sito, dal momento che già un tribunale tedesco aveva recentemente stabilito la sua estraneità alle violazioni del copyright denunciate in aula dalla casa di produzione cinematografica Capelight Pictures. Ma si tratta anche di una decisione che piacerà poco all’anti-pirateria a stelle e strisce, che proprio in questi giorni aveva diramato la speciale lista dei sei siti più pericolosi del P2P. RapidShare è presente.

Via punto-informatico

Svezia, un porto per la Baia

Rick Falkvinge ha annunciato che il Partito Pirata rifornirà di banda i pirati più famosi del torrentismo. Che sono risorti online con un beffardo micio. Intanto, si accende la protesta degli ISP sulle direttive di IPRED.

I pirati più famosi del torrentismo sembravano essersi nuovamente arenati, pronti alla caccia di un nuovo porto, un nuovo host. Una ricerca che sembra già essersi conclusa, da quando un grosso micio sorridente ha fatto la sua comparsa online. Un sorriso davanti agli “inutili tentativi di controllo” da parte di industria e autorità nazionali. Il tracker dei pirati è infatti tornato improvvisamente online, nuovamente ospitato da un host. Questa volta, un nome decisamente sorprendente. “A partire da oggi, il Partito Pirata svedese rifornirà di banda The Pirate Bay“. Così l’annuncio ufficiale da parte di Rick Falkvinge, leader del ben noto piratpartiet.

“Siamo stufi di questo gioco del gatto e del topo organizzato da Hollywood – ha continuato Falkvinge – così abbiamo deciso di garantire la banda alla Baia. È tempo di prendere il toro per le corna e alzarci in piedi per quella che crediamo essere un’attività del tutto legittima”. Falkvinge ha quindi sottolineato come la Baia sia soltanto un motore di ricerca, non affatto responsabile dei suoi contenuti.

Il soccorso del Partito Pirata svedese appare certamente curioso, dal momento che lo stesso Peter “Brokep” Sunde aveva in precedenza deciso di non appoggiare lo stesso piratpartiet nel corso delle elezioni europee del 2009. Elezioni comunque stravinte dal partito, che aveva raggiunto un sorprendente 7,1 per cento dei voti.

Se la risurrezione della Baia potrà rendere più sereni gli animi del torrentismo, una recente sentenza di una corte d’appello svedese potrebbe invece far riaccendere il dibattito su IPRED, la controversa legge locale sulla proprietà intellettuale. Il provider TeliaSonera potrebbe infatti pagare fino a 100mila dollari di multa qualora non riveli a quattro case cinematografiche i principali dettagli su un suo preciso cliente.

Ovvero il tracker SweTorrents, colpevole di aver distribuito online copie illecite di cinque pellicole, alcune delle quali in anticipo rispetto alla programmazione nelle sale. Il provider – che era già stato condannato in primo grado – dovrà quindi rivelare tutti i dettagli che servano ad identificare i responsabili di SweTorrents, pena il pagamento della salata multa di 750mila corone.

Quello sulle direttive di IPRED è un dibattito che pare essersi improvvisamente acceso in terra svedese. Jon Karlung, CEO del provider Bahnhof, ha recentemente annunciato che prenderà adeguate misure per proteggere la privacy dei suoi clienti. La legge svedese sulle comunicazioni elettroniche non prevede infatti che gli ISP raccolgano obbligatoriamente gli indirizzi IP dei propri clienti.

I detentori del copyright finirebbero così per rimanere a bocca asciutta: i provider potrebbero smetterla di raccogliere e archiviare i vari indirizzi. E dato che anche provider come Tele2 hanno mostrato lo stesso intento, pare che in Svezia sia diventato molto difficile identificare i criminali del torrentismo. Parola della stessa polizia locale, che ha sottolineato proprio questa mancanza di dati. Alle autorità nordeuropee non rimarrà dunque che ritoccare le attuali leggi sul data retention.

Via punto-informatico

Italia, un’altra Baia sotto sequestro

Un’altra sponda per accedere a The Pirate Bay è stata resa inaccessibile. Il server, però, in questo caso sembra risiedere in Italia e il sequestro sembra operare a livello di hosting.

