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Archivio per aprile 2009

Il televisore? Ferrovecchio

Guida ai servizi online di video-streaming, dai telefilm americani sottotitolati in italiano, ai film e al calcio in diretta. Come diventare un utente post-televisivo che non guarda più la tv sull’obsoleto apparecchio, ma solo su internet.

Nel salotto di Marta e Francesco c’è un elettrodomestico ingombrante, impolverato, che ha tutta l’aria di essere stato dimenticato lì da tempo. «È il nostro fantastico quanto inutile 21 pollici. Vorremmo liberarcene, ma siamo pigri, e poi potrebbe tornare utile per videogiocare», racconta Marta – impiegata trentottenne – spiegando che il “vecchio” apparecchio televisivo non viene acceso da più di un anno. A sostituirlo ci pensano il computer e l’internet, fonte inesauribile per quanti hanno spento il televisore ma desiderano comunque godersi film, spettacoli, telefilm e notiziari.

Si, perché per godersi l’ultima puntata di “Grey’s Anatomy” o di “Desperate Housewives” non è più necessario abbonarsi a Sky o scaricare i file (illegali) sulle reti di peer-to-peer. Basta rivolgersi alla serie crescente di servizi online di video-streaming, così come sta già facendo una nicchia crescente di utenti post-televisivi che non guardano più la tv (sulla tv), ma solo su internet.

Un atteggiamento snob? «Direi di no, abbiamo semplicemente trovato il modo di aggirare la classica passività imposta dal palinsesto», spiega Francesco – 44 anni, libero professionista – illustrando i vantaggi che ciò comporta: libertà di scegliere cosa guardare e il momento in cui farlo, senza sottostare ai dettami dei palinsesti dalle varie emittenti e senza sorbirsi le fastidiose interruzioni pubblicitarie. Un esempio? Gli orari di lavoro e gli altri impegni quotidiani impediscono loro di essere davanti alla televisione alle classiche otto di sera, per seguire il tg mentre cenano, quindi il telegiornale lo guardano online, «con comodo, all’ora desiderata, attingendo ai video a disposizione sul sito Rai, per esempio, che permette di seguire tutte le sue trasmissioni anche in diretta via computer».

Al di là dell’offerta web dei broadcaster tradizionali, la rete pullula di siti che mettono a disposizione il meglio della produzione televisiva mondiale. Basta installare un player multimediale (Divx o Veoh, tanto per citarne alcuni), cliccare il file prescelto e il gioco è fatto: il filmato parte senza neanche dover aspettare i tempi di download del peer-to-peer. Marta e Francesco, per esempio, si godono gli streaming dei film collegandosi a 66stage.com: «Sulle sue pagine troviamo una vasta scelta di titoli, sia recenti che vecchi. Solitamente l’immagine è di buona qualità». Per le serie tv, in molti si rivolgono a sidereel.com. In tutti i casi quelle a disposizione sono principalmente produzioni americane, in lingua originale. Per la coppia l’inglese non è un problema. «E per vederli non dobbiamo pagare abbonamenti. Il che, in tempo di crisi, non guasta».

Ma volendo per esempio gustarsi una trasmissione nostrana come Colorado Café o Mai dire Grande Fratello? «C’è YouTube!», esclama Marta, che rapidamente si collega al portale video della grande G e digita “mai dire grande fratello 9″ nella maschera di ricerca. Il risultato è un elenco infinito di video sull’argomento: ogni puntata del programma è stata riversata in rete, suddivisa in più parti, accuratamente datate e numerate. «Non c’è il brivido della diretta e sono tutti contributi degli utenti, quindi talvolta di qualità discutibile, ma a chi interessa dopotutto?». Forse a Mediaset, che lo scorso luglio ha richiesto a Google il pagamento di 500 milioni di euro a titolo di risarcimento per l’enorme quantità di video pubblicati senza autorizzazione su YouTube. «Punti di vista», dicono. Questione di copyright e di legalità, obietterebbe più di qualcuno.

