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C’era una volta la libertà di informazione in Rete

Settembre 18, 2009 gianmichele Lascia un commento

di Guido Scorza – Una proposta di legge per sottoporre alla disciplina sulla stampa tutti i siti Internet che abbiano natura editoriale. Qualsiasi cosa ciò significhi

Il 14 settembre scorso è stato assegnato alla Commissione Giustizia della Camera un disegno di legge a firma degli Onorevoli Pecorella e Costa attraverso il quale si manifesta l’intenzione di rendere integralmente applicabile a tutti i “siti internet aventi natura editoriale” l’attuale disciplina sulla stampa.

Sono bastati 101 caratteri, spazi inclusi, all’On. Pecorella per surclassare il Ministro Alfano che, prima dell’estate, aveva inserito nel DDL intercettazioni una disposizione volta ad estendere a tutti i “siti informatici” l’obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa e salire, così, sulla cima più alta dell’Olimpo dei parlamentari italiani che minacciano – per scarsa conoscenza del fenomeno o tecnofobia – la libertà di comunicazione delle informazioni ed opinioni così come sancita all’art. 11 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e all’art. 21 della Costituzione. Con una previsione di straordinaria sintesi e, ad un tempo, destinata – se approvata – a modificare, per sempre, il livello di libertà di informazione in Rete, infatti, l’On. Pecorella intende aggiungere un comma all’art. 1 della Legge sulla stampa – la legge n. 47 dell’8 febbraio 1948, scritta dalla stessa Assemblea Costituente – attraverso il quale prevedere che l’intera disciplina sulla stampa debba trovare applicazione anche “ai siti internet aventi natura editoriale”.

Si tratta di un autentico terremoto nella disciplina della materia che travolge d’un colpo questioni che impegnano da anni gli addetti ai lavori in relazione alle condizioni ed ai limiti ai quali considerare applicabile la preistorica legge sulla stampa anche alle nuove forme di diffusione delle informazioni in Rete.

Ma andiamo con ordine.

Quali sono i “siti internet aventi natura editoriale” cui l’On. Pecorella vorrebbe circoscrivere l’applicabilità della disciplina sulla stampa?
Il DDL non risponde a questa domanda, creando così una situazione di pericolosa ed inaccettabile ambiguità.
Nell’Ordinamento, d’altro canto, l’unica definizione che appare utile al fine di cercare di riempire di significato l’espressione “sito internet avente natura editoriale” è quella di cui al comma 1 dell’art. 1 della Legge n. 62 del 7 marzo 2001 – l’ultima riforma della disciplina sull’editoria – secondo la quale “Per «prodotto editoriale» (…) si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici“.
Si tratta, tuttavia, di una definizione troppo generica perché essa possa limitare effettivamente ed in modo puntuale il novero dei siti internet definibili come “aventi natura editoriale”.

Tutti i siti internet attraverso i quali vengono diffuse al pubblico notizie, informazioni o opinioni, dunque, appaiono suscettibili, in caso di approvazione del DDL Pecorella-Costa, di dover soggiacere alla vecchia disciplina sulla stampa.
Ce n’è già abbastanza per pensare – ritengo a ragione – che nulla nel mondo dell’informazione in Rete, all’indomani, sarebbe uguale a prima.
Ma c’è di più.

Il DDL Pecorella Costa, infatti, si limita a stabilire con affermazione tanto lapidaria nella formulazione quanto dirompente negli effetti che “le disposizioni della presente legge (n.d.r. quella sulla stampa) si applicano altresì ai siti internet aventi natura editoriale“.
La vecchia legge sulla stampa, scritta nel 1948 dall’Assemblea Costituente, naturalmente utilizza un vocabolario e categorie concettuali vecchie di 50 anni rispetto alle dinamiche dell’informazione in Rete. Quali sono dunque le conseguenze dell’equiparazione tra stampa e web che i firmatari del DDL sembrano intenzionati a sancire?

