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Archive for Agosto 2008

Veoh non è responsabile dei propri utenti

Veoh non è responsabile delle azioni dei propri utenti, le rivendicazioni dell’industria dei contenuti non sono sostenibili: il servizio di video sharing si industria abbastanza per tutelare gli autori, i netizen sono gli unici responsabili delle clip caricate senza l’autorizzazione del detentore dei diritti.

La decisione del giudice Howard R. Lloyd del tribunale federale di San Jose è dirompente. È stato chiamato a valutare un caso di violazioni del copyright che risale al 2006: nonostante il portale di sharing raccomadasse ai propri utenti di caricare contenuti che non violassero i diritti altrui, su Veoh circolavano una manciata di clip di proprietà di IO Group, specializzata in pornografia gay. La maggior parte delle clip non durava che pochi secondi, solo una superava i 40 minuti. L’azienda non aveva richiesto la rimozione delle clip ma aveva immediatamente denunciato Veoh per aver approfittato di contenuti coperti da copyright.

Ma il magistrato incaricato di valutare il caso ha stabilito che Veoh non è colpevole: agisce da intermediario e fa in modo di non incoraggiare le violazioni, per questo motivo può approfittare delle eccezioni previste dal DMCA e svincolarsi da ogni accusa.

Il ruolo di inerte intermediario svolto e rivendicato dal servizio di video sharing è stato contestato da Io Group, che ha a testimonianza il procedimento con cui Veoh converte in formato flash i file caricati dagli utenti e ne crea delle anteprime. Il giudice Lloyd ha convenuto con Veoh: si tratta di un procedimento automatico messo a disposizione dei netizen. Il servizio di sharing non prende parte a questa operazione e non si poò considerare responsabile dell’uso che ne fanno gli utenti.

Veoh, considera il giudice Lloyd, mette in campo diversi accorgimenti per scoraggiare le violazioni da parte dei propri utenti: certo non opera un controllo preventivo del materiale caricato, ma ha dimostrato di rimuovere tempestivamente i contenuti segnalati come condivisi senza autorizzazione dei detentori dei diritti. Dispensa inoltre avvertimenti e sospensioni nei confronti degli utenti recidivi, utilizza un sistema di fingerprinting che, analizzati i file caricati illecitamente, individua eventuali copie ancora in circolazione sul servizio.

Queste misure, a parere di Io Group, non sarebbero sufficienti per tutelare gli interessi dei detentori dei diritti: per approfittare delle eccezioni al DMCA, Veoh avrebbe dovuto vigilare tracciando i comportamenti dei propri utenti, e avrebbe dovuto bloccare l’accesso agli indirizzi IP colpevoli di ripetute violazioni. Il giudice ha sbaragliato l’argomentazione dei pornografi: gli indirizzi IP, nel migliore dei casi, indicano una macchina e non un particolare utente che fruisca della macchina, il tracciamento degli indirizzi IP sarebbe inoltre superfluo e inefficace rispetto alle misure a cui Veoh già fa affidamento.

Veoh, in virtù del fatto che non incoraggi le violazioni del copyright, in virtù del suo ruolo di intermediario e delle tutele offerte ai detentori dei diritti che si sentono minacciati, può quindi scampare alle accuse rifugiandosi nel safe harbor previsto dal DMCA, sicura di essersi assunta tutte le responsabilità che le spettavano.

La decisione del giudice Lloyd è stata accolta dal plauso della rete: ha sbaragliato le interpretazioni e gli stiracchiamenti operati dall’industria dei contenuti sul DMCA, ha diradato le nebbie che avvolgono le eccezioni previste dal quadro normativo che regola il copyright e ha sfornato una sentenza che molti auspicano possa agire da precedente. Il riferimento corre al caso in cui è coinvolta YouTube: i presupposti che accomunano le due controversie sono tali da aver spinto un rappresentante di Mountain View a pronunciarsi in merito alla vicenda: “è bello vedere che la corte confermi che il DMCA protegge servizi come YouTube, che rispettano la legge e i diritti degli autori” ha commentato Zahavah Levine, dirigente del portalone, ricordando come YouTube si spinga ben oltre la legge nell’assicurare tutele ai detentori dei diritti.

Anche qualora la decisione del giudice Lloyd non influenzi il parere della corte chiamata a dirimere la controversia tra Viacom e YouTube, è probabile che metta in guardia l’industria dei contenuti che dissemina denunce, affamata di compensazioni. I dati snocciolati da YouTube dimostrano che un cambio di atteggiamento è possibile: per monetizzare le violazioni non è necessario passare da un tribunale.

Fonte: punto informatico

WinPwn 2.5 dovrebbe essere rilasciato questa sera

I ragazzi che sviluppano WnPwn hanno scritto sul loro blog che la nuova versione 2.5 del programma sarà disponibile alle ore 2 pm EST on 08/29/08, il che significa che verso le 19 di questa sera WinPwn sarà disponibile per il download.

Ricordiamo che WinPwn consentirà la customizzazione del firmware 2.0.2 (oltre che 2.0 e 2.0.1) o, a scelta, lo sblocco del firmware originale tramite QuickPwn (integrato).