I diritti televisivi non sono un gran problema nemmeno per Luigi, 38 anni, postino e tifoso della Sampdoria. Ha smesso da molto di andare allo stadio, che considera un luogo ormai «inospitale e violento», e al tempo stesso non ha intenzione di pagare le pay-tv. Quindi, con un certo compiacimento, ammette di rivolgersi ai canali di streaming online per seguire in diretta la squadra del cuore: «Il pregio è che è gratis. Il difetto è la qualità dell’immagine che spesso è molto bassa e costringe a immaginare la palla, più che a seguirla». I siti dedicati allo sport sono diversi da quelli finora citati, in quanto differente è il pubblico al quale si rivolgono: da sempre il tifoso fa storia a sé. Rojadirecta.com pubblica i link ai servizi di streaming della partita poche ore prima del calcio d’inizio: alcuni sono collegamenti che puntano direttamente a siti web come justin.tv o bwin.com dove è possibile seguire l’evento in tempo reale, mentre altri portano a servizi come Tvants, SopCast.com e il cinese UUSee.com, che richiedono l’installazione di un’applicazione per la visualizzazione della diretta. In tutti i casi, la qualità delle immagini non è eccelsa e non sempre il servizio funziona al meglio.

Legale o no, la fruizione dei contenuti televisivi online è un’abitudine che si va diffondendo sempre più tra il popolo dei telespettatori-internauti, soprattutto quelli più giovani, appartenenti alla cosiddetta generazione Y (14-24 anni), totalmente immersi nel proprio mondo digitale, naturalmente abituati a stare in rete. E’ il caso di Paola e Maria Teresa, entrambe diciassettenni, irriducibili fan dei servizi di web streaming.

Paola racconta con una punta di orgoglio di aver scoperto il fenomeno da quasi un anno, e spiega che non potrebbe più fare a meno di quella che lei definisce una gran comodità. «Posso seguire tutte le serie tv che voglio, senza il rischio di perdere qualche episodio. E finalmente riesco a vedere telefilm inediti in Italia». Anche con la possibilità di tornare su una scena particolarmente interessante o di saltare a quella successiva con un semplice click.
Le fonti cui Paola attinge sono Vedogratis, Telefilm in Streaming e AnimeOnline, ma assicura che a disposizione ce ne sono centinaia.

La tv online per lei non è solo intrattenimento, è anche un utile modo per imparare e perfezionare il suo inglese, dato che i telefilm li guarda in lingua originale: «Ho imparato molte espressioni tipiche, modi di dire che non si studiano a scuola, senza contare che è anche un utilissimo esercizio per la pronuncia». Tuttavia, per quanti hanno meno dimestichezza con le lingue straniere, esiste la possibilità di servirsi dei sottotitoli in italiano forniti da siti specializzati, organizzati attorno a un efficiente network di utenti-traduttori che dopo poche ore dal rilascio di nuove puntate mettono online i dialoghi in italiano. Tutte cose ben note anche a Maria Teresa, ennesima convinta sostenitrice della web tv, che per lei si è sostituita non solo all’«inutile» televisore ma anche al cinema: «Per me che vivo in un paese dove del cinema è rimasto solo il vecchio edificio che lo ospitava, chiuso da anni, la scoperta dei siti di streaming è stata un’occasione per vedere tanti film che avrei certamente perso».

Anche lei non guarda la tv da circa un anno: «Non ho più sentito lo stimolo di accendere la televisione, strumento obsoleto. Me ne sono del tutto dimenticata, concentrandomi sul web, più personalizzato, a misura d’uomo e dei suoi interessi». Per Maria Teresa è importante soprattutto il volto social di alcuni siti di streaming, sui quali è possibile commentare gli episodi e discuterne con utenti di tutto il mondo. Così «il tuo senso critico si acuisce, e la curiosità viene stuzzicata» aggiunge, promettendo che presto anche lei metterà online dei contenuti. Ed è forse questa la caratteristica della generazione Y che sta cambiando il mondo dei media: non solo fruisce dei servizi, ma sente anche il bisogno di dare un contributo attivo alla comunità di cui fa parte.

Articolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto del 18 aprile 2009

Alessandra Carboni

Fonte: visionpost

Nuovo layout segreto per YouTube

aprile 20, 2009 1 commento

nuovo layout beta per youtubeYouTube sta preparando un nuovo layout per i canali, che probabilmente debutterà nelle prossime settimane, ma al momento è ancora in fase sperimentale.