Se tale equiparazione – come suggerirebbe l’interpretazione letterale dell’articolato del DDL – significa che attraverso la nuova iniziativa legislativa si intende rendere applicabili ai siti internet tutte le disposizioni contenute nella legge sulla stampa, occorre prepararsi al peggio ovvero ad assistere ad un fenomeno di progressivo esodo di coloro che animano la blogosfera e, più in generale, l’informazione online dalla Rete.
Basta passare in rassegna le disposizioni dettate dalla vecchia legge sulla stampa per convincersene.
I gestori di tutti i siti internet dovranno, infatti, pubblicare le informazioni obbligatorie di cui all’art. 2 della Legge sulla stampa, procedere alla nomina di un direttore responsabile (giornalista) in conformità a quanto previsto all’art. 3, provvedere alla registrazione della propria “testata” nel registro sulla stampa presso il tribunale del luogo ove “è edito” il sito internet così come previsto all’art. 5, aver cura di comunicare tempestivamente (entro 15 giorni) ogni mutamento delle informazioni obbligatorie pubblicate e/o richieste in sede di registrazione (art. 6), incorrere nella “sanzione” della decadenza della registrazione qualora non si pubblichi il sito entro sei mesi dalla registrazione medesima o non lo si aggiorni per un anno (art. 7), soggiacere alle norme in tema di obbligo di rettifica così come disposto dall’art. 8 che il DDL Pecorella intende modificare negli stessi termini già previsti nel DDL Alfano e, soprattutto, farsi carico dello speciale regime di responsabilità aggravata per la diffusione di contenuti illeciti che, allo stato, riguarda solo chi fa informazione professionale.
Sono proprio le disposizioni in materia di responsabilità a costituire il cuore del DDL Pecorella e converrà, pertanto, dedicargli particolare attenzione.

Cominciamo dalla responsabilità civile.
L’art. 11 della Legge 47/1948 prevede che “Per i reati commessi col mezzo della stampa sono civilmente responsabili, in solido con gli autori del reato e fra di loro, il proprietario della pubblicazione e l’editore“. Non è chiaro come il DDL Pecorella incida su tale previsione ma qualora – come appare nelle intenzioni del legislatore – con l’espressione “a mezzo della stampa”, domani, si dovrà intendere “o a mezzo sito internet”, ciò significherebbe che i proprietari di qualsivoglia genere di piattaforma rientrante nella definizione di “sito internet avente natura editoriale” sarebbero sempre civilmente responsabili, in solido con l’autore del contenuto pubblicato, per eventuali illeciti commessi a mezzo internet.

Fuor di giuridichese questo vuol dire aprire la porta ad azioni risarcitorie a sei zeri contro i proprietari delle grandi piattaforme di condivisione dei contenuti che si ritrovino ad ospitare informazioni o notizie “scomode” pubblicate dai propri utenti. Il titolare della piattaforma potrebbe non essere più in grado di invocare la propria neutralità rispetto al contenuto così come vorrebbe la disciplina europea, giacché la nuova legge fa discendere la sua responsabilità dalla sola proprietà della piattaforma. Si tratta di una previsione destinata inesorabilmente a cambiare per sempre il volto dell’informazione online: all’indomani dell’approvazione del DDL, infatti, aggiornare una voce su Wikipedia, postare un video servizio su un canale YouTube o pubblicare un pezzo di informazione su una piattaforma di blogging potrebbe essere molto più difficile perché, naturalmente, la propensione del proprietario della piattaforma a correre un rischio per consentire all’utente di manifestare liberamente il proprio pensiero sarà piuttosto modesta.

Non va meglio, d’altro canto, sul versante della responsabilità penale.
Blogger e gestori di siti internet, infatti, da domani, appaiono destinati ad esser chiamati a soggiacere allo speciale regime aggravato di responsabilità previsto per le ipotesi di diffamazione a mezzo stampa o radiotelevisione.
A nulla, sotto questo profilo, sembrano essere valsi gli sforzi di quanti, negli ultimi anni, hanno tentato di evidenziare come non tutti i prodotti informativi online meritino di essere equiparati a giornali o telegiornale.

Si tratta di un approccio inammissibile che non tiene in nessun conto della multiforme ed eterogenea realtà telematica e che mescola in un unico grande calderone liberticida blog, piattaforme di UGC, siti internet di dimensione amatoriale e decine di altri contenitori telematici che hanno, sin qui, rappresentato una preziosa forma di attuazione della libertà di informazione del pensiero.
Ci sarebbe molto altro da dire ma, per ora, mi sembra importante iniziare a discutere di questa nuova iniziativa legislativa per non dover, in un futuro prossimo, ritrovarci a raccontare che c’era una volta la libertà di informazione in Rete.

Fonte: punto-informatico

Processo alla baia, tutto da rifare?

Processo alla baia, tutto da rifare?

Il mondo della rete ancora si affanna a metabolizzare in pieno quello che è successo una settimana fa, ma gli eventi si susseguono senza posa lasciando poco spazio alla lucida riflessione e occupando l’intera scena con la mera cronaca: dopo le condanne ai quattro uomini coinvolti con The Pirate Bay, nuove rivelazioni gettano una luce obliqua sulle motivazioni personali del giudice Tomas Norstrom, apparentemente coinvolto nelle lobby pro-copyright al punto da invalidare, potenzialmente, lo storico verdetto espresso dalla corte sul più grande portale di file sharing della storia recente.