A comunicarlo è il sigillo della Guardia di Finanza: labaia.net, che consentiva l’accesso a The Pirate Bay a mezzo proxy, è irraggiungibile. Una delle teste italiane dell’idra della Baia è stata tagliata.

labaianet

Era previsto dall’originaria richiesta del Pubblico Ministero approvata dal GIP di Bergamo nell’agosto 2008, ricordano a Punto Informatico gli avvocati di TPB Giovanni Battista Gallus e Francesco Paolo Micozzi, quando The Pirate Bay era stata per la prima volta tagliata fuori dalla rete italiana. Tutti i “relativi alias e nomi di dominio presenti e futuri, rinvianti al sito medesimo” sarebbero dovuti essere investiti dai provvedimenti inibitori. Era dunque stato imposto ai provider italiani di filtrare a livello DNS numerose variazioni sul tema http://www.thepiratebay.org, domini che effettuassero il redirect, la cui “libera disponibilità – scriveva il GIP Mascarino – possa aggravare o protrarre le conseguenze delle descritte condotte delittuose”.

Il procedimento, col dipanarsi dei mesi, si è fatto intricato: il ricorso della difesa, la sospensione del provvedimento inibitorio da parte del Tribunale del Riesame, il quale stabiliva che l’inibizione dell’accesso di un sito si potesse ottenere solo in certi casi esplicitamente previsti dalla legge e solo in seguito ad una disposizione del Ministero dell’Interno o dalle amministrazioni statali, e non invece da un Tribunale. La Procura di Bergamo era intervenuta per chiedere il parere della Cassazione, la Suprema Corte ha annullato il dissequestro stabilendo la liceità del procedimento, giustificata da una particolare interpretazione del d.lgs. 70/2003, con cui l’Italia ha recepito la Direttiva Europea sul commercio elettronico.

Su The Pirate Bay e su una manciata di domini che le facevano da sponda è stato imposto da poche settimane un filtro a livello IP, sono i fornitori di connettività a mettere in atto le disposizioni dell’autorità giudiziaria. Per gli utenti di numerosi ISP il browser non carica la pagina di The Pirate Bay e di siti che permettono di rimbalzarvi e restituisce un timeout: il provider in molti casi filtra, ma non c’è alcun tipo di redirezione su siti che restituiscono informazioni sul provvedimento in corso, né c’è alcun tipo di dirottamento su domini capaci di insospettire i cittadini della rete. Thepiratebay.org non risiede in Italia: il filtro dovrebbe rendere il dominio inaccessibile solo per il traffico che provenga dall’Italia.

Ma labaia.net appare risiedere su un server localizzato nel nostro paese e, a differenza di The Pirate Bay e degli altri domini isolati da filtri IP a favore dei netizen italiani, parrebbe inaccessibile anche rimbalzando attraverso un proxy: è possibile ipotizzare che il provvedimento di sequestro sia avvenuto con il coinvolgimento del servizio di hosting.

I discografici esprimono il proprio plauso: “Soddisfazione di FIMI, la federazione di Confindustria che rappresenta le principali aziende discografiche italiane, per il sequestro del sito labaia.net da parte della Procura e della Guardia di Finanza di Bergamo. Il sito italiano, sul quale campeggia ora il banner della GdF, consentiva – si denuncia in un comunicato – di accedere al portale illegale svedese Pirate Bay in violazione di quanto recentemente disposto dall’autorità giudiziaria italiana che aveva ordinato il blocco di IP e DNS verso il sito svedese a carico di tutti gli ISP”.

Come ricordava nel contesto della Festa dei Pirati l’avvocato Campanelli, difensore della Baia, dalle autorità italiane non è ancora stata formulata alcuna accusa: si è ancora nelle fasi delle indagini preliminari, la violazione del diritto d’autore non è stata contestata nei confronti di alcun cittadino della rete. Il fumus commissi delicti, la probabilità che sia stato commesso reato, continua però ad aleggiare sulla Baia, e si riverbera evidentemente sui siti che alla Baia fanno da sponda.

via punto-informatico

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