Per provarlo basta recarsi su YouTube.com/super_seekrit e scegliere il nuovo “beta channel design”, che ricorda molto i profili 2.0 di MySpace; se si vorrà tornare indietro basterà cliccare su Revert in alto sul proprio canale.

L’intento di YouTube è quello di testare il nuovo design e ricevere un pò di feedback, positivi o negativi, per renderlo perfetto al momento del rilascio e magari evitare l’insurrezione degli utenti come accaduto a Facebook.

Fonte: downloadblog

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Puniamo i pirati, salviamo le Baie

The Pirate Bay condannata per violazione del diritto d’autore. La notizia, in questi termini, fa meno effetto di quanto dovrebbe.
Proviamo, quindi, a fare un esercizio lessicale ed a riformulare il titolo della notizia: un motore di ricerca svedese condannato per violazione del diritto d’autore. L’occhiello potrebbe recitare: secondo i giudici, i gestori del motore sapevano che i contenuti indicizzati erano costituiti anche (o se preferite, prevalentemente) da materiale protetto da diritto d’autore ma hanno omesso di agire per impedire che ciò avvenisse.

Ora ci siamo. È questa la notizia ed è questo il fatto dirompente nascosto – ma non troppo – tra le righe della decisione del Tribunale di Stoccolma. Letta così la notizia, la sentenza con la quale i giudici svedesi hanno condannato Fredrik Neij, 30 anni, Gottfrid Svartholm, 24 anni, Peter Sunde, 30 anni, il fondatore di Pirate Bay, e Carl Lundström, 48 anni ad un anno di reclusione ed al pagamento alle major dell’audiovisivo di un risarcimento di oltre 2 milioni di euro acquisisce un significato ed una portata completamente diversi.

Due, a mio avviso, le possibili chiavi di lettura, e nessuna delle due è confortante: o si Ë pervenuti alla decisione attraverso un processo emotivo e politico guidato dalla volontà di perseguire i “pirati” – se si fosse trattato della baia degli angeli sarebbe, forse, finita diversamente – e di far giustizia secondo la filosofia delle major o, piuttosto, si è coscientemente deciso di travolgere il principio della non responsabilità degli intermediari della comunicazione sul quale è invece fondata la vigente disciplina europea sul commercio elettronico e, più in generale, la dinamica della circolazione dei contenuti nello spazio telematico.

Mettiamo da parte, per un attimo, la prima delle due ipotesi perché se fosse questa la chiave di lettura corretta ci sarebbe solo da augurarsi che i prossimi giudici – con ogni probabilità quelli italiani – che saranno chiamati a pronunciarsi su analoga fattispecie, si lascino guidare meno da emotività e politica e più dal diritto e dalla logica giuridica.

Veniamo alla seconda.

The Pirate Bay è un motore di ricerca ed un motore di ricerca è un mero intermediario della comunicazione che procede automaticamente alla indicizzazione di milioni e milioni di informazioni diffuse nello spazio telematico ed ospitate su computer appartenenti a milioni di utenti.L’art.15 della Direttiva n. 31 dell’8 giugno 2000 relativa a taluni aspetti giuridici del commercio elettronico sotto la rubrica “assenza dell’obbligo generale di sorveglianza” stabilisce che gli Stati membri non devono imporre agli intermediari della comunicazione “un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmettono o memorizzano né un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite” ed aggiunge che i singoli Stati possono, invece “stabilire che i prestatori di servizi della società dell’informazione siano tenuti ad informare senza indugio la pubblica autorità competente di presunte attività o informazioni illecite dei destinatari dei loro servizi o a comunicare alle autorità competenti, a loro richiesta, informazioni che consentano l’identificazione dei destinatari dei loro servizi con cui hanno accordi di memorizzazione dei dati“.The Pirate Bay è un intermediario della comunicazione, gli intermediari della comunicazione sono tenuti, a tutto voler concedere – ove previsto nella disciplina nazionale di riferimento – ad informare le autorità competenti di eventuali attività illecite poste in essere dai propri utenti. Dunque The Pirate Bay non può ritenersi obbligato addirittura ad astenersi dal procedere all’indicizzazione di milioni di file torrent come, invece, sembrano aver ritenuto i Giudici svedesi che, nel pervenire ad un giudizio di colpevolezza dei gestori della Baia, hanno evidentemente loro attribuito un ruolo almeno di compartecipi nella commissione dell’illecito consistente nell’aver posto a disposizione del pubblico contenuti protetti da diritto d’autore. È questa, d’altra parte, l’ipotesi di reato contestata a alla Baia dei pirati anche dalla Procura della Repubblica di Bergamo.