Da una settimana la Baia è sotto attacco da tutti i fronti: le organizzazioni dei detentori dei diritti, forti del verdetto di cui sopra, pressano gli ISP affinché chiudano le porte di accesso al sito per gli utenti e molti provider in tutto il mondo pare stiano accondiscendendo senza che nemmeno ci sia il bisogno di fare richieste dirette.

Ma i giochi non sono finiti, non ancora, e se Brokep già prometteva “è solo l’inizio” appena dopo aver saputo di essere stato condannato assieme agli altri, l’occasione propizia per riaprire la questione senza nemmeno dover ricorrere in appello viene offerta dallo stato di “servizio” del giudice Norstrom, membro a tutti gli effetti sia di organizzazioni dell’industria multimediale che di gruppi coinvolti nella regolamentazione delle cose di rete.

Secondo quanto rivelato dalla radio nazionale svedese SR e poi riportato da TorrentFreak, Norstrom è membro dei seguenti gruppi: Swedish Association of Copyright (SFU), forum di discussione che tiene seminari, dibattiti e distribuisce la pubblicazione “Nordic Intellectual Property Law Review”; Swedish Association for the Protection of Intellectual Property (SFIR), organizzazione che vuole un inasprimento delle leggi pro-copyright che Norstrom contribuisce a gestire; la fondazione per il controllo e la risoluzione di dispute riguardanti i domini di primo livello .se.

Norstrom sarebbe insomma riconducibile in qualche modo ad organizzazioni che hanno per oggetto l’enforcement del diritto d’autore, quegli stessi detentori dei diritti che hanno denunciato la Baia e i suoi gestori come monito definitivo per chiunque utilizzi il P2P in maniera “illegale”. Il processo conclusosi con la condanna dei bucanieri svedesi è dunque viziato dal coinvolgimento di parte del giudice, questa la tesi che l’avvocato di Sunde ha già preannunciato sosterrà nel suo appello, un coinvolgimento che legali e protagonisti della vicenda ora commentano gravemente promettendo da una parte di chiedere una ripetizione del processo quanto prima.

E mentre quelli della Baia provano a risollevarsi dalla batosta, l’associazione internazione delle major musicali IFPI prova a sfruttare come può il vento in poppa datole dal verdetto favorevole alle ragioni dell’industria, motivando con la condanna relativa all’infrazione del copyright la richiesta ai provider svedesi di bloccare l’accesso a The Pirate Bay.

Niente ingiunzione del giudice: la crew di The Pirate Bay è stata condannata, ragion per cui vogliamo che il sito venga spazzato via dalla rete, argomentano i discografici. Ma gli ISP, a quanto pare, respingono al mittente la richiesta sostenendo che “noi non censureremo i siti per i nostri clienti”, perché “non è questo il nostro lavoro”. Così dice (tra gli altri) Jon Karlung, managing director dell’ISP Bahnhofs.

Uscendo dalla Svezia, poi, se è vero che nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola è altrettanto vero che finire in carcere per un reato che non si è commesso è una circostanza singolare: e invece pare proprio sia quanto successo all’admin del sito di file sharing InfoPSP, che si è visto costretto a patteggiare sei mesi di galera per evitare un processo che non poteva permettersi di supportare finanziariamente.

Avendo le corti spagnole stabilito che il diritto di link non è un crimine, l’admin non aveva che da procedere con il caso per difendersi davanti alle accuse dell’industria, cosa che lui stesso ammette avrebbe voluto fare se solo non fosse stato un semplice studente senza le risorse finanziarie utili all’obiettivo.

Anche in Spagna, in ogni caso, l’ombra del verdetto su TPB si fa sentire allorché una corte ha ordinato a un host di rete di mette offline i siti di P2P Elitemula.com ed ETMusica.com. La vicenda, nata a quanto pare da una causa civile dell’associazione dei produttori SGAE contro un membro dell’organizzazione pro-P2P GrupoET, sarebbe stata appunto condizionata dai fatti svedesi e i due siti riconducibili al suddetto GrupoET sono stati buttati giù prima ancora che gli interessati ricevessero alcuna comunicazione in merito.

Che la situazione sia complessa è dimostrato poi dal fatto che non solo i portali di torrent svedesi chiudono in massa a seguito della condanna di TPB, ma anche dal coinvolgimento diretto delle autorità malesi nella chiusura di LeechersLair, tracker BT in circolazione da 3 anni con circa 18mila membri registrati che si è visto l’host (Shinjiru) minacciato dall’SKMM di pesanti conseguenze e richiamato al rispetto di una legge risalente a 12 anni fa.