Tra le novità segnaliamo, oltre al supporto per QuickPwn:

  • Il DFU Helper, che ci guiderà nella procedura di DFU onde evitare i classici errori 1600, 1601, 1602, 1603 e 1604
  • Possibilità di selezionare la dimensione delle due partizioni dell’iPhone (per dare maggiore o minore spazio alle applicazioni installate tramite Cydia o Installer)
  • L’auto aggiornamento di WinPwn quando usciranno nuove versioni

Non ci resta che attendere questa sera e, dopo le prove del caso, pubblicheremo una guida dettagliata su come sbloccare sia l’iPhone 2G che l’iPhone 3G.

Fonte: iphoneitalia

Google Android 1.0 continua a perdere pezzi

Agosto 28, 2008 gianmichele 1 commento

Android di Google continuerà a essere un work in progress anche dopo l’uscita della versione 1.0. Sul blog del progetto Dan Morrill annuncia la rimozione di due delle caratteristiche originariamente previste per l’OS mobile basato su Linux, vale a dire le API per lo sviluppo di applicazioni Bluetooth e il servizio di messaggistica istantanea GTalk.

Google continua a inciampare nelle difficoltà di un progetto della portata di Android: la rimozione delle API per il Bluetooth non inficerà il normale funzionamento dei dispositivi compatibili con la tecnologia wireless, ma non sarà possibile per gli sviluppatori creare nuove applicazioni basate sullo standard.

“La ragione – spiega Morrill – è che abbiamo francamente finito il tempo. La API Bluetooth di Android è piuttosto avanti, ma necessita ancora di un po’ di pulizia prima di essere inserita nel SDK. Tenete presente che infilarla nella versione 1.0 del kit di sviluppo ci avrebbe costretto ad adottarla per gli anni a venire”.

Meglio aspettare ancora, insomma, per rifinire il codice e avere la garanzia di una migliore compatibilità piuttosto che obbligare gli sviluppatori a modificare radicalmente le applicazioni in un momento successivo.

GTalkService è stato invece rimosso per altri motivi: sono emersi gravi problemi di sicurezza durante lo sviluppo. Impiegato per interconnettere gli utenti di Google Talk siano essi su Android o su altri sistemi operativi, l’attuale implementazione di GTalkService aveva la tendenza a spifferare un gran mucchio di informazioni che si vorrebbero invece ben protette, inclusi il nome reale e l’indirizzo email degli utenti dell’IM.
Non bastasse questo, le falle sono gravi al punto da permettere a un malintenzionato di guadagnare il controllo del dispositivo da remoto.

GTalkService ha sofferto del fatto di “non essere mai stato nel core di Android”, continua Morril. Rinviare il suo rilascio permetterà agli sviluppatori di “mettere potenzialmente insieme un nuovo sistema che sia parte del nucleo principale delle future versioni” dell’OS.
Fonte: punto informatico

SUSE Studio: creare una distribuzione via web

Agosto 27, 2008 gianmichele 1 commento

SUSE Studio

Approfondendo l’idea del progetto NibleX, gli sviluppatori di Novell hanno creato un’applicazione web per la creazione di una versione personalizzata di SUSE chiamata, in maniera poco originale, SUSE Studio.

Nonostante al momento sia possibile valutare il progetto solo tramite un filmato disponibile sul sito, la realizzazione sembra veramente ben fatta: attraverso un comodo wizard è possibile scegliere se e quale desktop environment includere, aggiungere pacchetti presenti nei repository (indicati per grado di popolarità) potendo far affidamento sulla risoluzione automatica delle dipendenze, configurare i parametri di rete (ed eventualmente garantire un accesso SSH) e, dulcis in fundo, installare anche software non presente nei repository ufficiali semplicemente indicando l’URL da cui prelevarlo.

Il risultato è poi scaricabile in vari formati (ISO, live-CD, immagine Xen o immagine VMware) e può venir pubblicato in una vetrina virtuale, a disposizione di altri utenti che dovessero trovare interessante quella particolare personalizzazione della distribuzione.

Per il momento il testing è limitato ad un numero chiuso di utenti ma è possibile lasciare la propria mail per ricevere aggiornamenti sulla disponibilità di nuovi inviti.

Fonte: ossblog

Acer vuole aumentare le vendite e abbassa il prezzo dei Netbook

Acer inizia la propria gara di vendite rispetto al principale concorrente, l’Eeepc, e uno dei modi migliori per stimolare le vendite è quello di intervenire sui listini.

Acer vuole aumentare le vendite e abbassa il prezzo dei Netbook

A breve Linpus Linux Lite passerà dagli attuali 379 dollari a circa 329 dollari. L’Aspire One, nelle versioni AOA150-1570, AOA110-1722 e AOA150-1447, sarà disponibile rispettivamente a 349 dollari, 329 dollari e 399 dollari.

Secondo gli analisti l’intero segmento è destinato ad essere soggetto ad un ridimensionamento dei listini. Le previsioni indicano infatti un prezzo mainstream di circa 299 dollari, con offerte speciali natalizie prossime ai 249 dollari.

Con l’utilizzo di software opensource e altre accortezze per risparmiare sull’hardware, questi nuovi computer portatili potranno raggiungere prezzi alla portata di chiunque.

Fonte: bloggiando