È, dunque, un semplice sillogismo quello che solleva almeno qualche perplessità sulla decisione del Tribunale di Stoccolma.La circostanza che i gestori di Pirate Bay – ammesso anche che ciò sia stato dimostrato – abbiano tratto un profitto dalla propria attività non consente – almeno a guardare alla vicenda con occhi scevri da preconcetti ideologici – di interrompere la serie di nessi logici sui quali riposa tale sillogismo. La disciplina europea, infatti, non subordina l’applicabilità delle disposizioni in materia di “non responsabilità” degli intermediari della comunicazione alla circostanza che questi ultimi non perseguano obiettivi di profitto ma, al contrario, tali obiettivi devono darsi per certi trattandosi, generalmente, di imprenditori che operano nel mercato.

Non sono in grado di giudicare – non avendola, tra l’altro, letta integralmente – se la decisione del tribunale di Stoccolma sia corretta o meno alla stregua del diritto svedese e, a ben vedere, non credo neppure che l’attività posta in essere dagli utenti che popolano la Baia vada esente da ogni genere di censura. Ma mi sembra importante estrarre dalla Sentenza – la prima, a mia memoria, nella quale si ritiene responsabile un motore di ricerca per l’illiceità del contenuto indicizzato – il principio di diritto che essa contiene: se un motore di ricerca trae profitto dall’attività di indicizzazione di contenuti degli utenti avendo conoscenza del carattere non autorizzato della circolazione di tali contenuti i gestori ne rispondono sia in sede civile che penale.

È un principio che non riesco a condividere per due ragioni: la prima è che la sua puntuale applicazione condurrebbe ad una progressiva – ma rapida – integrale implosione dell’infrastruttura della Rete e delle dinamiche della circolazione dei contenuti in Rete e la seconda è che l’esigenza di imputare una responsabilit? di tipo para-oggettivo al motore di ricerca nasce esclusivamente dalla difficolt? operativa (ma non giuridica) e dall’onerosità di seguire la strada maestra della tutela dei diritti d’autore perseguendo i responsabili delle violazioni. È una scorciatoia che non mi piace e che finisce con il riaddebitare sulla collettività il costo e la responsabilità della condotta illecita di taluni suoi membri. È un dato incontrovertibile che il torrent tracker della Baia costituisca uno strumento tecnico utilizzato anche per la commissione di un reato ma non più e non meno di quanto l’infrastruttura di comunicazione o piuttosto le macchine attraverso le quali quei contenuti vengono ospitati e fatti circolare.

Dove conduce, dunque, la deriva partita dalla Baia dei Pirati?

A trasformare gli ISP in sceriffi come vorrebbero in Francia e qualcuno anche nel nostro Paese? A criminalizzare il ruolo degli intermediari della comunicazione in un contesto quale quello telematico in cui non c’è condotta che non sia posta in essere attraverso l’intermediazione di uno o più soggetti diversi dal suo autore? Credo ci si debba porre queste domande prima che sia troppo tardi.

La Rete è già passata per soluzioni che apparivano giustificate in relazione a fenomeni che destavano grande allarme sociale: basti pensare alle black list antipedopornografia o alle inibitorie all’accesso ad interi siti in materia di repressione del gioco d’azzardo online.
All’epoca dell’adozione di queste misure straordinarie nessuno ritenne di sollevare eccezioni perché a tutti era chiaro chi fossero i buoni e chi i cattivi e tutti eravamo convinti – come credo lo siamo – che i cattivi andassero emarginati e fermati ai confini della Rete.

Tali misure hanno, probabilmente, contribuito a rendere la “nostra Rete” più sicura ma, ad un tempo, hanno persuaso qualcuno che sia legittimo generalizzarne l’applicazione a decine e decine di altre condotte poste in essere online come, ad esempio, i reati di opinione contro i quali il Senatore D’Alia ha di recente proposto di adottare analoghe misure di filtraggio.