Fonte: punto-informatico

Svezia: condannati i quattro di The Pirate Bay, ricorreranno in appello

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Frederik Neij, Gottfrid Svartholm Warg, Carl Lundstrom e Peter Sunde sono stati ritenuti colpevoli di violazione di copyright e condannati ad un anno di prigione. Dovranno anche pagare 30 milioni di corone svedesi (2,71 milioni di euro) di danni. In un post su Twitter, Sune ha detto: “Non succederà nulla a TPB: questo è solo un teatrino per i media”. I quattro hanno ricevuto la notizia della condanna la scorsa notte.

“Di solito sono i film e non le sentenze che escono prima della data ufficiale” ha aggiunto. E’ anche abbastanza sicuro che The Pirate Bay continuerà ad esistere per molto tempo dopo il giudizio della corte.
I danni sono stati reclamati da una serie di aziende dell’intrattenimento come Warner Bros, Sony Music Entertainment, Emi e Columbia Pictures. Parlando ai microfono della BBC il portavoce dell’International Federation of the Phonographic Industry (IFPI) John Kennedy ha dichiarato che la sentenza manda un messaggio molto preciso.

“The Pirate Bay ha arrecato un grosso danno e il risarcimento non si avvicina nemmeno a compensarlo, ma non abbiamo mai dichiarato che l’avrebbe fatto – ha dichiarato -. Si aveva la percezione che la pirateria fosse giusta e che l’industria della musica avrebbe dovuto accettarla. La sentenza cambia questa prospettiva”.

Naturalmente, i quattro hanno già fatto sapere che ricorreranno in appello, quindi non è ancora detta l’ultima parola. Se volete seguire la conferenza stampa online dalle 13, cliccate qui.

Fonte: gizmodo

La Rete sa leggere…

Marzo 9, 2009 gianmichele 1 commento

Leggo su Webnews la replica dell’On. Carlucci alle critiche – che secondo l’Onorevole sarebbero, talvolta, “sfociate in volgari offese” – raccolte in relazione alla sua ultima iniziativa legislativa: la PROPOSTA DI LEGGE PER “INTERNET TERRITORIO DELLA LIBERTA’, DEI DIRITTI E DEI DOVERI.

La sintesi della replica dell’On. Carlucci è questa: la sua sarebbe stata una sacrosanta iniziativa legislativa contro la pedofilia on-line.

In genere – e l’ho fatto anche in questo caso – preferisco commentare i fatti e le norme piuttosto che gli atteggiamenti nei nostri Parlamentari ma, francamente, credo che in questo caso si sia passato il segno.

Non si possono prendere in giro i cittadini italiani e trattarli come analfabeti! La Rete sa leggere…come ho scritto nel titolo di questo post.

La proposta di legge presentata dall’On. Carlucci non ha niente a che vedere con l’anti-pedoflia ed è piuttosto l’ennesima iniziativa anti-PIRATERIA.

Non una legge a tutela dei bambini dunque ma una legge a tutela del portafoglio dei soliti (POCHI) noti.

Credo che l’atteggiamento di chi dinanzi alle critiche si difende facendosi scudo di un tema tanto delicato quale la pedoflia, si commenti da solo.

Un’ultima considerazione che, ritengo, significativa: provate a guardare nelle proprietà del file pubblicato sul sito dell’On. Carlucci e guardate alla voce autore.

Il documento sembrerebbe essere stato scritto da tal Davide Rossi.

E’ una questione di omonimia o si tratta del Presidente di UNIVIDEO?

Quest’ultimo – come è noto e come mostra il video qui sopra registrato durante la conferenza del 15 gennaio scorso organizzata dall’Istituto per le politiche dell’innovazione – certamente non è un amante della Rete (”internet non serve all’umanità e non serve al mondo!” sono parole sue” ed avrebbe più di una ragione per aver contribuito all’iniziativa legislativa dell’On. Carlucci.

Lunedì commenterò dalle colonne di Punto Informatico il contenuto della proposta, per ora – e vi chiedo scusa per questo – non ho saputo resistere alla tentazione di condividere questo sfogo.

UPDATE – 8 marzo 2009 – ore 11.00

Nel titolo di questo post ero stato facile profeta: la Rete sa leggere e…soprattutto ha la memoria lunga.