Credo valga la stessa regola per la responsabilità che il tribunale di Stoccolma ha ritenuto di attribuire in capo ai gestori della Baia e che i giudici italiani minacciano di volerle attribuire. Ritenere responsabile The Pirate Bay per aver contribuito a gravi e reiterate violazioni del diritto d’autore può suscitare approvazione o disapprovazione a seconda dei punti di vista ma il rischio è che, domani, si provi a configurare analoga responsabilità in capo ad un motore di ricerca che indicizzi prevalentemente contenuti contrari a questo o quel regime politico magari sotto la più romantica bandiera di “The Freedom Bay”.

Si può – e probabilmente al punto cui si è giunti – si deve discutere dell’esigenza di individuare un nuovo quadro normativo in grado di tracciare nuove linee di equilibrio tra le libere utilizzazioni dei diritti patrimoniali d’autore ed il rispetto dei diritti medesimi. Ma sin tanto che a tale operazione non si sarà proceduto non credo sia lecito né auspicabile che giudici e governi si sovrappongano al legislatore nell’adottare – sulla base di logiche di emergenza o in occasione di fattispecie che rappresentano la patologia del fenomeno telematico ma non certo la regola – provvedimenti la cui diffusa applicazione rischierebbe di scrivere il futuro di Internet in maniera assai diversa da quanto appare lecito sperare.
Che i pirati, se colpevoli, paghino. Ma viva le Baie, quale che sia la bandiera che su di esse sventola!

Guido Scorza

Fonte: Punto-informatico

Telefonini con Linux da Nec e Panasonic

aprile 18, 2009 1 commento

Nec e Panasonic, alla fiera World Congress di Barcellona, mostreranno 9 nuovi telefonini equipaggiati con LiMo, una piattaforma per lo sviluppo di dispositivi mobili basata su Linux.

L’interesse nel settore dei telefonini a Linux è cambiato fin dalla discesa in campo di google con android. Symbian, la piattaforma di riferimento fino a poco tempo fa sta perdendo terreno nei confronti di Apple e BlackBerry.

Per ora il successo di Linux sui telefonini è rimasto limitato, ma con queste iniziative dedicate il suo ruolo crescerà in futuro. Sebbene il consorzio dietro Limo possa vantare 55 membri, contro i 47 per google android, per ora solo NEC, Panasonic e Motorola hanno mostrato telefonini equipaggiati con LiMo.

Altri membri come Samsung e LG non hanno ancora piani precisi per un rilascio pubblico anche ci sono i piani di sviluppo.

Fonte: ossblog

Svezia: condannati i quattro di The Pirate Bay, ricorreranno in appello

aprile 18, 2009 1 commento

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Frederik Neij, Gottfrid Svartholm Warg, Carl Lundstrom e Peter Sunde sono stati ritenuti colpevoli di violazione di copyright e condannati ad un anno di prigione. Dovranno anche pagare 30 milioni di corone svedesi (2,71 milioni di euro) di danni. In un post su Twitter, Sune ha detto: “Non succederà nulla a TPB: questo è solo un teatrino per i media”. I quattro hanno ricevuto la notizia della condanna la scorsa notte.

“Di solito sono i film e non le sentenze che escono prima della data ufficiale” ha aggiunto. E’ anche abbastanza sicuro che The Pirate Bay continuerà ad esistere per molto tempo dopo il giudizio della corte.
I danni sono stati reclamati da una serie di aziende dell’intrattenimento come Warner Bros, Sony Music Entertainment, Emi e Columbia Pictures. Parlando ai microfono della BBC il portavoce dell’International Federation of the Phonographic Industry (IFPI) John Kennedy ha dichiarato che la sentenza manda un messaggio molto preciso.

“The Pirate Bay ha arrecato un grosso danno e il risarcimento non si avvicina nemmeno a compensarlo, ma non abbiamo mai dichiarato che l’avrebbe fatto – ha dichiarato -. Si aveva la percezione che la pirateria fosse giusta e che l’industria della musica avrebbe dovuto accettarla. La sentenza cambia questa prospettiva”.

Naturalmente, i quattro hanno già fatto sapere che ricorreranno in appello, quindi non è ancora detta l’ultima parola. Se volete seguire la conferenza stampa online dalle 13, cliccate qui.

Fonte: gizmodo

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