Gianni, in questo commento mi segnala che andando più a fondo nella lettura dei metadati del file pubblicato dall’On. Gabriella Carlucci e contenente la proposta di legge antiprateria contrabbandata come antipedofilia si trova la chiara indicazione di UNIVIDEO quale licenziataria del software utilizzato per la redazione del documento. Difficile a questo punto credere si tratti di un caso di omonimia!

Marco in quest’altro commento mi racconta che all’On. Carlucci qualcosa del genere era già accaduta.

UPDATE – 8 marzo – ore 18.45

Ecco un altro paio di commenti da segnalare (1-2).

Mi sembra, tuttavia, sia opportuno anche leggere quello che scrive tooby su qualcuno che, come si dice, sembra predicare bene ma razzolare male…

Fonte: Guido Scorza

L’informazione censurata nel nome del diritto d’autore.

C’era da scommettere che prima o poi sarebbe accaduto: lo spettro della censura in nome del diritto d’autore si è materializzato nei giorni scorsi sotto forma di un’azione cautelare promossa da Mediaset contro la RCS, editrice del Corriere della Sera e, soprattutto, del Corriere.it.

Motivo del contendere 52 spezzoni di una delle trasmissioni, a mio avviso, più demenziali e diseducative della TV moderna (se così può definirsi) ma, ad un tempo, una delle più seguite: il solito intramontabile Grande Fratello.

Il Corriere.it negli ultimi mesi ha reso disponibile on-line alcuni filmati della trasmissione a corredo di articoli di cronaca su quanto accadeva nella casa esattamente come si è sempre fatto con le foto nelle edizioni cartacee dei giornali e si continua a fare – tempo permettendo – nei nostri telegiornali.

Mediaset non l’ha presa bene ed ha trascinato RCS in tribunale ritenendo che l’utilizzo di quei filmati in assenza di propria autorizzazione (e lauto compenso) non poteva ritenersi giustificato dal diritto di cronaca.

Il Tribunale – stando a quanto riferisce la RCS – nonostante il tono trionfante di alcuni comunicati stampa di casa Mediaset - ha ritenuto che il diritto di cronaca fosse una valida giustificazione per 48 dei 52 firlmati usati dal Corriere.it mentre non valesse a giustificare la diffusione dei rimanenti 4.

Quella che Mediaset ha annunciato come una vittoria ha, dunque, più il profumo della sconfitta o, meglio, di un’importante vittoria del diritto di cronaca sui diritti patrimoniali d’autore. Il Tribunale di milano, infatti, ha, evidentemente, ritenuto che l’informazione per tutti, in questo Paese, conta ancora di più dei diritti patrimoniali di pochi.

Il punto non è tuttavia questo.

La questione è un’altra: Mediaset – come annunciato chiaramente attraverso il suo comunicato stampa – ha decisio di “alzare la voce” contro l’uso dei propri contenuti in Rete.

La vera ragione è semplice e l’abbiamo letta, forse senza riflettere su quanto stava accadendo, nei giorni scorsi su tutti i giornali: il gigante del biscione ha appena firmato un accordo con Telecom per la diffusione nell’ambito della IPTV di quest’ultima dei propri contenuti, assumendo così, l’obbligo di tutelare l’esclusiva riconosciuta all’incumbent Telecom Italia, per la diffusione su web dei propri contenuti.

Siamo così giunti alla pay per use society da tempo teorizzata e, soprattutto, ai walled garden dei contenuti digitali: chi vuol accedere a certi contenuti o informazioni non ha altra alternativa che formalizzare esosi abbonamenti con i soliti noti del mondo dei media e delle TLC di un tempo: come dire tutto è cambiato ma tutto è rimasto come prima.

Questa verità ne nasconde, tuttavia, una che mi fa ancora più paura: il diritto d’autore sta progressivamente divenendo un pericoloso nemico per la libertà di informazione in Rete: in nome delle proprie esclusive – o pretese tali – Mediaset, ogni giorno di più, pretende di decidere cosa i giornali e gli altri mezzi di informazione possano o non possano scrivere.

Ovvio, peraltro, che i propri media ed i media “amici” non soffrono tali limitazione e, dunque, per tale via il diritto di cronaca diventi per molti ma non per tutti!

Ce la vedete Mediaset a far causa a Il Giornale edito dalla stessa famiglia berlusconi per la diffusione di questo video?

Si tratta di uno scenario inaccettabile rispetto al quale occorre reagire senza perdere tempo.

Bisogna mettere mano senza esitazione alla legge sul diritto d’autore e realizzare un nuovo elenco delle libere utilizzazioni nello spazio telematico così da tutelare i diritti fondamentali dei cittadini e degli utenti: primo tra tutti quello all’informazione.

Fonte: Guido Scorza